Dai coffee shop ai video virali – Intervista ad Andy McKee

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(di Daniele Bazzani) – Ci sono storie che meritano di essere raccontate, perché portano con sé un sogno, una magia, e sono talmente perfette che a raccontarle sembrano inventate. Andy McKee ci racconta qui di seguito la sua, di storia, quella di un musicista di talento, che già da giovanissimo impara tecniche innovative e le applica sulla sua chitarra scrivendo musica, che per molti anni eseguirà in concerti con un pubblico non particolarmente numeroso, in posti come coffee shop e piccoli club, di fronte ad avventori che tutto fanno tranne che ascoltare davvero. Però poi, un giorno, dopo quasi dieci anni dalla loro composizione… un paio di suoi brani ripresi in una sola take in buoni video live diventano virali e lui, che ancora non si spiega il perché (se non per la sua bravura, questo lo diciamo noi), si ritrova ad essere il portavoce di tutta una generazione di giovani musicisti che seguono, o cercano di farlo, le sue orme. L’occasione è ghiotta, perché oggi Andy è il primo – anche in questo caso – a essere pubblicato dalla nuovissima etichetta CGP Sounds diretta nientemeno che da Tommy Emmanuel, con il quale sarà in tour a ottobre, toccando anche molte città italiane. Andy è una persona davvero piacevole con cui conversare, ecco il suo racconto.

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Ciao Andy, è un piacere averti con noi. Visto che appari per la prima volta sulle pagine della nostra rivista, vogliamo iniziare dal principio? Qual è stato il tuo primo approccio con la chitarra? Hai iniziato come molti ragazzi americani studiando musica a scuola?
Sì, in effetti è andata proprio così. Fra i vari corsi che frequentavo ce n’era uno di chitarra: ho iniziato per provare, non avevo una vera e propria ‘devozione’ per lo strumento, ho sempre ascoltato musica rock, gruppi tipo Metallica o Iron Maiden. Studiavo cose molto basilari, sai, tutto quello che s’impara all’inizio. Era abbastanza interessante, ma non avevo mai pensato che potesse diventare un lavoro! Però, dopo circa un mese, ho ascoltato un disco di Eric Johnson e… bam! Ho avuto una folgorazione, mi ha letteralmente spazzato via, in quel momento ho capito che la chitarra poteva darmi qualcosa che non mi aspettavo! Ho capito che la chitarra, con le linee melodiche suonate in quella maniera straordinaria, poteva rimpiazzare la voce normalmente presente nella musica pop e rock, così mi sono reso conto di qualcosa che non avevo mai preso in considerazione, e cioè che lo strumento poteva essere autosufficiente. È stato il primo vero passo verso ciò che sono oggi.

Dove vivevi in quel momento?
A Topeka, la capitale del Kansas.

Avevi modo di andare a sentire gruppi, andavi nei club a sentire concerti o ai grandi show?
Non molto. Ho una sorella otto anni più grande di me che mi ha fatto conoscere molta musica: a volte mi portava ai concerti e ho visto i Queensrÿche, i Metallica, ma non molto altro. Ero molto giovane e nei club praticamente non mi facevano entrare!

E quindi come sei venuto a conoscenza della chitarra fingerstyle? Nel nostro paese non c’è una grande cultura della chitarra acustica, la nostra storia è la chitarra classica. Da voi invece ci sono molte opportunità per ascoltare gli strumenti con corde in metallo, a partire dal blues acustico dei primi anni del ’900; ma magari non è il percorso che hai seguìto tu.
All’inizio ero interessato alla chitarra elettrica, poi nel tempo mi hanno incuriosito cose come “Dust in the Wind” dei Kansas, con quella bella chitarra fingerpicking dell’introduzione, o brani dei Led Zeppelin che avevano quegli splendidi arpeggi di cui cercavo spartiti per vedere come suonassero. Ma in realtà era un aspetto marginale: io studiavo gli assoli dei chitarristi rock, cose anche molto tecniche. Però, quando avevo sedici anni, un mio cugino mi trascinò a sentire un seminario di Preston Reed, che non avevo idea chi fosse o cosa facesse. Quando iniziò a suonare, aveva questo stile incredibile in cui metteva tutto, ritmo, melodia, armonia, tutto da solo e tutto insieme! It blew my mind… era la prima volta che vedevo qualcosa del genere, non avevo idea di cosa si potesse fare con una chitarra acustica! Così l’anno seguente feci un vero viaggio all’interno della sua musica, cercando di imparare quanto più possibile. Poi, nel 1997, mi capitò fra le mani un numero della rivista Guitar Player, e sulla copertina c’era Michael Hedges con la sua harp guitar. Anche in questo caso non avevo idea di chi fosse, ma nella rivista c’erano quei dischi di plastica sottili come un foglio, che si potevano ascoltare: lo misi sul piatto ed era un suo brano intitolato “Because It’s There”, suonato proprio con la chitarra arpa; fu un altro colpo! Lessi l’intervista, cercai altri numeri in cui lui fosse presente, c’erano estratti della sua musica trascritta, uscii e andai a comprare tutti i suoi album! Lui è diventato la mia influenza principale, lo ascolto moltissimo anche oggi.

andy-mckee-coverE “Because It’s There” è proprio il suo brano che hai registrato sul tuo nuovo disco dal vivo, Live Book.
Sì, esatto. E un altro paio di musicisti che mi hanno pesantemente influenzato sono stati Don Ross – che suona in questo stile così funky e pieno di groove, non avevo mai ascoltato niente di simile prima sull’acustica – e poi Billy McLaughlin, che ha uno stile molto particolare a due mani sulla tastiera.

Sì, ho avuto modo di studiare un paio di suoi brani grazie alle trascrizioni di John Stropes…
Oh, sì, sono perfette, davvero un gran lavoro. Ho provato a imparare alcuni brani di Hedges dalle trascrizioni di Stropes… e ho dovuto lasciar perdere! [ride]

Vero, già nei primi anni ’80 suonava così, ma da dove viene?
Da nessun posto! [ride]

Quindi sembra abbastanza evidente che, per quanto riguarda la chitarra fingerstyle, già dall’inizio e dalle scelte che hai fatto, legate al tuo gusto personale, la direzione fosse molto chiara.
Sì, assolutamente, mi sono subito sentito ‘connesso’ a quel tipo di musica, sentivo di potermi esprimere liberamente come solista. Ogni volta che ascoltavo quei musicisti mi sentivo parte di ciò che esprimevano, immersi nella loro musica e liberi di fare ciò che volevano. Quella musica è piaciuta subito.

Avevi circa ventidue anni quando hai pubblicato il tuo primo disco. Quando hai iniziato a scrivere musica originale? Di sicuro la partenza è stata lo studio di brani di altri…
Sì, certo, tutti i nomi che ho fatto prima. Ma è stato interessante perché all’inizio non avevo trascrizioni, non sapevo nulla del lavoro di Stropes e Internet era ancora agli albori. Quindi la parte difficile e molto utile è stata quella di dover capire cosa stavano suonando i musicisti solo ascoltando i CD, senza trascrizioni o video. Ed è probabilmente la cosa che mi è servita di più. A volte, interpretare a modo mio alcuni passaggi mi ha permesso di avere idee originali, e ha sicuramente avuto un ruolo nel farmi crescere per quello che sono oggi. Ora non è più così: tra il fatto di vedere i musicisti originali su YouTube e il fatto di seguire tutorial realizzati da altri su come suonare esattamente ciò che si cerca di imparare, quella cosa è andata persa.

andy-mckeeTu sei forse uno degli ultimi di quelle generazioni che, come me, non avevano Internet e al massimo potevano fare affidamento su qualche videocassetta!
[ride] Sì, è vero, cercavo di imparare tutta quella roba assurda! Avevo proprio una videocassetta intitolata The Guitar of Preston Reed [Homespun], che mi fu utile per studiare alcuni suoi brani. E in quel periodo, credo avessi diciotto o diciannove anni, iniziai anche a scrivere musica originale. La stessa “Drifting”, che poi ha scatenato tutto quello che è successo dopo, è di quando avevo diciannove anni: dopo un giorno di college ero tornato a casa, non mi sentivo di andare in quella direzione di studi, in realtà ero abbastanza perso e non sapevo cosa volevo fare davvero nella vita; ecco il perché di quel titolo.

Quando hai iniziato a suonare dal vivo questo tipo di cose? Se non sbaglio nel 2000 partecipasti al National Finger Style Guitar Championship del Walnut Valley Festival [una manifestazione molto conosciuta negli USA, da cui sono usciti musicisti oggi piuttosto noti], quindi già ti esibivi.
Sì ho iniziato in quegli anni a esibirmi in piccoli club e coffee shop, niente di che, ma ero all’inizio e mi andava benissimo. Avevo sentito parlare del festival a cui accennavi, che dista solo tre ore di macchina da dove vivo. La prima volta, nel 2000, non mi classificai fra i primi, suonai solo brani di altri, tipo Preston Reed e Don Ross…

Non suonasti “Drifting” che già avevi scritto?
No, non la suonai, non mi sentivo abbastanza sicuro. E poi pensavo che i giudici avrebbero riconosciuto i brani di musicisti più famosi di me, quindi optai per quelli. Però tornai l’anno dopo, nel 2001: suonai alcuni dei miei pezzi e arrivai terzo. Questo portò ad esempio a farmi suonare a Taiwan, perché un organizzatore di concerti mi aveva sentito proprio durante quel festival. E in quel tour a Taiwan ebbi modo di suonare con Isato Nakagawa, un chitarrista acustico giapponese molto importante, e con Jacques Stotzem, dal Belgio. Era il 2003 a quel punto, e il fatto mi portò a ricevere inviti per suonare in Giappone e Belgio, appunto. Quindi, pian piano, le cose iniziavano a muoversi. In realtà però per vivere insegnavo chitarra privatamente, quando ero a casa…

Insegnavi fingerstyle o anche l’elettrica?
Qualsiasi cosa: a quel tempo avevo ancora abbastanza guitar chop da mostrare agli studenti per poter andare avanti! [ride] In effetti è stato il mio lavoro per dieci anni. Comunque, tornato a casa, sentii parlare del Canadian Guitar Festival e capii che –essendo appena agli inizi – poteva avere un maggior interesse per i nuovi chitarristi stile Michael Hedges, mentre al Walnut Valley Festival in Kansas c’era più attenzione per gli stili tradizionali, legati alla musica americana. Sentii anche che Don Ross si sarebbe esibito e, non avendolo mai visto dal vivo, questa fu un’ulteriore spinta a partecipare. Andò molto bene, arrivai secondo ed ebbi modo di conoscere Don Ross, che disse che era in giuria e che mi aveva votato per il primo posto; quindi, sai, era uno dei miei primi punti di riferimento! Gli dissi che era stato fra le mie principali influenze, siamo diventati amici e lui mi ha invitato in Canada ad aprire i suoi concerti. Questo portò anche al mio contatto con la CandyRat Records, grazie al fatto che lui mi raccomandò a loro e così mi chiamarono. Era il 2005 e fui veramente contento di avere finalmente un’etichetta. Pubblicammo Art of Motion, una specie di raccolta di brani già presenti nei miei due album precedenti, che avevo pubblicato da solo, e Rob Poland – il proprietario della CandyRat – mi chiese di fare qualche video promozionale per il suo nuovo canale YouTube. Pensai: «Perché no? In fondo è pubblicità!» Così li registrammo in un pomeriggio. Era il 2006, i video iniziarono subito a essere molto visti e questo mi portò a suonare in Inghilterra, come supporto per Tommy Emmanuel, e a suonare in Germania a mio nome.

andy-mckee-6Ero curioso di chiederti una cosa, possiamo tornare un attimo indietro nel tempo? Quando hai iniziato ad esibirti da solo, alla fine degli anni ’90, come reagiva il pubblico al tipo di musica che suonavi? Non era usuale vedere un chitarrista da solo che suonava in quel modo, molte cose dovevano ancora succedere…
[ride] All’inizio suonavo brani di Preston Reed, un paio di Hedges, qualcosa di Don Ross e qualcosa di mio che già avevo scritto. C’era un piccolo club dove mi esibivo regolarmente, e di solito c’erano le solite sette persone! [ride] Erano tutti avventori che si ritrovavano dopo il lavoro, non prestavano neanche troppa attenzione alla musica. Ma è stato davvero importante per me, perché mi ha insegnato a stare sul palco e fare ciò che dovevo nel miglior modo possibile. Poi però ho cambiato tipo di ritrovo, la voce si è sparsa a livello locale e si è formato un pubblico più ampio che veniva ad ascoltarmi; parliamo però sempre di club. Poi, con il tour a Taiwan mi sono trovato di fronte a duecento persone e… OK, questo è diverso! Ma non troppo: in fondo, era tempo che suonavo le mie cose e gli anni si facevano sentire in termini di esperienza. In sostanza ho continuato a fare quello che facevo e che faccio tutt’ora, non ho mai praticamente cambiato nulla, non ho cercato di modificare il mio show negli anni: salgo sul palco e suono. Sul palco non faccio nulla che non sentirei onesto e genuino, per me è una cosa molto personale.

Quindi non hai mai suonato in altro modo che da solo dal vivo?
No, all’inizio, quando avevo sedici o diciassette anni ho suonato la chitarra elettrica solista con un paio di band: suonavamo rock, cose che andavano all’epoca, però sono passato quasi subito al fingerstyle. Quindi, avendo ormai trentasette anni, sono circa vent’anni che suono così.

Quando hai iniziato a suonare da solo, come amplificavi la chitarra acustica? Usavi un microfono o avevi già qualche sistema interno?
All’inizio non avevo davvero idea di come si potesse amplificare una chitarra acustica, quindi ho cercato qualcosa che fosse disponibile ed economico. Credo che il primo pickup che ho usato sia stato un Seymour Duncan da buca, una specie di tubo nero, non so se te lo ricordi [è l’Acoustic Tube SA-1]: andava abbastanza bene, ma non prendeva il suono delle percussioni sul corpo della chitarra.

E come facevi per quello?
Erano posti molto piccoli, ma senza un microfono, mi adattavo.

andy-mckee-5Picchiavi più forte!
Ah, ah, ah! Sì, forse ho rotto una catena o due! Non avevo neanche un microfono, non parlavo durante il concerto, suonavo e basta.

E quando sei passato ad altri sistemi?
Non ricordo bene, credo fosse il 2005 o 2006: vidi Don Ross suonare al Canadian Guitar Festival, così come Tony McManus, un fantastico chitarrista scozzese che suona delle bellissime melodie celtiche; mi colpì di entrambi il suono e scoprii che utilizzavano lo stesso sistema, un K&K Trinity. Lo montai anch’io, ma poi passai al Pure Mini, sempre della K&K: è di base lo stesso sistema, ma senza il microfono interno; mi dava troppi problemi di feedback e preferii toglierlo.

Quindi suoni ancora oggi con quel sistema, solo le tre piccole lenti?
Sì, mi piace il timbro, lo trovo molto naturale e prende tutte le percussioni che suono sulla cassa: per me è perfetto. Ho anche provato con un magnetico alla buca combinato al K&K, ma a me personalmente non piace il suono che viene fuori, quindi l’ho tolto.

Sei stato una specie di boa in questi anni, un punto di svolta per la chitarra acustica grazie ai milioni di visualizzazioni dei tuoi primi video. Quando ti sei accorto di quello che stava accadendo?
Ero in tour con Don Ross e Michael Manring in quel periodo, io aprivo per loro, ed eravamo a MiIlwaukee, che è la città dove si trova la CandyRat Records. Rob Poland mi chiese di fare quei video per aumentare un po’ la visibilità e io dissi OK. Finito il tour, tornai a casa alle mie lezioni e passarono un paio di mesi. Rob finì di editare i video e li caricò sul canale YouTube dell’etichetta. Mi svegliai la mattina dopo, controllai la mia email e trovai circa trenta ordini per trascrizioni di miei brani dal mio sito; pensai: «Beh, che strano, di solito ricevo lo stesso numero di ordini in un mese!» Controllando la posta elettronica, trovai il messaggio di un tizio che diceva di aver condiviso il mio video su un social media che non conoscevo, Digg.com, e che stava avendo molte visualizzazioni. Pensai: «Cool!» Controllai il video su YouTube e vidi che stava avendo molte visualizzazioni. Il pomeriggio avevo le mie solite lezioni, uno studente non c’era, per cui andai a controllare il video e vidi che era sulla prima pagina di YouTube! Chiamai subito Rob Poland e gli dissi di controllare. Dieci anni fa YouTube era diverso: c’erano tipo sette video in evidenza, che loro ritenevano da prendere in considerazione, e una barra per cercare i video; quindi quel tipo di presenza sulla home page era piuttosto significativa. Pensai che stesse davvero per succedere qualcosa, anche perché nei due giorni successivi il mio sito web andò in crash per l’eccessivo numero di accessi: gli ordini per le trascrizioni continuavano ad arrivare, ma non potevo avere accesso al sito, quindi ho avuto un momento di panico! Continuai a dare lezioni, ma nella settimana successiva mi arrivarono messaggi tipo «Verresti a suonare in Portogallo quest’estate?» Cose così. Poi mi chiesero di aprire i concerti per Tommy Emmanuel in Inghilterra, quindi con i concerti che andavano aumentando di numero ho dovuto smettere di insegnare. Avevo già in mente di registrare un disco con Don Ross, e lo facemmo [The Thing That Came from Somewhere]. Intanto i video crescevano in visualizzazioni e noi partimmo in tour per un paio d’anni a suonare questo album di duetti, era il 2007. A quel punto volli mettermi alla prova e vedere come sarebbe andata se avessi suonato da solo, a mio nome. Incontrai un manager al NAMM di Los Angeles, in realtà era lì con Billy McLaughlin di cui ero un grande fan: lo cercai e lo conobbi, lui e il manager mi sentirono suonare qualcosa e il manager mi disse che voleva aiutarmi e lavorare con me. Contattò un’agenzia di Denver che venne a sentirmi mentre ero lì: gli piacque cosa facevo e da allora praticamente abbiamo lavorato sempre insieme.

Tutto questo per il video di “Drifting”, un pezzo che avevi scritto dieci anni prima!
Sì, esatto. È strano pensare quante volte l’ho suonato in quei piccoli coffee shop e come un solo video virale l’abbia trasformato in qualcosa di così grande, attirando l’attenzione di tanti appassionati di chitarra acustica!

Come scrivi la tua musica? Cioè, hai un modo di lavorare sempre simile o cerchi di affrontare le cose in modo diverso a seconda del brano?
Sì, di solito inizio con un’accordatura alternativa, magari una che non ho mai usato prima, che mi dà una nuova ispirazione e con cui trovo accordi e voicing sempre diversi: mi piace entrare in quella fase creativa. Cerco di sperimentare, ci gioco un po’, magari cambio tonalità se è un’accordatura che già conosco, provo a suonare dei riff o progressioni di accordi e cerco qualcosa che mi piace, magari una linea melodica che ho in testa e che cerco di suonare mentre costruisco il brano. L’ottanta per cento delle volte è così. Altre volte è una melodia che cerco di sviluppare sulla chitarra, o sul pianoforte, perché mi risulta più facile.

Ti capita mai di cambiare accordatura – rispetto a quella da cui sei partito – mentre scrivi, perché hai bisogno magari di una corda a vuoto per la melodia o qualcosa del genere?
Assolutamente sì. Un brano che mi viene in mente è il mio arrangiamento di “Africa” dei Toto: sono partito in DADGAD perché si prestava molto bene, ma poi mi son reso conto che la linea dei bassi risultava più semplice abbassando la quinta corda in Sol; ho provato e il resto funzionava ancora, così ho proseguito in quel modo.

andy-mckee-3Ti capita spesso di iniziare a lavorare dalla parte ritmica, dal groove, o aggiungi cose dopo che il brano si è formato?
Sì, di solito è un groove o una progressione di accordi la base su cui aggiungo gli altri elementi in corso d’opera. Nasce e si sviluppa tutto insieme.

E che mi dici dell’armonia? Suonare in accordatura aperta è interessante anche perché non sai mai che accordi ti capiteranno sotto le mani.
Sì, mi piace molto cercare nuovi suoni e armonie tutte le volte che lavoro a un nuovo brano.

Cerchi di capire che accordi stai suonando, o dici «Chi se ne frega, avrà un nome»?
[ride] La seconda che hai detto! Al momento cerco solo di comporre, poi arriva la fase in cui devo trascrivere tutto e, a quel punto, inizio a dare nomi alle cose. Non mentre compongo però.

Da quello che si può capire, sembri più o meno lo stesso di quando hai iniziato. O, per dirla meglio, sembravi già molto formato all’inizio, considerando che hai scritto il tuo brano più celebre che eri giovanissimo. Senti che crescere ti sta modificando anche come musicista?
È vero, sembra che ormai sia me stesso da un po’, da quasi vent’anni. È come se ci fosse un elemento folk in ciò che faccio: non sono mai troppo sofisticato, se capisci quello che intendo, mantenendo una radice forte legata a ciò che sono. Penso alle melodie e a come la musica mi fa sentire, rispetto a questo o quell’aspetto tecnico, che uso sempre, ma di cui mi interessa solo fino a un certo punto. Penso solo a come mi farà sentire un brano, o a come farà sentire gli altri, ma sempre come se non fossi un professionista, se posso dirla così, perché lo faccio poiché amo farlo, e non per altro.

Senti mai il bisogno di andare da qualche altra parte, cambiare direzione?
A volte. Nel minialbum che ho pubblicato qualche tempo fa [Mythmaker, 2014] c’era un brano suonato con il pianoforte, e un altro brano aveva il piano e la chitarra elettrica oltre all’acustica. Penso che ci saranno sempre un brano o due nei miei dischi con la presenza di altri strumenti. E, a un certo punto, mi piacerebbe cantare: non ho ancora il livello di confidenza necessario per cantare mentre suono, ma ci sto lavorando.

Davvero, ci stai lavorando?
Sì, mi sarebbe sempre piaciuto farlo e spero che accadrà presto, magari già nel prossimo disco. In tour viaggio con tre diversi strumenti e credo che sia già una buona varietà di cose per uno spettacolo, ma la voce potrebbe davvero aggiungere qualcosa. Però devo sentirmela…

E che cantanti ti piacciono? Come ti piacerebbe cantare, come ti vedi?
Oh, mi piacciono moltissimi cantanti: mi piace Steve Winwood; mi piace molto il cantante dei Crash Test Dummies: ha una voce baritonale che è fuori dalla mia estensione, ma mi piace quello che fa; amo il modo di cantare di Michael Hedges. Non so come sarà, lo vedremo.

Che musica ascolti quando sei in giro?
I musicisti che ho già citato, Michael, Preston, Don, poi mi piace molto Björk, ascolto anche del metal, i Dream Theatre…
I musicisti che ho già citato all’inizio, poi mi piace molto Bjork, ascolto anche del metal, i Dream Theatre, e naturalmente i chitarristi acustici che amo, Michael, Preston, Don…

Fino a questo momento non hai mai menzionato i generi musicali tradizionali del tuo paese, dal jazz al blues, al soul o al country: ti hanno influenzato in qualche modo, visto che sono una spina dorsale così forte della tua terra?
Vedi, i miei genitori ascoltavano molto rock classico: Rolling Stones, Led Zeppelin, Crosby, Stills & Nash; mia sorella maggiore ascoltava molto hard rock ed heavy metal. Questo era il tipo di musica che girava in casa, non ascoltavo jazz, country o blues. Più tardi, grazie alle lezioni di chitarra, ho scoperto Jimi Hendrix, Stevie Ray Vaughan, B.B. King, ma non ho mai ricevuto un’influenza diretta da quegli stili musicali che citi.

Tu forse, più di ogni altro, sei responsabile di un sacco di chitarre distrutte, con ragazzini che sbattono in tutti i modi sulla cassa!
[ride] Sì, credo che questo abbia più che un fondo di verità! [ride ancora]

A parte gli scherzi, ti sei mai fermato a pensare come sarebbe uscire oggi anziché allora, con il web invaso da milioni di video?
Non ci ho mai pensato. Forse sono bilioni o trilioni i video la fuori! Credo che essere arrivati primi abbia avuto importanza: quando è apparso questo strano ragazzo pelato con la barba che suonava in una maniera così inusuale, la gente avrà pensato: «Chi è questo taglialegna che suona?» [ride] Oggi forse sarebbe stato più difficile, ma mi piace pensare che ciò sia avvenuto anche grazie alla qualità della musica che suonavo. Comunque on avrei mai pensato di arrivare qui dove sono oggi: se morissi domani, mi riterrei davvero un miracolato per quello che ho ottenuto.

È bello quello che dici. Ragionavo su una cosa, mentre parlavi: nei primi video mostri una grande confidenza con lo strumento; tutti quegli anni passati nei club con sette persone davanti devono aver avuto un’importanza davvero grande per farti arrivare così pronto. Quante take ci sono volute per quel risultato nei video?
In verità ne abbiamo fatta una soltanto!

Davvero? Incredibile. E questo forse ci dà una spiegazione reale, a parte la barba e il modo nuovo di suonare: sei tu che suoni della roba pazzesca facendola sembrare così facile. Niente succede per caso: non eri uno che vuol far vedere quanto è bravo, eri un bravo musicista che suona un gran pezzo, e questo attraverso lo schermo arriva…
Sì, forse a distanza di anni inizio a capire alcune cose che in quel momento mi hanno travolto.

Però a un certo punto hai lasciato la CandyRat.
Sì, ho inciso un disco con loro nel 2007 intitolato Gates of Gnomeria, e poi il disco in duo con Don Ross. Ma era tutto sulle spalle di una sola persona, che fra l’altro non aveva alcuna esperienza nel mondo della musica, quindi ho preferito cercare altre strade, nuove etichette. Ogni cosa stava diventando complicata, anche un’intervista come quella che stiamo facendo doveva passare da lui, o il supporto durante i tour. Così cambiai etichetta per il disco successivo [Joyland, 2010], ma non andò bene quindi ho registrato il minialbum citato prima, autoprodotto. Infine adesso è arrivato Tommy con la sua nuova etichetta, e sono davvero emozionato ad essere il primo disco che produce: è un grande onore e un piacere essere di nuovo in tour con lui!

So che ora devi lasciarci, quindi non posso far altro che ringraziarti per il tuo tempo anche a nome di tutti i lettori. Speriamo di incontrarci in occasione di una delle tue date italiane.
Sarebbe bello, grazie a voi!

Daniele Bazzani

 

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