Intervista a Tommy Emmanuel

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(di Daniele Bazzani / foto di Simone Cecchetti) – Cosa resta da dire del portentoso musicista australiano che ha cambiato per sempre il corso della chitarra acustica allo scoccare del terzo millennio? Forse nulla, di lui è stato scritto davvero tutto. Sappiamo di come sia stato folgorato sulla via dell’Atkins Style dopo aver ascoltato la bellissima “Windy and Warm” suonata proprio da Chet Atkins, di come abbia faticato a credere che un solo uomo potesse suonare in quel modo producendo accompagnamento e melodia allo stesso tempo, di come sia arrivato a conoscere il suo idolo, a incontrarlo e, anni dopo, addirittura a incidere un disco con lui. Sappiamo di come abbia iniziato a suonare giovanissimo con la sua famiglia di musicisti girando l’Australia in camper; di come abbia ascoltato e suonato un numero enorme di generi e stili musicali, che lo hanno portato a essere ciò che è oggi. Di come la sua incredibile musicalità, unita ad un virtuosismo fuori dal comune, lo abbiano fatto amare dai più navigati ascoltatori della sei corde di metallo e dai giovanissimi ammiratori che ne copiano, oltre la musica, addirittura le movenze sul palco. Quello che non sapevamo però, è che oggi ha fondato una personale etichetta discografica, la CGP Sounds, con cui ha pubblicato il suo nuovo lavoro, It’s Never Too Late, e il nuovo disco Live Book di Andy McKee, intervistato a sua volta su queste stesse pagine, dando il via a una nuova entusiasmante avventura.

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Ciao Tommy, è un piacere averti di nuovo su queste pagine!
È sempre un piacere parlare con voi!

Negli anni ci siamo detti davvero molte cose… vogliamo parlare di oggi e di cosa riserva il futuro?
Certamente. Al momento sono in Croazia, quindi molto vicino a voi, ma ad ottobre sarò ancora più vicino, visto che molte date del tour con Andy McKee saranno proprio nel vostro paese. Spero ci incontreremo a Roma! 

Lo spero anch’io! Vogliamo iniziare proprio da questo? La tua nuova etichetta e il tour con Andy.
Andy aprì una serie di miei concerti una decina di anni fa: la cosa piacque molto e lui è uno dei primi nomi a cui ho pensato quando ho deciso di mettere in piedi questo progetto discografico. Sono sicuro che ora, a distanza di anni, il nostro concerto sarà ancora più interessante: al pubblico dovrebbe piacere la grande varietà stilistica che lo spettacolo può offrire.

Suonerete qualcosa assieme?
Vorrei chiedergli di tenere il suo bell’arrangiamento di “Africa” dei Toto per quando lo richiamerò sul palco a fine concerto: potrei suonarla con lui e magari improvvisare una parte percussiva durante il brano; gliene parlerò, ma mi piacerebbe molto!

Quindi dovrai suonare “Mombasa” come facevi un tempo, senza tutta l’improvvisazione percussiva.
Sì, ho già iniziato a suonarla in apertura di concerto, cerco di mettere molto in risalto la parte melodica. Mi piace prendere musica che suono da molto tempo e darle una nuova interpretazione, cambiare l’approccio che ho sempre avuto. A volte è come suonare musica nuova [prende subito la chitarra che tiene accanto e suona il suo bellissimo brano in un modo più melodico di come siamo stati abituati ad ascoltarlo].

tommy-emmanuel-simone-cecchetti3Mi ricordo, nel 2000, la prima volta che ti feci ascoltare alcune delle trascrizioni che avevo realizzato dei tuoi brani. E siccome suonavo una parte di “Mombasa” con una diteggiatura diversa dalla tua, tu dicesti: «Allora posso suonarla anche così!»
Ah, ah, ah! Sì, è vero, noi siamo cresciuti senza ‘vedere’ quasi nulla: potevamo solo ascoltare la musica che ci piaceva, ma dovevamo fare tutto da soli. Oggi i ragazzi hanno centinaia di video dai concerti o DVD e tutto il resto, e possono studiare tutto da qualsiasi angolazione. Quando viene un ragazzo che vuole farmi ascoltare qualcosa e mi dice «Ho questo DVD e quest’altro libro», io rispondo sempre: «Allora non hai scuse!» [ride]

Ne parlavo con David Bromberg quando l’ho intervistato [Chitarra Acustica, luglio 2012], di cosa pensasse di tutto il materiale che i ragazzi hanno oggi a disposizione, se forse a causa di questo non sviluppano meno l’orecchio.
Noi siamo cresciuti con la meravigliosa possibilità di ascoltare e amare la musica di Django, Segovia, Charlie Christian, Benny Goodman e tutti quelli venuti dopo. Avevamo un repertorio intero da suonare in qualunque stile volessimo, ed è per questo che uno come me – che ha sempre ‘rubato’ da tutti, da qualunque strumento – ha avuto l’urgenza di scrivere musica nuova, per non restare fermo ma per portare un proprio contributo. È il mio modo di dire: «Questo sono io, eccomi!» Ed è quello che cerco di trasmettere ai ragazzi che incontro: «Non limitatevi a copiare, per quello siamo capaci in tanti, ma cercate di produrre musica nuova».

Che puoi dirci della nuova etichetta che hai fondato?
È un progetto entusiasmante, che davvero apre nuove porte per la mia vita musicale. Non solo ho pubblicato il mio nuovo disco It’s Never Too Late lo scorso anno, ma dopo aver pubblicato il disco di Andy sto lavorando a molti altri progetti, fra cui un disco di duetti che uscirà il prossimo anno. Ci sono collaborazioni a cui tengo molto, come quelle con Ricky Scaggs, Dave Grisman, Bryan Sutton. Con Ricky  Scaggs abbiamo registrato una canzone dove cantiamo assieme, e uno strumentale a due chitarre, davvero molto bello.

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Wow, nomi davvero eccellenti! Del resto è naturale che le collaborazioni siano al livello del padrone di casa! Cosa ti proponi come produttore discografico?
Non ho alcun interesse a sovraccaricare di nomi e dischi l’etichetta. Vedo molte label americane e non solo, che fanno a gara per accaparrarsi il maggior numero di musicisti possibile: io vorrei solo una scelta selezionata di artisti da curare nel miglior modo possibile, per far sì che nessuno si senta messo da parte, e per valorizzare al meglio le possibilità di ognuno.

Mi sembra davvero una cosa sensata, soprattutto oggi. E dove sta andando la tua musica? Ogni volta che ti vedo, ormai da più di quindici anni, suoni sempre meglio, con più attenzione, passione e complessità che mai. Sembra che anche dal punto di vista compositivo tu stia ancora cercando…
Non smetto mai di cercare, dici bene. Continuo ad ascoltare musica, tanti compositori diversi, e mi piacciono moltissimo le musiche da film. Di recente ho visto alcuni film di animazione di Hayao Miyazaki, e oltre che dai film sono rimasto molto colpito dalle musiche, bellissime; da cui anche il mio brano “Miyazaki’s Dream” [in Live and Solo in Pensacola, Florida e It’s Never Too Late]. Clara, mia moglie, mi aveva fatto ascoltare i due accordi introduttivi. Io non avrei mai pensato a suonare Mi minore e Re minore di fila: sono partito da quello e ho provato a pensare come avrebbe proseguito un compositore giapponese, cercando di non pensare a come avrei fatto io. E quando ho suonato il pezzo per il pubblico giapponese, l’hanno amato subito.

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Ascoltando il tuo ultimo lavoro non solo si sente la tua cifra stilistica ormai perfettamente riconoscibile, ma si avverte anche la ricerca di nuove soluzioni armoniche.
Hai ragione, non voglio restare chiuso nelle cose che già so e che conosco, e che rischiano di guidarmi in maniera scontata e forse prevedibile. Cerco spesso di pensare outside of me, come se non fossi io a farlo: mi chiedo come gli altri risolverebbero certi passaggi armonici, inserisco soluzioni per me inusuali. Non voglio suonare come una copia di me stesso, mi piace anche prendere ispirazione da cose molto diverse. Di recente leggevo una bellissima biografia di Mozart, e mentre leggevo ho avuto il bisogno di poggiare il libro e prendere la chitarra: un nuovo brano è uscito così, in pochi minuti. Un tempo non facevo che suonare e scrivere, non smettevo mai. Oggi spero sempre… che mi esca un nuovo brano! Sono sempre più selettivo, scrivo solo se sono davvero ispirato, e spesso scrivo cose molto semplici, tipo questa… [prende la chitarra e suona una cosa nuova che troveremo in futuro su qualche suo lavoro] Viaggio talmente tanto che spesso lo strumento più utile è il telefono [mi fa vedere il cellulare]: se ho un’idea lo accendo al volo e la fisso, è così che nasce sempre tutto, da una scintilla; così, per non perderla, la registro e poi magari ci lavoro in seguito.

Ti vedo suonare dal 2000 e, come dicevo prima, ogni volta suoni meglio. Ma mentre prima si avvertiva la crescita del musicista, oggi sembra avvertirsi quella del compositore: sbaglio?
È il mio obiettivo, sempre: cercare di scrivere buona musica. Cerco di restare mentalmente aperto, il più possibile. La nostra mente è come un paracadute, più è aperta e meglio ci aiuta. Ho la fortuna di collaborare con grandissimi musicisti e cerco di imparare e prendere qualcosa da ognuno di loro, per avvicinarmi a quel livello di eccellenza che ognuno ha raggiunto nel proprio campo. E proprio riguardo alle collaborazioni e alle diversità, sarò a Cuba a settembre per un Guitar Camp e dei concerti: è la prima volta che accade in quel paese, e siccome è una nazione molto povera, suoneremo sempre con il biglietto di ingresso a 25 centesimi, così che tutti possano assistere. Saranno quattro giorni di seminario, e con me ci sarà Frank Vignola. Un giorno saremo in un museo e andremo anche a registrare nello studio dove hanno inciso Buena Vista Social Club: sono davvero molto emozionato, cercherò di imparare quanto più posso da questa esperienza. Il prossimo anno la registrazione con Frank entrerà a far parte del mio album di duetti, che sarà un doppio album.

Ho visto che hai portato Richard Smith al Grand Ole Opry.
Sì, è stata la sua prima volta: visto che era la settimana della CAAS [la Chet Atkins Appreciation Society, che organizza ogni anno a Nashville una convention dedicata a Chet Atkins] e io suonavo il martedì al Grand Ole Opry, ho chiesto se potevo portare una seconda chitarra e suonare un tributo a Chet e Jerry Reed. Loro sono stati entusiasti della cosa e a tutti è piaciuto moltissimo il concerto: abbiamo iniziato con “Avalon”, che ho suonato sul prototipo della Gretsch 6120 che Chet suonava nel 1954, una chitarra leggendaria, poi sono passato all’acustica e abbiamo suonato “Jerry’s Breakdown” e “Twitchy”.

Sembra che suonare con grandi musicisti ti stimoli a fare sempre meglio: come affronti la cosa?
Ti faccio un esempio: mi è capitato di suonare lo stesso brano, “The Nearness of You” [uno standard del repertorio jazz scritto nel 1938 da Ned Washington e Hoagy Carmichael], con Martin Taylor, John Knowles e Frank Vignola, e ognuno di loro la suona con giri di accordi differenti [mi fa ascoltare le varie versioni]. Quindi ho ascoltato il brano cantato da Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e Frank Sinatra, e ho cercato di capire come muovermi per suonare sempre cose adeguate a seconda del musicista con cui collaboro e delle varie versioni: questo per me è un motivo di grande crescita musicale. 

Nuovi progetti?
Sto producendo il mio album di duetti, come dicevo prima, poi un nuovo lavoro di canzoni di natale con John Knowles, e un corso didattico per la TrueFire intitolato Fingerstyle Breaktroughs, con undici brani interamente ripresi e trascritti, che saranno molto interessanti.

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Da diverso tempo stai mettendo in rete un gran numero di video davvero ben fatti: sembra che la cosa ti interessi molto.
Decisamente sì, è un mezzo importantissimo e ho un team di persone che se ne occupa. Quando sono a casa per una settimana o più, organizzo delle sedute di ripresa che mi permettono di suonare ciò che voglio. Quindi in un paio di pomeriggi riesco a produrre moltissime cose, che poi loro tagliano e sistemano al meglio con il tempo necessario. Suono molto materiale che posso poi usare nei mesi successivi: visto che non sto molto a casa è il modo migliore. Quando hai gente in gamba con un paio di camere fisse e una centrale che si muove, e registri anche l’audio, a me non resta che suonare…

Per quanto riguarda la strumentazione attuale cosa puoi dirci?
Ho appena ricevuto tre nuove chitarre dal Custom Shop della Maton, e devo dire che sono le migliori in assoluto che io abbia mai avuto, sono fantastiche. E insieme al mio amplificatore AER modello signature appena prodotto, ho veramente il suono che voglio. Dovunque io vada, la Maton e l’AER mi danno quello che ormai considero ‘il mio suono’. Steve, il fonico, si preoccupa di tutto il resto, io non ho nulla sul palco oltre all’accordatore.

Immagino, come al solito, nessuna scaletta per lo show!
Esatto, nessuna scaletta, suono quello che mi viene.

C’è qualche brano a cui sei particolarmente legato, che ti piace sempre suonare?
Stevie’s Blues è una di quelle canzoni che suono sempre e mi diverto a cambiarne la forma, improvvisare, trovare sempre nuove idee, mi diverto a vedere le reazioni del pubblico.

Non resta che salutarsi e speriamo di vederci quando passi da qui!
Speriamo di incontrarci presto e grazie per lo spazio che mi concedete ogni volta, ciao!

Daniele Bazzani

 

 

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