Blazer & Henkes – Chitarre dal passato

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(di Daniele Bazzani) – Se siete amanti delle belle chitarre e dovesse capitarvi di viaggiare in Germania, possibilmente in automobile, dirigetevi verso il Belgio passando non lontano da Stoccarda, perché la parte meridionale del paese, vicino alla Foresta Nera, potrebbe farvi un regalo inaspettato e sorprendente. Sarà un caso che sia così vicino alla Foresta Nera, così ricca di quel materiale, il legno, che è alla base del nostro racconto? Forse no.

Nella piccola e affascinante cittadina di Tubinga, nel centro così caratteristico fatto di piccole botteghe e negozi, con strade non invase dal cemento ma pavimentate con belle pietre a misura di essere umano, si trova uno dei luoghi più cari agli appassionati delle chitarre acustiche di pregio che vi siano al mondo, la bottega di liuteria di Rudolph Blazer e Wilhelm Henkes. Il secondo è presente nel negozio quando arrivo, è lui che tiene i contatti con il mondo esterno, è lui ad accogliermi con un sorriso gentile, una stretta di mano ferma e un invito a varcare quella soglia così desiderata.

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Ho addosso la sensazione di entrare in un luogo quasi ‘sacro’: la grande stanza in legno (poteva essere diversamente?) che è l’anticamera del laboratorio vero e proprio, ha l’odore di un luogo antico, vi si respira il legno, quello vero. Un grande tavolo, con delle sedie intorno e vecchi cataloghi e riviste di liuteria poggiate alla rinfusa, la rendono quasi un salotto. Giro gli occhi e alla mia sinistra vedo appesi strumenti che a un occhio poco esperto potrebbero sembrare ‘vecchi’, ma il vocabolo che il mio subconscio tira fuori è vintage. Vedo Martin, Gibson, Guild, mi avvicino e all’angolo ci sono una Larson e una Prairie State, chitarre che fino a oggi ho visto solo in fotografia. Non sono molte, ma di quel livello e così vecchie non potrebbero essere molte di più: appeso a quei due muri c’è un pezzo di storia del nostro strumento; alcuni direbbero ‘tutta la storia’, altro che un pezzo. Alla mia destra invece vedo pochi strumenti, ma nuovi, splendenti e meravigliosamente intarsiati, frutto del lavoro di questi due artisti (e avrò anche modo di ‘scoprire’ come suonano, benché uno fra le mie mani sia già passato). Willy è al telefono e resto da solo ad ammirare quanto ho intorno, respirando quell’odore che mi sarà concesso per un paio d’ore appena. Faccio pochi passi e mi affaccio al laboratorio, avrò modo di entrarci dopo.

Per dare un’idea di chi stiamo parlando a chi non avesse avuto modo di venire a conoscenza del loro lavoro, possiamo dire che ordinare una chitarra da questi due mastri artigiani comporta un’attesa di circa cinque anni e diversi soldi da spendere. Il forum non ufficiale della Martin è un luogo che riunisce tutti gli appassionati del mondo, e a loro due sono dedicate centinaia di pagine. Loro stessi partecipano del resto attivamente alla diffusione di informazioni, come alcune di quelle che scoprirò a breve, durante la nostra purtroppo breve chiacchierata.
La telefonata è finita e Willy si avvicina chiedendomi come possa aiutarmi. Gli spiego che sono in viaggio per dei concerti, ma mi sono fermato una notte a Tubinga proprio per il piacere di visitare quel posto così affascinante, con l’intenzione di scriverne su queste pagine. In pratica abbiamo già iniziato.

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Premessa: ho già accennato al fatto che un amico che ne ha ordinata una me l’ha fatta provare appena arrivata. Ho avuto quindi modo di toccare con mano la qualità altissima del loro lavoro, qualità che si riflette sul suono complessivo e sui minimi dettagli, sul setup dello strumento e sulla perfezione dell’oggetto. Questo per dire che sono arrivato preparato, ma essere qui è tutt’altra cosa. Non è la consueta intervista con domande e risposte, abbiamo parlato molto, lui moltissimo per fortuna: ha piacere di condividere ogni minimo aspetto del suo lavoro e inizia a parlare proprio da ciò che è alla base di tutto, il legno.

il-laboratorio_i-manici8898Scopro subito – chiedo venia, non ne avevo idea – che il legno non solo lo acquistano in posti selezionati, ma che ci sono dei calendari molto precisi che indicano quel paio di notti all’anno nelle quali deve essere tagliato: le fasi lunari sono fondamentali non solo per i liutai, ma per chiunque abbia bisogno di legno che risponda ‘esattamente’ allo scopo. Se ci serve del legno per intagliare, sarà differente da quello per costruire una casa. I molteplici usi di questo meraviglioso e vivo materiale sono tutti considerati e riportati in una tabella che si snoda lungo il corso dell’anno: due giorni in autunno sono i prescelti, quelli nei quali, una volta ogni quattro o cinque anni, comprano il legno che utilizzeranno per gli anni a venire. Si riforniscono esclusivamente da pochissime persone di cui si fidano ciecamente, quelli che ‘già sanno’ cosa e quando devono farlo, che non hanno bisogno di istruzioni.
Non so se questo già possa rendere l’idea della passione e della cura che viene messa nella realizzazione o nel restauro delle loro chitarre o di quelle vecchie; spero sia utile a capire. I miei bravi amici liutai staranno sorridendo, perché sono certo di scrivere cose a loro note da tempo. Ma io le chitarre le suono, non le costruisco, e di certi aspetti mi preoccupo davvero poco, mentre sono così interessanti. Quanto c’è sempre da scoprire!

Quello che sapevo dalla loro fama, e che Willy mi conferma, è la passione smodata per le vecchie chitarre e le loro tecniche di costruzione. In questo l’essere tedeschi li ha aiutati e lui mi spiega il perché: una tradizione molto importante di liutai tedeschi dei secoli scorsi ha portato un certo Christian Frederick Martin a varcare l’oceano e approdare negli Stati Uniti, dopo avere imparato le diverse tecniche di costruzione, esportate quindi oltreoceano. Perché tutto ciò è importante? Perché secondo Blazer e Henkes alcune caratteristiche di strumenti meravigliosi, oggi entrati nell’immaginario collettivo grazie al loro suono, non sono riproducibili con tecniche e materiali odierni. Se si vuole ‘quel’ suono, si deve costruire in ‘quel’ modo. Questo l’ho capito subito parlando con Willy, è un punto fermo dal quale non ci si sposta, e a breve scoprirò con quanta dedizione lo mettano in pratica. Ecco che per loro, quindi, venire a conoscenza di alcuni dei metodi utilizzati in passato nel loro paese, in seguito esportati negli Stati Uniti, diventa fondamentale per confrontare e capire.

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La loro esperienza nasce non solo dalla scuola di liuteria, ma dall’aver messo le mani su un numero consistente di chitarre vecchie, le cosiddette pre-war, quelle a cui tutti fanno riferimento ancora oggi quando non si cerchi di innovare e sperimentare cose del tutto nuove (ma forse anche in questi casi). I due liutai tedeschi conoscono praticamente tutto ciò che riguarda le piccole Parlor di inizio ’900 della Martin, o le L-00 della Gibson costruite fra il 1932 e il 1937; le Orchestra Model in palissandro o mogano, o le Gibson Advanced Jumbo ‘Banner’; le leggendarie Stella o le ancor più leggendarie chitarre dei Larson Brothers, i fratelli che hanno depositato il maggior numero di brevetti ancora in uso nella costruzione delle steel-string odierne. Scopro che Willy ha una vera devozione per i due visionari fratelli svedesi emigrati a Chicago: in negozio c’è, fra le altre, una Blazer & Henkes ispirata a quel vecchio marchio.

Willy non solo mi parla e mi mostra delle foto di chi e come taglia il legno che usano, ma inizia a disegnare diversi esempi di truss rod (il tirante di metallo presente nel manico di quasi tutte le chitarre odierne) spiegandomi perché non creda in quello regolabile ma in quello fisso, e perché debba essere fatto in un modo piuttosto che in un altro. Mi disegna in cinque minuti i tiranti delle Gibson, delle Martin e di altri modelli elencandone le differenze; capisco da piccoli dettagli che la conoscenza che quest’uomo ha del suo lavoro è immensa. Il tirante secondo lui deve essere fatto a T se in metallo, e di sezione quadrata se in fibra di carbonio (da qualche fotografia si riesce a vedere la precisione e la bellezza del lavoro). Per far capire la meticolosità del lavoro, mi specifica che di base utilizzano un tirante di carbonio con le stesse misure di quello che montavano in ebano le Martin del periodo della guerra. A questo però possono sostituire una barra a T di acciaio, un tirante a V di acero come le vecchie Gibson, o l’originale Martin in ebano. Questo mostra quanta attenzione ci sia in ogni momento della costruzione.

Come dicevo poco sopra, la ricerca e l’esperienza maturata in decenni di professione hanno portato in loro una convinzione legata all’utilizzo di legni, colle, tiranti, incatenatura e via dicendo, punti fermi dai quali oramai cercano di non staccarsi e su cui fondano il loro lavoro, che però – a differenza di quanto si potrebbe pensare – è di ricerca continua. Sono infatti appassionati di vecchi strumenti, ma li conoscono così bene da aver capito che alcune delle loro caratteristiche, ove possibile, si possono miscelare con altre, per fornire la miglior resa possibile. Faccio un esempio: le vecchie Gibson avevano il truss rod regolabile, che loro non usano. Che succede se un cliente chiede una replica di uno di quegli strumenti? Willy mi sorride e mi dice che è un’ottima domanda, una di quelle cose che hanno dovuto affrontare nel tempo. La soluzione di solito è quella di parlare con il cliente, spiegare perché loro farebbero in un certo modo, e lasciare poi decidere a lui. Loro però cercano di insistere sul fatto che la resa è migliore anche se ci si discosta dall’originale. Perché questo è un punto importante? Perché di solito chi è legato alle tradizioni non si sposta di un millimetro, diventa radicale e non vede e sente altro. Loro invece hanno delle menti brillanti, fervide, appassionate ma non ‘talebane’, e se capiscono che possono fare meglio, lo fanno. Ecco che allora scopro che le loro chitarre sono repliche molto accurate per quanto riguarda la parte esterna, ma all’interno presentano una combinazione di diversi elementi che hanno come unico fine la miglior resa sonora possibile: un esempio di artigianato misto a sperimentazione fra i più eccelsi che ci sia in giro. Non è un caso che in tutto il mondo si faccia la fila per avere un loro strumento.

i-truss-rod_8913Facciamo una pausa, perché ho bisogno di suonare qualcosa in quella stanza! A portata di mano ho le ‘vecchiette’ e parto da quelle. Inutile stare a cercare di spiegare le sensazioni che si provano a suonare una Gibson del 1944 o una Martin di quegli stessi anni. Ci sono poi strumenti loro e altri in riparazione o vendita per conto di clienti. Chi ama queste chitarre sa bene che comprare da loro sarà comunque una garanzia. Mentre non sono rimasto particolarmente colpito da quella Larson che lui praticamente venera. Una delle più belle sorprese – non che non lo sapessi già – viene provando una loro chitarra nuova, copia almeno in apparenza di una bellissima Martin: oltre alla regolazione perfetta, ho modo di verificare come la chitarra suoni in maniera eccellente in ogni punto del manico; il suono è pieno di armoniche e ricco di bassi, medioso al punto giusto e con i cantini in bella evidenza. Smetto di suonarla solo perché devo ancora finire il lavoro e ho diverse curiosità da soddisfare.

dsc08901Mentre parliamo passiamo nel laboratorio. Le enormi finestre hanno i due banchi di lavoro posizionati proprio davanti, in piena luce. Sulla sinistra, una dozzina di corpi di diverse misure sono appesi, alcuni verniciati altri no; e sul tavolo sottostante, i relativi manici. Scopro che lui, Willy, si occupa solo di questi ultimi, mentre Rudi, che oggi non ho il piacere di incontrare, costruisce interamente e rifinisce i corpi: il lavoro fra i due è totalmente diviso in fase di costruzione.
Inutile dire che ogni passaggio è rigorosamente realizzato a mano. Willy mi mostra come, con l’utilizzo di uno spago avvolto intorno al corpo della chitarra, si tenga stretto l’intarsio in fase di assemblaggio (anche se ‘assemblaggio’ fa un po’ troppo Ikea, mi sa…). Prende un paio di manici diversi fra loro e mi mostra i due tipi di barra che utilizzano. Ogni pezzo sembra costruito da una macchina infallibile, tutto si incastra alla perfezione già prima del montaggio finale, non c’è una sbavatura neanche a pagarla oro. Mi fa vedere come un manico andrà ad incastrarsi con il corpo relativo, mi mostra un paio di dettagli, ma faccio fatica anche solo a chiedere delle spiegazioni: mi piace già solo stare lì a respirare il profumo del legno.

Una dozzina di chitarre all’anno, quelle attaccate al muro sono probabilmente il lavoro di questa stagione. La cura e l’amore che viene messo in tutto ciò che mi circonda è palpabile, tangibile. Devo dire che ho provato sensazioni simili in diverse botteghe di liutai italiani, non mi serviva un viaggio in Germania per sapere quanta dedizione serva per mettere insieme tutti quei pezzi così importanti. Ma oggi è una visita davvero speciale.

Torniamo nella sala di ingresso e Willy mi fa provare un’altra delle loro chitarre; questo contribuisce a lasciarmi addosso una bella emozione, molto particolare: nonostante abbia suonato anche se brevemente diverse delle meravigliose chitarre vintage appese a quel muro, le B&H sono fra quelle che mi hanno maggiormente colpito. Non voglio dire che suonino ‘meglio’ o chissà cosa, ma la qualità dei loro strumenti è talmente elevata che non sfigurano di fronte ai giganti del suono. Chi mi conosce o conosce quelle chitarre sa di cosa parlo. Lo ritengo un complimento che non mi sarei aspettato di fare, se devo essere sincero.
Purtroppo un’altra città mi attende e devo andarmene. Lo faccio a malincuore, sapendo che non sarà semplice tornare qui, circondato da tanta di quella bellezza che ho imparato ad apprezzare in molti anni di lavoro e passione. Ci salutiamo come due amici, anche se in realtà ci siamo appena incontrati. Con la speranza, chissà…

Daniele Bazzani

 

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