Ci vogliono delle unghie bestiali

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Questa storia di copertina dedicata alle “Unghie del chitarrista fingerstyle”, ahimè, mi ha fatto tornare in mente alcuni patemi d’animo di quando suonavo professionalmente con una certa continuità. Mi sono ricordato in particolare di un episodio che non posso dimenticare, anche se forse è contornato ormai da un alone di leggenda. Era esattamente il 1977 e stavo aspettando di entrare dopo pochi giorni in sala d’incisione, per registrare l’album Quello che ci resta di Mimmo Locasciulli negli importanti studi della RCA. Era una sera d’estate e, come d’abitudine, stavo gironzolando per Roma con gli amici. Quando, per dissetarmi, mi chinai un attimo su una fontanella, una nostra amica ebbe la fulminante idea di darmi per scherzo una spintarella: il risultato fu che mi tranciai l’unghia lunga del pollice! L’amica era carina, così feci mostra che non fosse successo nulla di grave. Ma dentro di me montava l’angoscia.

Nei giorni seguenti, la forza della disperazione fece sì che, non so come né dove, trovai delle informazioni sul modo in cui i chitarristi di flamenco si ricoprivano l’unghia del pollice con strati di carta igienica incollati tra loro. Tentai l’operazione su di me. Non ricordo precisamente come feci e, conoscendo come sono poco abile in certi lavori manuali, mi stupisce molto che io sia stato in grado di portare a termine un’operazione così delicata! Probabilmente misi un velo di carta igienica di troppo, perché mi ritrovai con un unghione veramente imponente. Però riuscivo a suonare, sentivo un po’ di pesantezza sulle corde, ma tutto sommato in sala d’incisione me la cavai.

Ma chi me lo faceva fare a tenere le unghie lunghe? Come molti all’epoca, all’inizio degli anni ’60, avevo iniziato a suonare con un maestro di chitarra classica, seppure per brevissimo tempo. Ma introiettai comunque l’idea che si dovessero tenere le unghie della mano sinistra tagliate a zero, e quelle della mano destra lunghe. Però si usava tenerle non molto lunghe. E, complice una certa superficialità dilettantesca, non soffrivo molto di eventuali danneggiamenti; non sentivo una grande differenza. Poi, intorno al 1968, conobbi Stefan Grossman, la sua musica e il suo bel tocco. Anch’io, come Reno Brandoni, cominciai a suonare con i polpastrelli. Con la 12 corde, però, usavo il thumbpick e i fingerpicks. Ero immerso nel folk americano e nel blues. In seguito, andando avanti nell’attività musicale e nella ricerca di un mio suono personale, e seguendo i consigli di Alan Lomax e Pete Seeger, mi rivolsi al folklore musicale italaliano e me ne innamorai. Per suonare quella musica, sentivo l’esigenza di un suono più ‘europeo’, in qualche misura più ‘classico’. Il mio modello divenne soprattutto John Renbourn. Con rispetto parlando, desideravo realizzare, con la musica tradizionale italiana, quello che Renbourn aveva realizzato con il folk britannico. Ricominciai a farmi crescere le unghie.

Vi risparmio i ‘patemi d’animo’ che ne sono conseguiti negli anni successivi. Fino a che, a un certo punto, la mia attività musicale professionale si è di molto diradata. Ma l’anno scorso si è ripresentata inaspettatamente, dopo moltissimo tempo, un’occasione peraltro importante per suonare ‘dal vivo’; una situazione che stimola non poco le mie inclinazioni ansiose. Così mi sono appassionato, tra le altre cose, alle discussioni sulla ricostruzione delle unghie tra Dario Fornara e Giuseppe Tropeano, l’uno sostenitore del sistema acrilico, l’altro sostenitore del gel. Poi mi sono fatto mandare da Walter Lupi il suo Guitar Nais Kit. Da qui anche è nata l’idea della storia di copertina di questo mese, che mi sono riletto con grande attenzione. Ne ho anche tratto un mio proposito per i miei prossimi passi. Ma non voglio dirvelo. Non voglio togliere a voi il piacere di questa lettura e di trovare, personalmente, la vostra soluzione e il vostro suono.

Andrea Carpi

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