Se il buongiorno si vede dal mattino

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(di Daniele Bazzani) – Qualche tempo fa mi è venuta la curiosità di andare a cercare i dischi di esordio di artisti più o meno noti, andando a vedere quale canzone avessero messo in apertura, dando così il via alla loro carriera. Non deve essere stata una scelta facile, forse è stata inconsapevole, perché molti di loro non potevano immaginare il segno che avrebbero lasciato. Ma personalmente, dopo diversi dischi pubblicati con formazioni varie, so bene che dilemma sia quello di «e come diavolo iniziamo?».

È simile, per certi versi, alla compilazione di una scaletta di concerto: scegliere il brano con cui iniziare è sempre molto complicato, perché da come apri dipende anche il proseguimento dello show. Oppure sei talmente bravo che come parti parti, fa poca differenza.
Un discografico molti anni fa mi disse che, in fase di scelta dei singoli radiofonici relativi a un album, il brano più importante non si faceva uscire per primo ma per secondo. Non so se fosse una sua scelta o una cosa che facessero tutti, certo è che oggi quella tipologia di lavoro è praticamente scomparsa e il problema è relativo. Non so neanche come sia cambiato il tutto dall’avvento del CD: un tempo si doveva scegliere come aprire e come chiudere – altro grande dilemma – sia la prima che la seconda facciata del vinile; il CD ha eliminato metà del problema… rendendo forse ancora più difficile la compilazione. Compilazione che non pensiamo possa essere così importante per gli altri, ma cerchiamo di immaginare cosa succede se siamo membri dei Police, dei Led Zeppelin o dei Doors: il primo brano del nostro primo disco sarà un pezzo di storia…

La maggior parte dei grandi gruppi o artisti solisti sono partiti a mille: quando hai ‘quel tipo’ di talento, ce l’hai da subito; anzi, da fresco è ancora meglio. Non è una regola assoluta – alcuni grandissimi non fanno parte del gioco che segue – ma ho avuto delle belle sorprese e delle splendide conferme. È interessante notare, per come la vedo io, quanto il primo brano del primo disco di un artista a volte sia del tutto attinente a quella che è stata poi la sua carriera; e di come alcuni si siano invece evoluti. Ci sono band che avevano già tutto da subito, sia il sound che la scrittura dei brani, e band che hanno subìto profonde trasformazioni negli anni. Per alcuni si è trattato di un flash: non hanno più prodotto materiale all’altezza dell’esordio; per altri si è trattato di accendere una luce che non si è più spenta.
Inoltre non mi interessa soltanto il brano, ma tutto il disco: in alcuni casi gli album di esordio sono pietre miliari.

Quindi mi sono messo a cercare. Ho pubblicato un post su Facebook, chiedendo aiuto agli amici che ricordavano di sicuro cose che a me sarebbero sfuggite, ed ecco quale risultato ho ottenuto. Provo a commentare brevemente per non elencare in maniera sterile.

Mi piace iniziare da uno degli artisti che amo di più, perché forse molti neanche lo conoscono o non sanno cosa ha fatto davvero nella sua straordinaria carriera. Tom Waits con la sua “Ol’ 55” – ripresa nientemeno che dagli Eagles sul loro terzo album On the Border (1974) – apriva quel capolavoro assoluto che è Closing Time (1973): in questo caso il disco è meraviglioso, importantissimo, pieno di gemme nascoste ai più (si può comprarlo, però!) ed è solo il preludio di una carriera che lo porterà lontanissimo dai suoni e dai contenuti di quell’esordio; basti pensare a un lavoro come Rain Dogs (1985), venuto molti anni e diversi dischi dopo. Ma non mi dilungo per non perdere tempo.

Di seguito cito un artista e una band che mi hanno influenzato profondamente, i secondi pesantemente influenzati dal primo. J.J. Cale esordisce con un capolavoro del calibro di Naturally (1971), la cui traccia di apertura è “Call Me the Breeze”, divenuta un cavallo di battaglia di artisti come i Lynyrd Skynyrd. Chi conosce Cale sa bene quanto il suono degli inglesi Dire Straits paghi un tributo al suo, e il primo album di questi ultimi, senza dubbio il loro miglior disco, l’omonimo Dire Straits (1978), inizia con “Down to the Waterline”, brano con il quale stabilirono subito chi erano e cosa facessero.

A proposito di artisti immensi e spesso ancora sottovalutati, come non ricordare Nick Drake, il suo capolavoro Five Leaves Left (1969) e la meravigliosa “Time Has Told Me” che lo apre? Certo che, se la prima volta che entriamo in sala ne usciamo così, buona camicia a tutti.

Non sono esterofilo e metto in cima a questa lista un artista che, se fosse stato americano, sarebbe su tutti i libri di storia della musica, e invece – purtroppo – è solo sui nostri: Pino Daniele cantava “Napule è” come primo brano di quel disco senza tempo che è Terra Mia (1977), peccato per i non italiani che non sanno.

E che dire dei sopra citati Eagles che con una ‘canzoncina’ come “Take It Easy” davano il via alle loro danze con l’omonimo Eagles (1972)?

Non si vive di soli cantautori, non quelli tradizionali almeno, quindi come non citare il leggendario Stevie Ray Vaughan e la sua “Love Struck Baby” in apertura dell’altrettanto leggendario Texas Flood (1983), disco che ha cambiato la storia del blues moderno? Perché lui, come uno dei suoi maestri, Jimi Hendrix, saranno sempre ricordati come chitarristi, ma noi sappiamo bene quanto la scrittura li abbia consacrati: senza quella sarebbero stati molto più normali. Are You Experienced (1967) di Hendrix, nella versione americana e canadese, si apre infatti con “Purple Haze”: ogni commento credo sia superfluo.

Ho sempre amato i Police e il loro sound meraviglioso: l’energia che contraddistingue la quasi punk “Next to You” con cui parte Outlandos D’Amour (1978) è una delle cose che difficilmente si scordano una volta incontrate. E quanto punk c’è, pur essendoci così tanto altro! Con un solo brano dimostrarono la loro grandezza, il sapersi calare nel loro tempo pur anticipando gli anni a venire, band geniale.

Pensando alla fine degli anni ’60, periodo in cui sono successe cose ‘definitive’, i Doors aprivano con il potente riff di “Break On Through” l’omonimo The Doors (1967), i Led Zeppelin con l’altrettanto potente “Good Times Bad Times” aprivano l’altrettanto omonimo Led Zeppelin, dando inizio non solo alla loro carriera, ma a un sacco di altre cose. Come CSN che con “Suite: Judy Blue Eyes” aprivano il lato A di Crosby, Stills & Nash (1969).

La breve ma intensa storia dei Cream vede l’affascinante “I Feel Free” in apertura dell’edizione statunitense di Fresh Cream (1966) e ci fa capire come un trio rock fra i più potenti della storia potesse avere sfumature assai diverse, visto che la scelta cadde su una canzone che cominciava con le sole voci, come fosse un gospel, più che un brano rock.

Quattro ventenni di Liverpool detti The Beatles davano una spallata al mondo intero con il R’n’R di “I Saw Her Standing There” da Please Please Me (1963), mentre il neo premio Nobel per la letteratura Bob Dylan si limitava alla divertente “You’re No Good” sul disco che portava il suo nome (1962), non facendo ancora capire quanto lontano sarebbe arrivato.

Tornando in Italia, il nostro Fabrizio De André con la sua “Preghiera in gennaio” dedicata a Luigi Tenco metteva in ordine i brani del primo album ufficiale Volume 1 (1967), mentre Lucio Battisti (1969), che in realtà aveva già visto sue cose pubblicate anche da altri, sceglieva “Un’avventura” per il primo lavoro a suo nome (1969). E anche qui, «a sta’ zitto ho già detto tutto», come diceva Benigni.

Citando grandi songwriter in ordine sparso troviamo: Van Morrison che con “Brown Eyed Girl” apriva Blowin’ Your Mind! (1967); Leonard Cohen che sceglieva “Suzanne” come inizio di Songs of Leonard Cohen (1967); Billy Joel che piazzava il suo gioiello “She’s Got a Way” su Cold Spring Harbor (1971).

Joe Cocker si presentava al mondo con (la non sua) “Feelin’ Alright” su With a Little Help from My Friends (1969), mentre i Queen sceglievano “Keep Yourself Alive” su Queen (1973).

Cambiando genere e andando a ritroso nel tempo, troviamo Bo Diddley nel trittico a suo nome – nome, canzone, album (1958), la megalomania fatta persona –, Little Richard che con “Tutti Frutti” si candidava al trono di re del rock’n’roll su Here’s Little Richard (1957), e il mitico Freddie King, uno dei più grandi bluesman di sempre, che metteva la celebre “Hideaway”, oggi strumentale cavallo di battaglia dei chitarristi blues di tutto il pianeta, al primo posto del suo primo album strumentale Let’s Hide Away and Dance Away (1961).

Più vicini a noi ci sono stati esordi strepitosi: Jeff Buckley scelse la struggente “Mojo Pin” su uno dei dischi più belli degli anni ’90 che risponde al titolo di Grace (1994); Norah Jones cantava “Don’t Know Why” su Come Away With Me (2002), mentre la compianta e geniale Amy Winehouse ci regalava la sua “Stronger than Me” su Frank (2003).

In Italia, in tempi diversi, Francesco De Gregori dava ad “Alice” la posizione d’onore su Alice non lo sa (1973), mentre i Negrita sceglievano “Cambio” per presentarsi con Negrita (1994).

Tracy Chapman è entrata nella leggenda con “Talkin’ Bout a Revolution” da Tracy Chapman (1988) ma non ha più saputo ripetersi, mentre gli inglesi Housemartins sfondarono con “Happy Hour” da London 0 Hull 4 (1986) per poi continuare su strade separate: il cantante P.D. Heaton divenne il leader dei Beautiful South e il bassista Norman Cook è diventato forse ancora più famoso come Fatboy Slim.

Andando avanti e indietro nel tempo troviamo: Chuck Berry con “School Days” da After School Session (1957); i Beach Boys con la mitica “Surfin’ Safari” dall’omonimo album (1962); il grande Pat Metheny suonava “Bright Size Life” proprio sul primo Bright Size Life (1975), e la innovativa band dei Living Colour del chitarrista Vernon Reid sceglieva “Cult of Personality” da Vivid (1988). Parlando di band culto, gli Steely Dan si presentavano con un inchino e la mitica “Do It Again” da Can’t Buy A Thrill (1972): che esordio!

Gli italianissimi Area avevano “Luglio, agosto, settembre” all’inizio di Arbeit Macht Frei (1973), mentre i King Crimson davano il posto d’onore a “21st Century Schizoid Man/Mirrors” dal famosissimo In the Court of the Crimson King (1969).

Mondi diversi e lontanissimi fra loro quelli della Dave Matthews Band con “Ants Marching” ad aprire Remember Two Things (1993) e del chitarrista flamenco Vicente Amigo, considerato l’erede di Paco de Lucía, che con la struggente “De mi corazón al aire” apriva l’album omonimo (1991).

Chissà quanti ne son rimasti fuori, ognuno di noi ha i propri beniamini o i dischi a cui è legato per chissà quanti e quali motivi. Fatto sta che quando una band o un musicista solista esordiscono, ci sono spesso dietro mesi o anni di lavoro, che hanno preparato il terreno alla prima uscita e ci presentano musicisti maturi o meno, definiti o in continua evoluzione: pensiamo a cosa passa tra i Beatles di Please Please Me e quelli di Abbey Road.

Qualunque sia la vostra passione, non ci sono primi o secondi posti, era solo un gioco…

Daniele Bazzani

 

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