A proposito del Greenwich Village: Intervista a Happy Traum

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Pochi personaggi nel mondo della chitarra sono più trasversali di Happy Traum, figura di spicco della musica folk americana, avendo vissuto in prima persona le vicende del Greenwich Village dalla fine degli anni ’50 a tutto il suo momento d’oro. Inoltre è il fondatore della Homespun, casa produttrice di materiale didattico attiva dalla fine degli anni ’60 ai giorni nostri, nonché autore del primo metodo didattico per chitarra acustica fingerpicking. Per tutti noi un vero ‘padre spirituale’. L’aver vissuto una serie così intensa di avvenimenti, che ci racconta di seguito nella lunga intervista, in cui si è concesso in modo affabile e senza risparmiarsi, lo rende un personaggio straordinariamente affascinante per tutti quelli che sono i nostri interessi primari. Basti pensare che è stato anche direttore della rivista Sing Out! per alcuni anni, e che le sue amicizie di lunga data rispondono ai nomi di Pete Seeger, John Sebastian, Bob Dylan, Levon Helm e molti altri ancora. Se non bastasse è stato il primo a incidere, con la sua band di allora, nientemeno che la leggendaria “Blowin’ in the Wind” di Dylan, prima che l’autore stesso la incidesse sul suo The Freewheelin’ Bob Dylan.

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Prima allievo del celebre bluesman Brownie McGhee, poi amico di Dave Van Ronk in quel periodo storico cui accennavamo in apertura, gli anni del Village a New York in cui era frequente imbattersi in un giovanissimo Dylan, o in Paul Simon e chissà quanti altri, periodo riportato nel film dei fratelli Cohen, A proposito di Davis, ispirato proprio alla vita di Van Ronk. Anni di protesta e lotta per i diritti civili, sfociati in momenti oggi riportati dai libri di storia: basti pensare al famoso discorso di Martin Luther King con la celebre frase «I have a dream». Anni in cui dal nulla iniziò la didattica per il nostro amato strumento: il suo Finger-Picking Styles for Guitar è stato infatti pubblicato da Oak Publications nel 1966. Anni in cui l’andare a vivere a Woodstock significava essere al centro del mondo musicale, in un momento in cui tutto cambiò, e avere vicini di casa che rispondevano ai nomi di Van Morrison, The Band, Bob Dylan… e ci si poteva imbattere in Jimi Hendrix o George Harrison, passeggiando in un pomeriggio qualsiasi. Anni in cui la didattica, non solo della chitarra, cambiava per sempre, arricchita dalle performance e dalle parole dei grandi musicisti di allora, in quel catalogo che oggi è un patrimonio dal valore inestimabile per la ricchezza e la varietà dei contenuti proposti. Anni in cui si mettevano le basi per tutta la musica che ascoltiamo oggi, per il modo in cui impariamo e insegniamo la chitarra, e che abbiamo la fortuna di ascoltare raccontati dalla ‘sua’ voce, quella di Happy Traum.

Ciao Happy, grazie di essere con noi! È un piacere poter parlare con te e poterti chiedere tante cose di questi incredibili anni che hai vissuto nel mondo della chitarra. Vogliamo iniziare da come e quando hai deciso di suonare?
Ho iniziato a suonare nel 1954. Frequentavo la scuola a New York, la mia città, e andai a sentire un concerto di Pete Seeger. Fu quella sera che pensai: «È questo quello che voglio fare!» Trovavo straordinario che qualcuno potesse stare in piedi su un palco davanti a tanta gente e farla cantare suonando quelle bellissime canzoni; non credevo si potesse fare in quel modo. Pete fu una grande ispirazione, quella che ha scatenato tutto. Attraverso lui e i suoi dischi scoprii Woody Guthrie, Josh White, Brownie McGhee, Leadbelly e tutte le persone collegate al mondo del folk a New York e in tutto il resto degli Stati Uniti.

Eri molto amico di Pete Seeger? È scomparso da poco e immagino sia stato un dolore.
Non posso dire che fossimo intimi, ma l’ho conosciuto bene. Era un ammiratore di tutto il lavoro che facciamo alla Homespun, era sempre un sostenitore delle nostre attività. Ha registrato un video per noi e ci ha concesso i diritti del suo libro How To Play the 5-String Banjo: credo che questa sia stata una buona indicazione di quanto apprezzasse il nostro lavoro. Ho avuto modo di suonare con lui molte volte nel corso degli anni, sia in occasione del suo festival The Great Hudson River Revival che in altri eventi. Quindi direi di sì, eravamo amici: sono andato a casa sua diverse volte, conoscevamo bene Pete e sua moglie Toshi, ed è stato molto triste perderli entrambi.

Con Peggy e Pete Seeger, 2011
Con Peggy e Pete Seeger, 2011

Aveva quello show televisivo molto popolare negli anni ’60, intitolato The Rainbow Quest: ne ho visti degli spezzoni sul web, aveva degli ospiti incredibili.
Sì, era una cosa meravigliosa. Credo che venisse trasmesso solo nell’area di New York a quel tempo, non era uno show nazionale, e credo non avesse un pubblico molto vasto. Ma oggi è un tesoro per l’importanza delle registrazioni che fece all’epoca, ha un’importanza storica incredibile per la musica: è l’unico modo per vedere alcuni dei musicisti che furono suoi ospiti.

Tornando a quei giorni, come imparavate a suonare? Immagino che la Homespun non esistesse…
[Ride] No, certo, non c’era niente!

Poco fa parlavi di come si imparasse dai dischi, ma sbaglio o non era così facile trovare i vinili di quei musicisti all’epoca?
Giusto, ma ebbi la fortuna di entrare in possesso di alcuni dischi: la Folkways pubblicava dischi di Pete Seeger, Woody Guthrie, Cisco Houston, quel tipo di artisti, come anche i primi musicisti di jazz. Si ripubblicavano molte cose vecchie, che non si trovavano più, e c’era la Anthology of American Folk Music a cura di Harry Smith [Folkways, 1952], che era appena stata messa in commercio; era proprio nel periodo in cui iniziavo a interessarmi allo stile. Quella fu un’incredibile rivelazione, non solo per me, ma per chiunque fosse appassionato del genere: ascoltare per la prima volta musicisti come Mississippi John Hurt, Clarence Ashley, come anche musicisti cajun e vecchi bluesman! Sembrava di ascoltare musica di un posto lontano, quasi fosse un altro pianeta in un altro tempo! Noi eravamo dei ragazzi di New York ed eravamo certi che non avremmo neanche mai visto nessuno di loro…

E molti, dopo la guerra, erano morti o avevano smesso di fare musica e facevano chissà quali lavori…
Esatto, solo che poi con il folk revival degli anni ’60 alcuni di loro, rintracciati e in buona salute, furono portati al Newport Folk Festival; e molti vennero a suonare a New York: Clarence Ashley, Roscoe Holcomb, Doc Watson. Anche dei ‘revivalisti’ come i New Lost City Ramblers, John Cohen, Mike Seeger e molti altri portarono la musica tradizionale nella nostra città. Eravamo un piccolo gruppo a quel tempo: se camminavi per il Village e incontravi qualcuno con una chitarra, probabilmente sapevi chi era; a meno che non fosse un jazzista, allora magari non era del tuo giro…

È incredibile, perché noi ne leggiamo sui libri di storia e tu eri lì!
Sì, ed è strano, perché proprio in questi giorni ricordavo quegli anni: stavo scrivendo le note di copertina di un CD di Dave Van Ronk in uscita, il live di un suo concerto negli anni ’90 in California. Così ho dovuto cercare di ricordare quando l’ho conosciuto: probabilmente era il 1955, e ricordavo come Washington Square, nel Village, fosse un posto dove tutti quelli interessati al folk si ritrovavano anche senza darsi appuntamento, e tutti suonavano: c’erano i fan di Pete Seeger, chi cantava canzoni sui diritti civili, chi canzoni ‘di sinistra’; c’erano gli appassionati di bluegrass che suonavano musica di Earl Scruggs, Lester Flatt, Bill Monroe e la Carter Family; c’era chi era appassionato di musica old-time e chi di calypso, c’era davvero di tutto… E poi gli appassionati di blues, ovviamente: a volte si interagiva, altre volte restavamo separati.

Hai iniziato a suonare insieme a tuo fratello Artie?
No, lui era di cinque anni più piccolo di me, iniziò più tardi. Io ho iniziato cinque o sei anni prima di lui, quando lui non aveva interesse per la musica. Poi iniziò con il banjo, ma prese la chitarra poco tempo dopo e si interessò subito al jazz e al rock ’n’ roll; andò a coprire molti più interessi musicali dei miei, mentre io restavo legato al fingerpicking. Iniziammo a suonare insieme verso la metà degli anni ’60, ironia della sorte in una band di rock ’n’ roll chiamata Children of Paradise: era una band influenzata dai Beatles, come molte allora, e il sound era piuttosto folk rock; io però lasciai dopo un paio d’anni, non era il mio genere. Ma era un’ottima band: c’era Eric Kaz, che poi scrisse delle hit per Linda Ronstadt e Tracy Nelson; e c’era Marc Silber, che divenne una sorta di leggenda come venditore e riparatore di strumenti in California.

Certo a quel tempo il rock ’n’ roll la faceva da padrone.
Stranamente quello stile mi è passato vicino, ma non mi ha mai catturato: avevo già deciso cosa mi piaceva e lavoravo per quello. In molti rimasero stregati da Elvis, Jerry Lee, Little Richard, gli Everly Brothers; io diventai troppo presto uno ‘snob’ del folk! [ride]

Quindi avete scoperto i vostri eroi man mano che venivano riscoperti, anche se di molti neanche esistevano le registrazioni…
C’erano diversi modi. A volte qualcuno che aveva fatto un giro al Sud o in qualche altro posto, tornava con un nastro. In quegli anni vi fu poi anche un folk revival britannico, e scoprimmo altrettanti artisti dall’altra parte dell’oceano: Ewan MacColl, che divenne il marito di Peggy Seeger, Martin Carthy e più tardi Davey Graham e Bert Jansch. Negli stessi anni erano noti anche Bob Gibson, Theodore Bikel, che divenne un attore conosciuto, e Burl Ives, che ebbe una grande influenza su molti di noi.

Cosa ricordi di quei giorni in cui imparavi a suonare? Hai mai messo insieme elementi di quegli anni, che poi hai riutilizzato nel costruire la Homespun?
Sì, è buffo, perché appena sentii di essere un minimo decente sulla chitarra, ho iniziato a dare lezioni! Non so perché, ma sono fatto così. Ricordo che già alla fine degli anni ’50 iniziai a frequentare campi estivi e a insegnare musica folk. Frequentai la New York University e guadagnai tutti i soldi extra, che mi servivano per le piccole cose, insegnando chitarra. E da lì molti studenti, che avevano quattro o cinque anni meno di me, volevano poi continuare le lezioni anche d’inverno. Mi sono sposato nel 1960 e non ho mai avuto un altro lavoro, mi sono mantenuto da subito con quello, ho scoperto da subito di essere portato. Poi intorno al 1964 sono entrato alla rivista Sing Out!, che era una bibbia per tutti quelli che ascoltavano musica folk in quel periodo; dissi alla direzione che mi sarebbe piaciuto tenere una rubrica mensile, e la chiamai “Teaching”. La cosa condusse direttamente alla pubblicazione del mio primo libro Finger-Picking Styles for Guitarnel 1966, ed è il primo libro con tablature per chitarra mai pubblicato in America. Ero molto giovane, ma avevo capito che molta gente non aveva accesso ai dischi che amavo, così che potevo far loro ascoltare e spiegare tecniche prima sconosciute ai più: trascrivevo dai dischi di Merle Travis, Mississippi John Hurt, Etta Baker, cercavo di capire come si suonavano quei pezzi per poi spiegarli agli altri. Mi sedevo al giradischi, mettevo giù la puntina e la tiravo su e giù, su e giù! Il mio giradischi aveva anche due diverse velocità, quindi potevo far suonare il disco a 16 giri anziché 33…

Quindi prima di quello non c’era niente di simile?
No, nessuno aveva mai trascritto i grandi chitarristi in tablatura, spiegando cosa suonavano. E quel libro è ancora in commercio dopo più di cinquant’anni: non vende più come prima ma è ancora sugli scaffali!

Era scritto con la doppia notazione?
Sì, musica e tablatura. Non leggo molto bene la musica, quindi scrissi probabilmente prima le tab e poi aggiunsi la musica.

Tutto scritto a mano?
Oh, sì, non c’era altro modo allora. Carta e penna!

Niente software di notazione musicale…
Ah, ah, ah! No, niente!

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Per caso hai visto il film dei fratelli Coen ispirato a Dave Van Ronk?
Sì, l’ho visto…

Ti è piaciuto? Intendo anche come ricostruzione storica.
Sì, mi è piaciuto, è divertente, la musica è ben fatta. Ma credo che non abbia colto appieno il feeling di quei giorni: è un film su un solo personaggio, neanche molto socievole, mentre invece in quei giorni c’era una grande eccitazione, un grande fermento. Era il 1961 ed era un momento incredibilmente creativo per noi a New York: moltissimi suonavano, si stava scoprendo e suonando musica nuova, c’era il blues, le canzoni di protesta, alcuni iniziavano a scrivere le proprie canzoni, alcuni davvero bravi come Bill Keith e David Grisman iniziarono proprio in quei giorni… Credo che il film non rappresenti tutto questo, ma è un buon film.
All’epoca era in corso anche la battaglia per i diritti civili, che ebbe inizio negli anni ’50 ma prese corpo in seguito, con i Freedom Riders tirati giù dagli autobus e pestati, i fatti di Birmingham e tutto il resto. Poi il movimento antinucleare e la paura dei missili a Cuba, tutto succedeva allora. C’era una forte coscienza di quanto stesse accadendo e tutto confluiva nella musica folk; il mondo del pop non era ancora stato raggiunto, anche se nel 1963 Peter, Paul and Mary fecero un grande successo con “Blowin’ in the Wind”. La gente si rese conto in fretta che stava vivendo un momento veramente importante e che valeva la pena cantarlo, oltre che parlarne.

Puoi cercare di farci rivivere quei giorni? Com’era essere un chitarrista folk nel Village del 1960, uscire di casa con la chitarra per andare a suonare e incontrare Dave Van Ronk, Bob Dylan e chissà quanti altri?
La cosa che va detta riguardo al Village di quel periodo è che c’erano almeno una dozzina di locali dove suonare. E la maggior parte non serviva alcolici, solo pochi lo facevano: erano dei caffè e potevi tranquillamente andare da uno all’altro. Suonavi il tuo set, prendevi il tuo cestino e vedevi se qualcuno a cui eri piaciuto ti lasciava qualcosa: potevi fare cinque o dieci dollari; poi tornavi in strada e dai vetri vedevi cosa stessero facendo gli altri: qualcuno ti invitava a suonare uno o due pezzi, o ci si intratteneva a fine serata. C’era molto scambio fra i musicisti: sono diventato subito amico di Dave Van Ronk, Tom Paxton, Bob Dylan, Phil Ochs… eravamo talmente tanti!

Avevate qualche tipo di amplificazione su quei palchi?
Ogni locale aveva un suo impianto, piccoli sistemi ma funzionali. Di solito c’erano uno o due microfoni e le casse, quindi si sentiva tutto ciò che suonavamo. E poi c’erano i party, dove ognuno portava il suo strumento e si suonava per gli altri, o con gli altri. Si respirava un’aria molto familiare; se ti chiedevano come conoscevi qualcuno dicevi: «Oh, l’ho conosciuto giù al Village». Magari non conoscevi i nomi di tutti ma i volti erano familiari.

Che tipo di pubblico avevate?
Il Village attirava molti turisti da ogni luogo, sia dalla nazione che da fuori. Quei posti iniziavano già a essere noti come beatnik hangouts [‘luoghi d’incontro di beatnik’] e c’erano poeti, attori comici come Bill Cosby; molti di loro sono diventati famosissimi, Woody Allen iniziò a suonare allora. Molta gente veniva anche solo per curiosità: entravi e c’era qualcuno che suonava, prendevi un caffè e ascoltavi. Nei fine settimana, soprattutto quando era caldo, il Village si riempiva di gente che girava da un posto all’altro: c’erano cantautori, comici, street buskers, di tutto.

Ricordi che chitarra avevi allora?
La mia chitarra ‘fidata’ era una Martin D-18. L’avevo trovata in un negozio di Lower Manhattan e credo di averla pagata circa 125 dollari, il che mi sembrò una fortuna: all’epoca erano davvero tanti soldi! Ha una storia strana, perché ci ho suonato tantissimo, ma poi l’ho venduta nel 1964-65 e l’ho ritrovata casualmente a casa di un amico, a cui non ricordavo di averla venduta. Andai al suo ottantesimo compleanno, stavamo suonando tra amici e lui mi passò una chitarra; gli dissi che mi piaceva come suonava e lui rispose: «Ci credo, era la tua!» Così gli chiesi se avesse intenzione di venderla e gli dissi che, se mai avesse pensato farlo, lo pregavo di farmelo sapere. Il Natale successivo si presentò alla mia porta con la chitarra e disse: «Buon Natale!» E ora è di nuovo con me anche se non è più suonabile, è quasi caduta in pezzi.

Cosa accadde in quegli anni che ricordi come particolarmente significativo per la tua vita futura?
Partecipavo a tutti gli eventi, alle marce, eravamo tutti lì ma non ci fu un episodio in particolare. La cosa che probabilmente cambiò la mia vita in quel momento fu entrare a far parte di un gruppo chiamato The New World Singers: erano molto attivi dal punto di vista politico e attraverso di loro, in particolare del cantante Gil Turner, conobbi Bob Dylan.

Con The New World Singers avete registrato per primi “Blowin’ in the Wind” per la raccolta antologica Broadside Ballads Vol. 1, pubblicata dalla Folkways nel 1963, vero?
Esatto, e per la stessa raccolta ho anche registrato “Let Me Die in My Footsteps” con lo stesso Bob. In seguito conobbi The Freedom Singers, un gruppo di Albany in Georgia, quattro ragazzi di colore che erano fra gli esponenti più importanti del movimento per i diritti civili: cantavano delle canzoni meravigliose e si esibirono al Newport Folk Festival e in molti altri posti; suonammo spesso insieme. Quella fu una parte significativa della mia vita, come anche quella immediatamente precedente: quando andavo ancora al college, incontrai e presi lezioni dal grande Brownie McGhee. Anche quell’incontro fu davvero importante, perché Brownie divenne per me un modello da imitare come chitarrista. A quell’incontro devo molto di ciò che sono oggi.

Era davvero un gran chitarrista!
Sì, era un grande chitarrista e credo che sia stato sottovalutato. Molti sono rimasti incantati da musicisti straordinari come Reverend Gary Davis e altri, che magari erano più appariscenti. Ma credo che Brownie sia davvero un gigante, il suo modo di suonare è molto solido. Diventammo grandi amici ed io ero talmente giovane, che mi ha segnato per sempre.

Facevate delle vere e proprie lezioni o cosa?
No, la maggior parte del tempo suonavamo insieme e trascorrevamo delle ore così. Poi magari a volte lo fermavo e gli chiedevo: «Ehi, cos’hai suonato, cos’era quello?» [ride] E lui risuonava il pezzo più lentamente. Aveva un suo modo di suonare e, anni dopo, scoprii che aveva una sua piccola scuola di chitarra ad Harlem, all’inizio degli anni ’50. Ricordo che pagavo cinque dollari a lezione, e la lezione a volte durava due ore, a volte mi invitava a restare a cena con la sua famiglia. Era più un suonare insieme che un insegnamento vero e proprio: mi mostrava le cose suonandole, mi diceva cosa non andava in quello che suonavo. E suonando con lui ho imparato molto a stare davvero sul tempo.

Quindi hai iniziato a usare il thumbpick in quel periodo?
Esatto. Brownie usava il thumbpick al pollice e due fingerpick su indice e medio, cosa che ho fatto anche io per molti anni. Oggi invece uso le unghie di acrilico su indice e medio, ma uso il thumbpick.

Eravate molto amici: ricordi qualche sua influenza che non conosciamo? Musicisti che a lui piacevano e che non ci aspetteremmo di accostare a lui?
Subito dopo la guerra Brownie venne a New York e divenne molto amico di Woody Guthrie, così come di Leadbelly e Pete Seeger. Lui veniva dal Sud e la sua maggiore influenza era stata Blind Boy Fuller negli anni ’30. Quando Fuller morì, fu quasi obbligato a registrare come Blind Boy Fuller II: alcune delle sue prime incisioni sono sotto quel nome; solo più tardi poté usare il suo vero nome.

Sbaglio se dico che lui non mi arriva soltanto come un chitarrista blues, ma come un musicista molto influenzato dal folk?
No, non sbagli. Lui come Josh White – anche se non ho mai conosciuto Josh personalmente – avevano la capacità di integrarsi bene con il mondo dei bianchi, riuscivano a farsi benvolere dalla gente di sinistra, dagli intellettuali, erano perfettamente in grado di andare a feste e incontri con la sinistra di quegli anni a New York e integrarsi anche a livello di linguaggio, il che che non era poco se pensiamo agli anni di cui parliamo. E questo fu importante, perché Brownie si fece un nome non solo fra gli appassionati di blues, ma anche fra quelli di musica folk. Era molto simpatico sul palco, scherzava e cantava benissimo, non incuteva timore, nonostante fosse un grosso uomo nero, cosa questa che in quegli anni poteva creare seri problemi. Se pensiamo ad altri grandissimi come Son House, Skip James o Fred McDowell, loro restarono molto più fedeli al modo in cui erano stati cresciuti come uomini del profondo Sud…

Hai incontrato altri musicisti come lui che ti hanno influenzato?
Ho incontrato Mississippi John Hurt in due o tre occasioni. Ho conosciuto Big Joe Williams grazie a Brownie, come anche Gary Davis, e ovviamente Sonny Terry che suonava insieme a Brownie. Ma non sono mai stato troppo a contatto con quel mondo, il mondo folk era quello che mi attraeva di più.

Quindi siamo all’inizio degli anni ’60… Cosa accadde nella tua vita da lì in poi? Tu eri un musicista ma insegnavi già, giusto?
Ho suonato con i New World Singers per tre anni: abbiamo registrato anche un disco per la Atlantic e abbiamo girato molto per gli Stati Uniti, siamo stati quasi due anni in giro per concerti. Ma quando il mio secondo figlio stava per nascere ho deciso di lasciare, perché volevo stare più tempo a casa e mi sono dedicato di nuovo all’insegnamento, per un anno circa. Poi ho formato una band con mio fratello: abbiamo suonato per un paio d’anni e abbiamo registrato un singolo per la Columbia. Quindi, nel 1967, mi sono trasferito a Woodstock iniziando un tipo di vita totalmente diverso. Sono ancora qui oggi, e in quegli anni le cose si stavano facendo molto interessanti: c’era Bob Dylan, The Band si stava trasferendo qui, c’era spesso Richie Havens, Peter, Paul and Mary…

The Joyous Lake, leggendario locale di Woodstock, metà anni ’70: Rory Block, Happy, Artie, Roly Salley, John Sebastian (foto di Catherine Sebastian)
The Joyous Lake, leggendario locale di Woodstock, metà anni ’70: Rory Block, Happy, Artie, Roly Salley, John Sebastian (foto di Catherine Sebastian)

Trascorrevate del tempo insieme, suonando?
Quando sono arrivato, ho passato molto tempo con Dylan e The Band, con Paul Butterfield. Poi molti gruppi folk hanno iniziato a trasferirsi qui. Mio fratello è arrivato circa un anno dopo e abbiamo formato una band. Quindi sono arrivati Bill Keith, Jim Rooney, Maria Muldaur, Jeff Muldaur: in quegli anni non c’era da sorprendersi, si poteva incontrare chiunque! Devi considerare che questo è un posto molto piccolo, lungo come due strade: un giorno potevi incontrare Jimi Hendrix, il giorno dopo Charlie Mingus, George Harrison, chiunque; tutti venivano qui, era incredibile. Io e mio fratello abbiamo inciso due album qui e a Nashville nel ’70 e ’71 per la Capitol; Albert Grossman divenne il nostro agente, lo stesso di Dylan, Janis Joplin e molti altri. Dopo un paio d’anni, con Artie abbiamo deciso di mettere insieme un gruppo di amici, che abbiamo portato in giro a suonare: per la maggior parte degli anni ’70 abbiamo girato sia in duo che con questa piccola formazione. Quindi mi guadagnavo da vivere in tour, principalmente nel Nord-Est degli Stati Uniti. Siamo venuti anche in Europa varie volte, ma di base suonavamo qui.
Io insegnavo ancora, mi spostavo fra New York e Woodstock. E con mia moglie Jane, proprio nell’anno in cui siamo venuti qui nel 1967, abbiamo dato vita alla Homespun: questa è stata l’altra grande cosa che ha cambiato la mia vita! Ho sempre suonato e suono ancora – proprio in questi giorni stiamo realizzando un grande tributo a Pete Seeger – ma negli ultimi quarant’anni il mio obiettivo principale è stato produrre e realizzare audio e video didattici. Prima erano solo nastri a bobina e audiocassette, poi videocassette e DVD, ora download digitali. D’altra parte è da sempre che cerco – e non so perché – di trasmettere informazioni ad altre persone, anche se ora questo avviene su scala molto più vasta.

Qual era lo scopo della raccolta di materiale e delle registrazioni dei musicisti, all’inizio? Eri consapevole dell’importanza che ciò avrebbe avuto in futuro?
Abbiamo iniziato perché avevo degli studenti di chitarra, ma andando in tour con mio fratello, capitava di stare via per qualche settimana. E non volevo far perdere loro del tempo, volevo che avessero qualcosa su cui studiare mentre ero via: quindi registrai delle lezioni per loro. Il fatto poi di essere a Woodstock, circondato da musicisti straordinari che magari suonavano strumenti che io non suonavo, mi portò a chiedere a molti di loro se volevano venire a registrare a casa mia. Mia moglie Jane è stata uno dei cardini dell’intera operazione: mi aiutava con il marketing e il confezionamento; senza di lei non sarebbe probabilmente esistita la Homespun com’è oggi. In un secondo tempo, mi sono anche chiesto se non fosse il caso di ampliare il raggio d’azione oltre Woodstock: così ho iniziato ad andare in giro per i vari festival, e per fortuna molti grandi musicisti hanno acconsentito a registrare per noi.

Quindi, dall’inizio non è stata solo una cosa per chitarristi.
No, io suonavo anche un po’ il banjo, e mi sono detto che poteva essere una cosa per tutti. La maggior parte dela nostra produzione è stata rivolta alla chitarra, ma in realtà abbiamo fatto di tutto: c’erano talmente tanti musicisti che ammiravo e che potevano e volevano contribuire, che sarebbe stato un peccato non farlo. E in quarant’anni la Homespun è diventata un vero archivio. Purtroppo molti di quei grandi non ci sono più, gente come Bill Monroe, Vassar Clements, Pete Seeger… la lista è lunga. Nelle registrazioni li senti suonare, ma li senti anche parlare della loro musica, della loro vita, delle loro esperienze: per me è altrettanto importante che buttare giù dei licks.

Esatto, a volte ho imparato più leggendo le parole di un musicista che ascoltando la sua musica!
Infatti, cerco sempre di incoraggiare gli artisti a fare qualcosa di più che insegnare soltanto le canzoni.

Non insegni più a singoli studenti, vero?
No, tengo corsi in occasione di campus estivi tre o quattro volte l’anno. Sono stato ospite di Jorma Kaukonen al suo Fur Peace Ranch negli ultimi dodici anni. E questo sarà il mio terzo anno di collaborazione con Richard Thompson. Sono stato un paio di volte anche a quello di Steve Kaufman: ne ho fatti diversi negli anni!

Ho avuto modo di vedere il vostro software online, con cui si possono acquistare lezione, e mi è sembrato davvero ben fatto: sembra quasi di averti davanti che parli!
La tecnologia aiuta molto in questo senso. Quando abbiamo iniziato c’erano solo i nastri a bobina, poi sono arrivate le audiocassette e abbiamo prodotto entrambi. Quindi per anni abbiamo realizzato videocassette, che hanno cambiato tutto, ma nessuno le ha già più; e molti non hanno più neanche i DVD! Gli studenti vogliono subito la novità, e la vogliono ‘ora’!

Ci sai dire come la tecnologia ha modificato il tuo approccio all’insegnamento?
Bella domanda: da un certo punto di vista il mio modo di insegnare non è cambiato molto. Ma le videocamere sono migliorate, facciamo più attenzione alle luci e agli angoli di ripresa, e so che ci sono molte cose nuove che si possono ancora fare: gli studenti che suonano con gli insegnanti, le lezioni via skype… preferisco non parlarne per non rovinare la sorpresa!

Te lo chiedo perché anch’io ho imparato in un’epoca in cui non c’era quasi niente. Ho avuto dei bravi insegnanti, ma nessuno mi ha insegnato molte delle cose che so oggi. Ho dovuto fare da solo e tirare giù moltissimo dai dischi: non credi che tutta questa tecnologia possa togliere qualcosa a chi studia? Se mi togliessero gli anni passati sui dischi, di me come musicista non resterebbe quasi niente.
Non credo che nulla possa mai sostituire il rapporto insegnante-studente, se l’insegnante è bravo. Credo che avere a disposizione qualcuno in carne e ossa, da guardare negli occhi, sia un fatto insostituibile. Ma ci sono persone in tutto il mondo che non sanno a chi rivolgersi: magari non conoscono nessuno che sappia suonare come Mississippi John Hurt, oppure il loro insegnante non sa suonare come Tony Rice, tanto per fare degli esempi. Quindi credo che poter vedere Tony Rice che suona lentamente un brano spiegandolo, con un’inquadratura stretta sulle mani, sia un fatto eccezionale. È ancora incredibile per me scoprire che quei nastri, che facevo per i miei studenti nel mio piccolo appartamento a New York, siano arrivati non solo da voi in Europa, ma anche in Sudafrica, in Asia, in tantissimi posti nel mondo; e che tutti stiano imparando le stesse cose! Sono ancora scioccato, se ci penso. E ricevo lettere di ringraziamento da ogni parte del mondo.

Quindi ecco perché le tue lezioni danno la sensazione che tu sia nella stessa stanza con lo studente.
Esatto, cerco di raggiungere quest’obiettivo in ogni modo. A tutti gli insegnanti che fanno dei video con noi, dico di comportarsi come se gli studenti fossero nella stanza con loro, cercando di immaginare cosa abbiano percepito, che domande farebbero dopo una spiegazione: quanto detto è stato abbastanza chiaro? C’è bisogno di rallentare ancora? Non siamo lì e quindi dobbiamo immaginare, prevedere.

Cos’hai imparato in questi anni con la Homespun, che cerchi di evitare assolutamente?
Faccio errori da quarantacinque anni! È difficile capire quali mi siano serviti di più… [ride] Una cosa che ho sempre in mente è di non dare per scontato che lo studente sappia di cosa parlo: cerco di esprimere le cose semplicemente e di non pensare che chi siede dall’altra parte sia necessariamente soddisfatto. Ma cerco anche di tenere alto il livello, per fare in modo che siano contenti. Perlomeno provo a fare del mio meglio.

Ancora impari come insegnare?
Ancora imparo a insegnare e ancora imparo a suonare! Passo molto tempo con la chitarra in mano, cercando di capire come suonare questo o quel brano, nuove canzoni.

Cosa ascolti in questo periodo?
Sto riascoltando musica molto vecchia, che è quella che mi ha accompagnato tutta la vita. Ma ascolto anche nuove band come gli Avett Brothers… dovrei prendere il mio iPod per dirti i nomi! Sto ascoltando molto Pete Seeger, perché se n’è andato da poco e mi piace ricordarlo così.

Cos’è cambiato negli anni in te come musicista? Suoni sempre solo con il microfono davanti, o magari qualche sistema di amplificazione ha modificato un po’ il tuo approccio sul palco?
Mi piace pensare che io faccia quello che ho sempre fatto, ma un po’ meglio! [ride] La gente, almeno, mi dice che è così. In vita mia ho avuto la straordinaria fortuna di suonare con grandissimi musicisti: quello che mi manca come musicista, cerco di metterlo nel modo in cui suono con gli altri. Con Levon Helm o Larry Campbell, con John Sebastian che è un mio grande amico: ho suonato con talmente tanta gente! E questi musicisti ti insegnano anche solo per il fatto di suonare accanto a loro. Di recente ho suonato con Jim Kweskin della Old Jug Band, un grande fingerpicker e un ottimo e solido cantante e musicista: anche suonando insieme a lui ho imparato moltissimo!

Cosa suoni di solito dal vivo da solo?
Sono un fingerpicker quindi tutte le mie canzoni sono suonate con le dita. Ho smesso di usare il plettro molti anni fa. Suono molte canzoni americane tradizionali o di artisti contemporanei come Bob Dylan o Norman Blake, e faccio degli arrangiamenti in fingerpicking. Suone pezzi di Brownie McGhee, canzoni nelle quali il pubblico può cantare con me: non sono il più grande musicista del mondo, ma ho imparato come far divertire il pubblico durante un concerto. Suono qualche strumentale, ma principalmente canto.

Suoni anche in accordature alternative, oltre alla standard?
Suono un terzo dei miei brani in Dropped D, e qualcosa in Re e Sol aperto. Per quanto riguarda l’amplificazione uso sistemi Fishman nella maggior parte delle mie chitarre, il tradizionale piezo senza microfono. Ho provato qualche preamplificatore esterno, ma ultimamente attacco il jack e lascio che il fonico faccia quello che deve fare. Uso diverse chitarre fatte per me: una Collings, una Santa Cruz, un paio di Taylor, una bellissima dodici corde baritona costruita da Joe Veillette, una resofonica di Paul Beard… mi piacciono molto!

Non ti piacciono le vecchie chitarre vintage?
Mi piacciono molto, ma sono davvero costose: non mi metto in quel tipo di mercato, altrimenti non ne uscirei più! Amo le belle chitarre, e quando ne trovo una che mi piace… non riesco a farci niente, cerco di prenderla! Ci sono tanti liutai bravissimi e amo le chitarre che sono pezzi unici e che suonano bene.

C’è un consiglio che vorresti dare a chi vuole diventare musicista o magari solo divertirsi con la chitarra?
Divertirsi è una parte fondamentale, forse la più importante. Il consiglio è di ascoltare più musica e musicisti possibile, specialmente quelli del passato: si dà molta importanza qui da noi al fatto di ascoltare personaggi come Jimmy Rodgers o la Carter Family o i vecchi bluesman. Ma so che esistono incredibili tradizioni musicali in tutto il mondo, quindi il consiglio è quello di ascoltarle e farle proprie, e magari miscelarle con elementi esterni. Il mondo è un posto davvero aperto adesso, e il web aiuta di sicuro. Uno dei miei chitarristi preferiti al momento è Beppe Gambetta, non solo come musicista, ma anche come persona. E lui ha un modo unico di unire la tradizione americana, che conosce così bene, con elementi a noi estranei, del vostro paese o europei: ha un quadro veramente vasto in mente, è un musicista ‘totale’. Anche Peter Finger, in Germania, mi piace molto; e so che in Europa ci sono molti musicisti bravissimi. Quindi credo che ognuno dovrebbe ascoltare il resto del mondo, ma combinarlo con la propria cultura.
In chiusura mi piacerebbe ricordare mio fratello Artie, che non c’è più da cinque anni: è stato il mio compagno di musica per oltre quarant’anni ed era un chitarrista straordinario, che non dovrebbe essere dimenticato. C’è qualcosa su YouTube, non molto, ma vale la pena di essere visto.

Con Artie Traum e John Sebastian, AGM Sarzana, 2007
Con Artie Traum e John Sebastian, AGM Sarzana, 2007

Direi che è tutto… grazie di averci raccontato così tante cose, è stato un vero piacere!
Il piacere è stato mio! Spero di tornare presto nel vostro paese, magari possiamo suonare insieme!

Daniele Bazzani

Ringraziamo Sergio Staffieri per la raccolta di informazioni e il contributo dato alla preparazione delle domande per l’intervista.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 04/2014, pp. 26-33