Clidio, uno di noi

2
105
Clidio al concorso Acoustic Way nel 2007

(di Daniele Bazzani) – Mi è successo poche volte, anzi una sola. Entrare in un locale, ascoltare una musica che ti colpisce, chiedere al proprietario chi sia a suonare e vedersi indicare un ragazzo seduto a uno dei tavoli.

Claudio Tassi
Claudio Tassi

I primi anni 2000 sono per me l’inizio di molte cose che suono oggi. In quel periodo sono alla continua ricerca di musicisti da ascoltare, la chitarra acustica è un mondo nuovo, tutto da scoprire. Michael Hedges, Leo Kottke, poi Tommy Emmanuel, Chet Atkins, Jerry Reed, Marcel Dadi. Inizio a scrivere oltre che tirar giù musica dai dischi, la chitarra acustica è sempre a portata di mano, ogni suono che abbia qualcosa da dire mi interessa.
A Fiano Romano, poco fuori dal paese, c’è un locale di musica dal vivo, l’Extraurbano di Sonia, Corrado e gli altri. Ci vado spesso anche solo ad ascoltare: mettono sempre buona musica, prima e dopo i concerti. Una sera entro e mi colpisce un suono, avverto subito la mancanza di ogni altro strumento se non una chitarra acustica. Ho l’orecchio allenato, non ascolto molto altro al momento, so riconoscere uno bravo, e questo è bravo davvero! Il suono è bello, la musica è fluida, gli incastri di note possono essere dati solo da un’accordatura aperta, c’è del talento. Ci sono le radici della musica che amo, ma hanno una forma nuova.
Mi avvicino a uno dei miei amici e chiedo chi sia a suonare su quel disco. Mi fanno un cenno verso uno dei tavoli pieni di gente che beve e mangia: «Lo vedi quel ragazzo laggiù, accanto alla porta? È lui. Abita in zona».
Ho una specie di sussulto, di solito quando ascolto quelli bravi abitano dall’altra parte del mondo e non hanno mai neanche suonato in Italia. Mi avvicino chiedendo scusa e gli faccio i complimenti. Lui risponde con un sorriso.
Non ricordo molto altro della serata, se ero lì a suonare o cosa. So per certo che da quel giorno ci siamo visti varie volte, non spesso come mi sarebbe piaciuto, ma per una dozzina di anni ci si vede, incontra, io organizzo una cosa e gli chiedo di suonare, lui altrettanto. A volte è una cena, a volte solo una suonata, una volta, l’ultima, un incontro casuale per la strada.
«Ehi chitarrista!» Mi sento chiamare, mi giro, e c’è lui in macchina che passa di lì: «Ci sentiamo con più calma!» «Okay, a presto!»
Claudio Tassi, detto Clidio, è un ragazzo sensibile. Schivo ma con la battuta sempre pronta, poche parole, mai fuori posto. Ironia tagliente, spigolosa, come il suo carattere. Pieno di vita che non riesce a uscire come lui vorrebbe, talento puro regalato alla chitarra, occhi brillanti e una mente musicale fervida, che lo porta a suonare cose assolutamente diverse da quelle che suonano gli altri. Amante del blues, del folk, del ragtime, suona in maniera eccellente, ma qui dalle nostre parti non è usanza riconoscere qualche cosa a chi è bravo.
In occasione di un concorso per chitarristi ‘emergenti’ (quanta tristezza mi fa questo termine associato a lui!), vince per distacco con un arrangiamento di “Bocca di rosa” di Fabrizio De André che lascia tutti a bocca aperta: «Ma chi è questo qui? Possibile che non lo conosca nessuno?» Possibile, sì.
Clidio non ha la dose di sfrontatezza necessaria per farsi largo in questo mondo. Mi racconta che una sera, prima di una serata in un locale, sta provando i suoni durante il soundcheck, gli si avvicina il proprietario: «Oh, come sottofondo è da paura!»
Me lo racconta ridendo, c’è poco da ridere. Ma sappiamo bene cosa abbiamo intorno, se facciamo questo lavoro. Io stesso me la sono rivenduta diverse volte per far capire cosa faccio.
A un certo punto molla l’acustica e dedica diversi anni alla classica, vuole diplomarsi e impara a leggere la musica. Non l’ho mai sentito suonare quel repertorio, ma sono sicuro che lo ha fatto bene, anche se il suo cuore, la sua testa, sono d’acciaio, non di nylon.
E infatti mi dice che è stanco, ci ha ripensato: «Mó me vendo tutto e vaffanculo. Ricompro una Martin». È fatto così, non mi meraviglio. È il rappresentante di quella categoria di ‘artisti’ che soccombono. Se ne vedono tanti, non troppi ma ce ne sono, quelli che in un mondo giusto sarebbero ascoltati da molti, se non da tutti. Ma questo non è un mondo giusto.
La mia fida Larrivée, quella che mi accompagna in giro per il mondo quando devo suonare da solo, la comprò lui negli anni ’90, io l’ho presa da Roberto De Luca, il nostro amico comune. È proprio lui a dirmi che Clidio, da oggi, non c’è più. Vorrei dire che ‘un brutto male’ se l’è portato via. Ma non ci riesco. È un cazzo di tumore ad avercelo strappato.
La mia appena decente “Dannato fingerpicker” era dedicata a lui, ispirata da uno dei brani che ascoltai quella sera. Credo proprio fosse il primo che sentii, “Dirty Fingerpicker”: è bellissimo, e non lo conosce nessuno…
Non era il mio migliore amico, io non ero il suo, ma un grande rispetto reciproco ci ha sempre accomunato, da parte mia certamente. Sono quelle persone che lasciano un vuoto, che semplicemente non si colma.
Le ciambelle della vita.
Ciao Clidio.

Clidio al concorso Acoustic Way nel 2007
Clidio al concorso Acoustic Way nel 2007

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui