giovedì, 22 Aprile , 2021

A proposito di Marcel Dadi, della ADGPA e di una chitarra dei sogni – Intervista a Marino Vignali

(di Mario Giovannini) – Marino Vignali è una figura chiave dell’evoluzione della chitarra acustica nel nostro paese. Dal suo impegno con l’ADGPA Italy, la Atkins-Dadi Guitar Players Association italiana, passando per le pagine di Guitar Club, su cui si è sempre occupato del nostro strumento, fino a una passione ‘insana’ per liuteria e dintorni. Quando in redazione hanno cominciato a girare le foto dell’ultima creatura che si è fatto realizzare su misura (chissà chi ce le avrà mandate?) è nata spontanea l’esigenza di raccontare questo fantastico personaggio. Ovviamente lo abbiamo fatto attraverso le sue parole.

Avv.-Vignali

Parlaci delle origini e della storia dell’ADGPA…
La Atkins-Dadi Guitar Players Association è stata la prima associazione italiana dedicata alla chitarra, sia acustica che elettrica, a diffondersi in tutta la penisola. Attualmente la sua Convention annuale è la manifestazione specializzata più longeva d’Italia, essendo ormai giunta alla XXIII edizione. In occasione del ventennale, all’ADGPA è stato dedicato un libro che, nella prima parte, ne ripercorre anno dopo anno la lunga storia. Chi fosse interessato all’argomento può leggere questo capitolo del libro sul nostro sito web (www.adgpa.it) dove è pubblicato integralmente. L’argomento è davvero troppo vasto per essere trattato in un’intervista e quindi preferisco raccontare alcuni retroscena, che ben pochi conoscono e che coinvolgono necessariamente la figura di Marcel Dadi. La nascita dell’ADGPA è infatti frutto di una serie di curiose e fortunate combinazioni.
Il-Re-del-FingerstyleQuando avevo diciott’anni studiavo jazz con Paolo Cattaneo (allora era docente, insieme a Franco Cerri, della Nuova Milano Musica), suonavo in prevalenza rock blues e avevo l’Eric Clapton dei Cream e di Was Here come chitarrista di riferimento. All’interesse per la musica, però, affiancavo quello per i fumetti. A quei tempi mi divertivo a disegnare strisce ispirate a Colt di Tom K. Ryan, che si sono a poco a poco evolute, grazie alla creazione di un nuovo personaggio, in storie dallo sviluppo personale e dal tratto grafico più elaborato. Durante un soggiorno a Parigi, notai nella vetrina di un negozio di dischi un album che presentava una copertina a fumetti, disegnata da Mandryka. Il protagonista era un omino con barba e baffi che suonava la chitarra per un pubblico di topini. Ho comprato l’album d’impulso e, tornato a casa, mi sono divertito a riprodurre a china la copertina in diverse versioni, ma il disco – lo confesso – l’ho ascoltato solo dopo alcuni mesi. Quando però l’ho fatto, sono rimasto letteralmente sbalordito dal suono che usciva da quei solchi. Avevo già ascoltato brani in picking, anche suonati da Chet Atkins, ma non avevo mai sentito qualcuno suonare una semplice chitarra acustica con quella pulizia e precisione. Da allora Marcel Dadi è diventato il mio punto di riferimento assoluto. Poiché in Italia non lo conosceva nessuno, ho iniziato a recarmi sempre più spesso in Francia per acquistare i suoi dischi e fare incetta di tutti gli articoli che parlavano di lui. Ho così appreso con soddisfazione che non ero stato il solo a rimanere affascinato da quei dischi. Dopo aver ascoltato un suo album, lo stesso Chet Atkins volle conoscerlo di persona e la moglie di un altro grande della chitarra, Merle Travis, dopo la morte del marito ha svelato che Merle ascoltava in continuazione i dischi di Marcel, ritenendoli dei veri capolavori.
Col passare degli anni, grazie ai suoi album, ai suoi concerti e alle sue apparizioni televisive, Marcel Dadi è diventato un vero mito in patria e all’estero, a iniziare dagli Stati Uniti d’America, tanto che i suoi dischi e i suoi metodi si vendevano come il pane. Solo in Italia continuava a rimanere uno sconosciuto. L’unico a parlare di lui era Pietro Nobile che, dalle pagine di Guitar Club, lo citava spesso come suo maestro virtuale. Da un incontro casuale con Pietro, avvenuto al Salone Internazionale della Musica di Milano nel 1991, è nata l’idea di contattarlo per un’intervista da pubblicare su quella rivista. In quel momento il chitarrista francese era all’apice della sua carriera ma, con estrema cortesia, ha accettato la nostra proposta. Al termine dell’intervista ci ha invitati ad assistere alla Convention di un’associazione fondata da suoi fan, associazione che avrebbe dovuto chiamarsi “Gli amici di Marcel Dadi”, ma che lui ha voluto si chiamasse Atkins-Dadi Guitar Players Association in omaggio a Chet Atkins, il suo maestro virtuale.
Durante questa Convention ho avuto la possibilità di conoscerlo meglio e, alla fine della manifestazione, sono stato nominato delegato per l’Italia dell’associazione. Per svolgere in modo efficace il mio ruolo, l’ho sentito spesso al telefono e – a un certo punto – mi è venuto spontaneo chiedergli di lasciarmi fondare un’associazione in Italia. Questo perché, come delegato dell’ADGPA francese, non potevo organizzare una Convention italiana, ma come Presidente di un’associazione autonoma… Detto fatto, ho approfittato di un concerto che Larry Coryell doveva tenere per l’ADGPA a Boulogne-sur-Mer per incontrare nuovamente Dadi. In quell’occasione ho ottenuto da Robert Nephtali, l’allora presidente dell’ADGPA, l’autorizzazione scritta all’utilizzo del nome e gli ho presentato il marchio italiano.
Non sapevo, in quel momento, che poco dopo sarebbe successa una cosa assolutamente imprevedibile. Ad Issoudun, infatti, venne organizzata una Convention molto ambiziosa che ottenne un successo così clamoroso da provocare diversi effetti collaterali. Migliaia di persone invasero letteralmente la cittadina francese creando insormontabili problemi organizzativi e logistici. Troppa gente e, di conseguenza, troppi soldi da gestire per i soci operativi che, lavorando per pura passione, non avevano nessuna intenzione di assumersi una simile responsabilità. Da qui la decisione di sciogliere l’associazione consentendo ai delegati regionali di fondare una serie di associazioni più piccole e gestibili, da riunire in un circuito dedicato a Marcel Dadi e Chet Atkins. Ovviamente tutte le nuove associazioni avrebbero voluto ereditare la sigla ADGPA ma Robert Nephtali, il detentore dei diritti, ne impedì legalmente l’utilizzo e così, da quel momento, l’unica associazione autorizzata a chiamarsi ADGPA è diventata proprio quella italiana!
Queste vicende mi hanno portato a intensificare i contatti con Marcel ed è così che, a poco a poco, tra di noi è nata una vera, grande amicizia. Come tutti i personaggi che godono di una popolarità tale da non potersi permettere una passeggiata senza essere continuamente salutati, osservati o addirittura fermati dalla gente, Dadi aveva migliaia di sedicenti amici, ma pochissime persone alle quali era veramente affezionato. L’essere entrato a far parte di questa ristretta cerchia mi ha consentito non solo di conoscerlo meglio, ma anche di frequentare musicisti straordinari e di raccogliere le sue confidenze sui maggiori protagonisti della scena musicale, a partire proprio da quell’Eric Clapton che tanto ammiravo quando non sapevo vivere senza un’elettrica in mano.
Ho scritto diversi articoli su Marcel. Alcuni sono pubblicati integralmente sul sito dell’ADGPA alla pagina “Marcel Dadi”, accessibile dall’indice. Quelli a cui sono più affezionato sono Ricordando Marcel e Marcel Dadi sei anni dopo. Consiglio a tutti di leggerli, perché aiutano a capire meglio la dimensione umana e artistica del personaggio: l’unico chitarrista fingerstyle al mondo al quale è stato dedicato addirittura un Conservatorio. Mi rendo conto che, per chi non conosce la sua storia, sia difficile credere che un chitarrista acustico possa aver conosciuto simile successo anche presso il grande pubblico, ma erano altri tempi, e la sua visibilità era in continua crescita grazie alle riviste e agli spettacoli televisivi di cui era spesso ospite.

Marino-VignaliQuali sono i prossimi progetti dell’ADGPA?
Nel corso degli anni, alle Convention annuali si sono spesso affiancate altre manifestazioni, il Dadi Guitar Festival di Milano su tutti, ma da un certo momento in avanti il consiglio direttivo dell’associazione ha deciso di dedicarsi soprattutto alla Convention. Dopo le prime manifestazioni di Torino, la Convention si è trasferita nel 1996 a Soave, trasformando la già esistente Rassegna nazionale della chitarra elettrica ed acustica da collezione in un vero e proprio Festival, grazie all’apporto di una valanga di musicisti: Marcel Dadi, Ed Gerhard, Michel Gentils, Donovan Mixon, Soham, Ricky Portera, Pietro Nobile, Walter Lupi, Claudio Tuma, Paolo Giordano, Fabio Lossani, Thierry Zins e l’indimenticabile Rodolfo Maltese. Dopo qualche anno trascorso a Soave è stata la volta di Sarzana, dove la Convention è rimasta sino al 2005. L’ottimo rapporto stabilitosi con l’Armadillo Club, l’équipe organizzatrice del Meeting di Sarzana, ci ha comunque indotto a non abbandonare questa manifestazione anche quando, nel 2006, seguendo le sollecitazioni di Alberto Grollo, abbiamo deciso di ritornare totalmente autonomi, dando vita a una nuova realtà chiamata Guitar International Rendez-Vous, la cui prima edizione è coincisa con la XIII Convention internazionale e la III edizione del Dadi Guitar Festival. Da allora sono passati ben dieci anni e la manifestazione ha raggiunto la piena maturità, grazie alla stabilità delle location di Pieve di Soligo e Conegliano e alla nascita di un gruppo veneto, capitanato da Alberto Grollo, che ha affiancato i soci operativi dell’ADGPA, creando una squadra compatta ed efficiente legata da fortissimi rapporti di amicizia.

Perché non avete sempre gestito in proprio la Convention ?
Il motivo è semplice. Nessuno dei soci fondatori e operativi vive di musica. Le uniche eccezioni sono Pietro Nobile che, però, non ha mai fatto parte del consiglio direttivo, e il nostro fantastico segretario, Sandro Nola, che è un insegnante di chitarra, ma che non ha dischi o concerti da promuovere. Gli altri sono avvocati, medici, direttori di banca, impiegati ecc. Da questo deriva che nessuno di noi ha mai guadagnato denaro dalle attività dell’ADGPA. Lavorare per pura passione (rimettendoci spesso tempo e denaro) non invoglia, comprensibilmente, ad assumersi le incombenze derivanti dalla gestione economica delle manifestazioni. Perciò in passato abbiamo lasciato volentieri agli organizzatori di Soave e Sarzana questi compiti. La decisione di ritornare autonomi è conseguenza diretta del desiderio di non avere interferenze nelle scelte logistiche e artistiche, anche se, è doveroso precisarlo, Alessio Ambrosi non ci ha mai condizionato in nessun modo, tanto è vero che il nostro rapporto con l’Acoustic Guitar Meeting è sempre stato ottimale e non si è mai interrotto. Semplicemente la nostra Convention aveva delle caratteristiche poco compatibili con il gran numero di eventi che caratterizzava la manifestazione di Sarzana.
Tornando alla questione legata alla gestione economica del Guitar International Rendez-Vous, è bene specificare che questa è comunque sempre lasciata a un’altra associazione, che si limita a reinvestire gli eventuali proventi nelle edizioni successive. Anche in questo caso non c’è nessuna ricerca del guadagno, tanto è vero che, quando vi sono stati utili appena rilevanti, non si è esitato a donarli in beneficienza ad associazioni come, ad esempio, quella per la lotta contro i tumori di Renzo e Pia Fiorot. L’assenza di interesse per la riuscita economica della manifestazione rappresenta un pregio e un limite al tempo stesso. Con tutte le conoscenze e le relazioni internazionali che abbiamo, infatti, basterebbero due o tre persone disposte a dedicarsi professionalmente al Guitar International Rendez-Vous per farlo crescere in modo molto rilevante; ma trasformando la passione in un lavoro, non è detto che si riesca a mantenere intatto l’entusiasmo iniziale e quindi…
Riprendendo il discorso iniziale, si può dire, sintetizzando al massimo, che le caratteristiche peculiari dell’ADGPA sono cinque: 1) il carattere internazionale dell’associazione; 2) la struttura delle sue manifestazioni, che prevede l’assenza di eventi in simultanea per favorire il coinvolgimento e il relax dei partecipanti; 3) la rotazione sistematica dei musicisti e la continua ricerca di nuovi talenti di statura internazionale da presentare al pubblico italiano; 4) il “Salone della liuteria” con il Premio al liutaio dell’anno; 5) il Premio al miglior chitarrista emergente. Soprattutto quest’ultimo Premio ha acquistato nel tempo sempre più importanza e prestigio, grazie al gemellaggio con il Festival Guitare di Issoudun. Il vincitore del nostro concorso, infatti, oltre a ottenere il diritto di aprire la successiva edizione del Guitar International Rendez-Vous, conquista la possibilità di suonare al mitico festival francese: una manifestazione che, nel corso delle sue ventisette edizioni, ha ospitato praticamente tutti i più grandi chitarristi del mondo. Quest’anno, tra l’altro, grazie al sostegno della Banca delle Prealpi, le possibilità di vincere il Premio si sono sensibilmente ampliate, come è intuibile leggendo il regolamento che si trova sul nostro sito.

Sei una prima firma, da molti anni, di Guitar Club: come vedi la situazione dell’editoria legata alla musica nel nostro paese?
Il primo articolo scritto per Guitar Club, annunciato da una bellissima copertina raffigurante Marcel Dadi e Chet Atkins con una copia della rivista in mano, risale al 1991. Prima di allora ero un semplice lettore della rivista, che ho iniziato ad acquistare sin dal numero d’esordio. Con il passare degli anni Guitar Club, grazie all’attenta conduzione di Marco E. Nobili prima e Rossana Pasturenzi poi, è riuscita a diventare un prodotto praticamente perfetto, grazie anche alla collaborazione di grandi musicisti, all’elevato numero di pagine e alla elegante rilegatura. La presenza in edicola di ottime testate rivali come Chitarre e Axe, poi, ha rappresentato un continuo stimolo a tenere alto il livello degli articoli e delle trascrizioni. L’avvento di Internet, e lo sconfinato numero di informazioni che si possono trovare gratuitamente in rete, ha però inevitabilmente modificato la situazione, ponendo in un gravissimo stato di crisi tutte le riviste di settore. Come collaboratore storico della testata dovrei essere felice del fatto che Guitar Club, grazie alla qualità dei suoi contenuti, sia riuscita a superare tutte le difficoltà, rimanendo praticamente l’unica rivista specializzata con numeri di vendita in edicola tali da garantirne la sopravvivenza, ma non lo sono del tutto. Persino il suo direttore responsabile, la tenace e appassionata Rossana Pasturenzi, non lo è. Chi vuole veramente bene al nostro strumento, infatti, sogna edicole zeppe di testate dedicate alla musica che amiamo, perché la concorrenza fa comunque bene e perché, malgrado Internet, il piacere di sfogliare una rivista è davvero ineguagliabile.
Per questo la coraggiosa decisione di dare una versione cartacea a Chitarra Acustica è da ritenersi assolutamente condivisibile. Anche perché non bisogna trascurare il lato collezionistico dell’operazione. Io, ad esempio, che conservo l’intera collezione di Guitar Club, un vero e proprio muro di riviste che continua a espandersi, come potrei rinunciare a collezionare anche una testata che contiene, senza nulla togliere a tutti gli altri collaboratori, articoli scritti da un gigante del giornalismo come Andrea Carpi?!

Parliamo un po’ della tua collezione di chitarre? Si raccontano cose fantastiche…
In realtà non si può parlare di una collezione nel vero senso della parola, perché di solito una collezione si sviluppa intorno a un tema preciso. Io invece mi sono limitato ad acquistare tutte le chitarre che, di volta in volta, mi hanno regalato delle emozioni, e questo a prescindere da una loro possibile utilizzazione. Sono anni, ad esempio, che non suono più le solid body ma, naturalmente, ne ho diverse, con una spiccata predilezione per le Fender, Strato e Tele in testa. Ho anche molte chitarre jazz, tra le quali si può trovare qualche pezzo unico o comunque raro. Posseggo inoltre dei modelli custom shop, qualche prototipo (tra i quali uno a dir poco affascinante di Roberto Fontanot), qualche classica, una resofonica, due o tre 12 corde e, ovviamente, diverse acustiche. Non mancano una chitarra arpa di Luigi Rovatti, premiata all’esposizione di Torino del 1890, o una Ramirez amplificata modello ‘Marcel Dadi’ top di gamma: è la prima Ramirez amplificata a spalla mancante mai costruita. Tra le acustiche le mie preferite sono una Taylor 914 Custom Shop e una rarissima Ovation ‘Glenn Campbell’, resa unica dalla dedica presente sulla cassa: “À mon ami Marino. Marcel Dadi». È la stessa dedica che Chet Atkins aveva scritto in inglese sulla cassa dell’Adamas bianca di Marcel, e che quest’ultimo ha voluto replicare sulla mia chitarra a suggello della nostra amicizia.

Di recente hai aggiunto un pezzo davvero ‘importante’ alla collezione, una splendida doppio manico di liuteria: che chitarra è?
È uno strumento di altissimo livello, costruito da Carlos Michelutti con la rilevante collaborazione del figlio Francesco. È qualcosa di più di una chitarra e si è quindi meritata un nome: Maggie.

MAGGIE-1

Come è nato il progetto di uno strumento così particolare?
Dalla necessità di risolvere un problema non da poco. Svolgendo l’impegnativa professione di avvocato penalista, mi rimane davvero poco tempo da dedicare alla musica. Mi capita quindi spesso di passare intere settimane senza riuscire a imbracciare lo strumento. Inevitabilmente questo porta a un indebolimento delle mani, che si stancano velocemente e si trovano in seria difficoltà quando l’action è alta o la scalatura è superiore a .011. All’inizio, per cercare di superare questi limiti, ho pensato di farmi costruire una chitarra dalla cassa generosa, al fine di ottenere una buona sonorità anche utilizzando corde sottili. Riflettendoci bene, però, mi sono reso conto che, con una cassa enorme, lo strumento sarebbe inevitabilmente apparso un po’ sgraziato; con l’aggiunta di un altro manico invece…
Ho esposto le mie idee a Carlos Michelutti per chiedergli se le riteneva plausibili e, soprattutto, se se la sentiva di dedicarsi a un progetto così impegnativo. Una volta preso atto del fatto che non intendevo mettere limiti di nessun tipo al suo lavoro, Carlos ha iniziato ad affezionarsi al progetto e così, di rilancio in rilancio, ha costruito insieme al figlio un capolavoro assoluto; una vera e propria opera d’arte, decorata in ogni sua parte e concepita per essere al top sotto tutti i profili: sonoro, estetico ed ergonomico.
La tavola, in abete rosso della Val di Fiemme, è composta da soli due pezzi nonostante la larghezza dello strumento. Le fasce e il fondo sono in palissandro del Madagascar, la tastiera in ebano del Gabon. I manici, ricavati dallo stesso blocco di legno, sono in cedrella profumata, con truss rod a doppia action; i ponti sono in ebano del Gabon e la filettatura in acero fiammato canadese. I manici poi sono incastrati al corpo tramite la tradizionale coda di rondine e tutti i legni utilizzati sono stati tagliati radialmente. Le palette sono di tipo finestrato per alleggerire il peso delle teste e rendere la chitarra perfettamente bilanciata. Le meccaniche sono Rubner tedesche costruite a mano, su ordinazione, e ulteriormente impreziosite con delle palline di legno poste sotto le chiavette. Lo strumento è verniciato alla nitro e l’amplificazione è K&K. I magnifici intarsi che ornano i due manici sono stati eseguiti senza l’aiuto delle macchine, intagliando a mano ogni singolo pezzetto degli ‘alberi della vita’. In tutte le zone dello strumento sono presenti fiori e altri elementi ornamentali, compresi i ponti, le palette e le parti posteriori dei manici e del fondo. Nella parte bassa centrale della tavola, infine, Carlos, per farmi una sorpresa, ha voluto incastonare le mie iniziali in oro a 24 carati. In considerazione dell’ingombro dello strumento, i Michelutti hanno deciso di piegare leggermente la tavola armonica per offrire un appoggio ergonomico al braccio, che consenta di evitare l’insorgenza di problemi circolatori. La piega, pur essendo praticamente invisibile a una vista anteriore dello strumento, è estremamente utile ed efficace.

Maggie-palette
Il suono emesso dalla 18 corde, come previsto, è potentissimo grazie alle dimensioni della cassa, che rendono del tutto inutile l’utilizzo di mute dal calibro pesante. Utilizzando la sezione a 6 corde, il bilanciamento tra bassi e acuti è perfetto e rende lo strumento adatto a qualsiasi genere musicale, mentre quella a 12 corde produce un sound veramente ‘esagerato’.

Come dice Jackson Browne: «Il numero giusto di chitarre? Ancora una!» Sei d’accordo?
Non sono davvero la persona più indicata per dare torto a Jackson sul punto, ma quando si ama non si pensa ad altro che all’oggetto dei propri desideri e in questo momento, inutile negarlo, sono follemente innamorato di Maggie. Se vuoi, però, puoi tentare di riformulare la domanda sostituendola con una più subdola: «Ma l’amore dura per sempre?»

Mario Giovannini

 

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