Quando hai una chitarra davanti: audiofilia involontaria

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(di Daniele Bazzani) – Il titolo potrebbe includere uno strumento diverso, una batteria, un clarinetto, ma io suono la chitarra e le persone che mi trovo davanti ascoltano quella. Proverò a collegare diversi temi, lontani o vicini fra loro, decidetelo voi. Parte tutto dalla considerazione racchiusa nel titolo: avete mai avuto ‘di fronte’ a voi, soli nella stanza, un musicista che suona il proprio strumento e voi ci siete davanti? Non ci sono spettatori a coprirvi da una fila di sedie prima della vostra, non c’è rumore di fondo, non c’è impianto di amplificazione posto qualche metro di lato e che cambia radicalmente il suono ‘reale’ dello strumento. Potete ascoltare il musicista respirare nelle pause, il suono del suo piede che batte a terra, se lo muove mentre suona, le dita che scorrono sulla tastiera, le unghie che carezzano le corde, i colori infiniti dello strumento che ha fra le mani; parlo ovviamente di un musicista che sia abituato a suonare chitarre di qualità in modo dignitoso. Se mettete una Formula Uno in mano mia, che al massimo vado a 130 in autostrada, state sicuri che non vi farò vedere le potenzialità della vettura, sempre che riesca a partire e a non schiantarmi dopo pochi metri…

Lezione di chitarra allo Yatima Group Orphanag di Dar es Salaam in Tanzania (fonte: Wikimedia)
Lezione di chitarra allo Yatima Group Orphanag di Dar es Salaam in Tanzania (fonte: Wikimedia)

Lo chiedo, in maniera anche retorica, a chi legge, perché si faccia la domanda, e magari lo chieda ad amici. Perché molti di noi, quasi mai nella vita, hanno avuto modo di assistere a una ‘vera’ performance – di alto livello – di persona, con le proprie orecchie, senza nulla che si possa interporre fra la fonte sonora e l’ascoltatore, arrivando così all’essenza della musica e dell’esecuzione, in quella posizione privilegiata; perché chi è davanti al musicista lo ascolta forse meglio del musicista stesso, ricevendo in pieno le vibrazioni proiettate, in questo caso dalla chitarra, ma da qualunque altro strumento si prenda in considerazione. Pensateci, forse non vi è mai capitato.
Lo dico perché da diversi anni a questa parte – da quando ho intrapreso la carriera di musicista acustico, dopo aver suonato per molti anni amplificato con una chitarra elettrica, su palchi a loro volta carichi di energia e volume dovuto sia agli altri strumenti che all’impianto del locale di turno – da diversi anni, dicevo, ho iniziato a far caso alle espressioni di chi siede di fronte a me, anche se all’inizio non lo avevo notato.

La maggior parte di quelli che mi capitano davanti sono miei studenti, quindi abituati a sentire musica, anche suonata da me, seppure io non sia di quelli che passano la lezione a suonare per far vedere quanto sia bravo o meno; ho molte cose da dire e devo usare bene il tempo che ho a disposizione. Nel tempo però, anche se di rado, mi è capitato di avere di fronte appassionati, amici musicisti e non, che mi chiedono di suonare qualcosa, spesso in un ambiente informale come una casa, con il silenzio intorno. Qualcuno mi ha confidato la piacevole sensazione data dall’ascolto ‘inusuale’, ma per altri basta notare l’espressione del viso, la sorpresa mista ad emozione nell’ascoltare qualcosa di nuovo, di diverso, non necessariamente legato alla qualità di ciò che suono io, ma al fatto di essere investiti da ‘aria che si muove’; ma non è semplice vento, è qualcosa di diverso.
È l’aria generata nella cassa armonica della chitarra; non è neanche ‘aria’, ma è forse più romantico definirla così, abbinandola a un vero e proprio fenomeno atmosferico. Le corde che vibrano, le vibrazioni che muovono il legno e che vengono poi amplificate dalla cassa armonica, per essere poi spinte fuori sotto forma di note, verso il mondo esterno e quindi verso l’ascoltatore, che le riceve e le codifica a seconda delle proprie esperienze, del proprio modo di sentire. Uno strumento, ascoltato davvero, è molto diverso da quello che molti credono. È un pezzo di mondo che si muove: è vibrante, tagliente, caldo e appassionato, o freddo e chirurgico, è sinuoso o violento, è rumoroso o sussurrante. È tutto questo e molto di più, perché poi c’è la musica prodotta, fatta di note e silenzi, di ritmo e di pause, di respiri e di pensieri, di interpretazione e di rilassatezza. E molto di più.
La somma degli elementi si condensa in una singola espressione, una tensione che si distende sul viso di chi ascolta: sei rapito da un’esecuzione che ti costringe a stare in silenzio, non puoi mettere in pausa, non cambi brano, non ti alzi per rispetto o per educazione, non ti muovi e se lo fai sono gesti lenti e attenti a non provocare rumori. È un’esperienza molto diversa da quella che caratterizza ormai ogni fruizione che abbiamo della musica.
La ‘musica’. Anni fa mi sono trovato in una stanza piena di gente, con un pianoforte a coda; una concertista che gira il mondo suonando, a un certo punto si siede al piano e inizia a suonare. I presenti si ammutoliscono, la musica riempie la stanza, la dinamica dell’esecutore riprodotta dallo strumento è impressionante: un pianoforte così grande può suonare davvero forte. L’aria si muove, le pareti tremano, il soffitto sembra stia per volare via nel momento di maggior intensità del brano; sembra di essere su una nave nel mare in tempesta, non mi era mai capitato e lo ricorderò a lungo. La musica termina e tutto torna alla normalità, ma quella stanza, quelle persone, hanno vissuto un’esperienza comune che in un modo o nell’altro le lega per alcuni minuti; si fa fatica anche solo a riprendere un qualsiasi discorso.

Perché nel titolo ho citato l’audiofilia, si starà chiedendo qualcuno. Perché il mondo in cui viviamo non ci priva solo dell’ascolto di uno strumento faccia a faccia – quando si va a un concerto c’è una bellissima emozione, ma non è la stessa cosa – siamo privati, ormai tutti, tranne pochi, delle necessità basilari nell’ascolto della musica: dei miseri file MP3 riprodotti da un paio di cuffie da pochi euro o da casse del PC, ‘non sono’ musica. È come guardare un bel film dal buco di una serratura, o un quadro dietro una tenda. La musica, se riprodotta in modo decente, è un’altra cosa. Non è come carezzare un amante coperto da un pesante scafandro… E non dovremmo ascoltarla ‘mentre facciamo altro’.
Anni fa un amico, appassionato divoratore di musica e conoscitore di tantissimi artisti a me sconosciuti, mi chiese di poter ascoltare un disco dei miei, appena arrivato via posta, un vinile in versione 200 grammi di Nick Drake, l’ultimo prima della sua prematura scomparsa, Pink Moon. Era un disco che lui conosceva bene, ma voleva ascoltare il vinile, così, per curiosità. Misi su la title track e lo osservai: restò in silenzio per la durata del primo, breve brano; alla fine mi guardò con una faccia interdetta e disse: «Ma Nick Drake aveva questa voce?» Gli chiesi perché facesse quella domanda, essendo il cantautore inglese uno dei suoi artisti preferiti, e rispose che non aveva idea che quello stesso disco da lui ascoltato tante volte potesse suonare così diverso, su un impianto comunque modesto come il mio. Avevo appena ricomprato dei pezzi usati: un giradischi, un vecchio amplificatore inglese, un paio di casse; è ancora il mio stereo di casa. Niente di che, ma la differenza fra questo e due casse da computer non è abissale, è di più.
Ricordo che in quel periodo, appena ricomprato il giradischi, ho avuto modo di riascoltare i vinili con cui sono cresciuto e che non ascoltavo da anni, perché il mio primo piatto si era rotto tempo prima. Misi su Brothers and Sisters degli Allman Brothers, in particolare il brano “Jessica” che ho sempre amato, e mi sono ritrovato a saltare per casa come uno scemo, capendo perché, da bambino, decisi di fare questo lavoro. È un’emozione che ti prende allo stomaco, non è spiegabile in altro modo, se non con un esempio apparentemente insignificante.

Non siamo più abituati ad ascoltare davvero: i riproduttori di musica che la maggior parte delle persone impiega sono destinati a un utilizzo che li priva delle caratteristiche fondamentali necessarie per un buon ascolto; è vero che le cuffie un po’ aiutano rispetto a casse scadenti, ma parliamo sempre di mondi lontani.
Non sono di quei pazzi che sostengono che bisogna spendere milioni di euro per ascoltare un disco: da musicista mi attacco a qualsiasi incisione, anche la più frusciante e rovinata, se mi permette di ascoltare qualcosa di cui ‘ho bisogno’. Ma ho anche capito che posso godere della musica con un piccolo sforzo: se per mangiare bene andiamo da chi sa cucinare, perché non ‘cucinare’ noi stessi qualcosa potendolo fare?

So bene che il miglior impianto stereo del mondo non potrà mai sostituirsi al musicista: vi è mai capitato di vedere una persona solo in fotografia o in video, e poi trovarvela davanti? Avete fatto caso a quanto sia diverso l’essere umano in carne e ossa? Sembra un discorso sciocco, ma non credo lo sia. Con la musica è lo stesso: un buon ascolto non potrà mai portarci ‘davanti’ al musicista, ma potrà avvicinarci a lui il più possibile. E se invece che a centinaia di metri siamo a pochi centimetri, non sarà meglio?

Daniele Bazzani

PUBBLICATOChitarra Acustica n.05/2015, pp.12-13

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