La musica con cui cresciamo

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(di Daniele Bazzani) – Il modo in cui ognuno di noi ‘vive’ la musica è del tutto personale: c’è chi si avvicina a un musicista per caso, per un disco dei propri genitori, chi a uno strumento, perché un amico già lo suona. Le casualità e le coincidenze della vita vanno poi a scontrarsi con l’indole di ognuno, i gusti che abbiamo e che sviluppiamo nel tempo, chissà perché.

Un fattore di cui sembriamo tenere conto, ma in realtà non lo facciamo, è il luogo in cui cresciamo, soprattutto se parliamo di diverse nazioni, continenti addirittura. Perché dico questo? Perché mi è capitato spesso di ragionare sulle diverse componenti e influenze che subiamo più o meno inconsciamente, influenze che spesso alterano la nostra percezione della musica senza che noi ce ne rendiamo conto.
Partiamo da una considerazione importantissima: la musica è un linguaggio, quindi ha una sua pronuncia ed è del tutto assimilabile all’esperienza parlata. Se siamo di una determinata città e ne conosciamo il dialetto o la semplice inflessione dialettale, ci basta ascoltare poche parole di una persona che non conosciamo per capire se provenga dallo stesso nostro posto, se sia nata lì e se conosca davvero la lingua, o se stia solo scimmiottando. Questo accade anche con la musica: quando ne conosciamo bene uno stile, ascoltato per anni e ‘parlato’ da musicisti diversi, ci basta poco per capire se il linguaggio sia ‘autentico”.
Non vorrei, sostenendo questa tesi, che il discorso suonasse ‘razzista’, ma gli stili musicali, ancor prima che dal fraseggio, sono contraddistinti proprio dalla ‘pronuncia’: il modo in cui un batterista porta lo swing o un chitarrista suona uno shuffle ci dicono quasi tutto e quasi subito.
Va anche detto che questo discorso si applica a musiche ‘popolari’ che sono nate e cresciute fra la gente e per la gente: il reggae, il blues, il jazz, la taranta, tutte senza esclusioni, sono musiche che vivono dei loro esecutori. Provate a immaginare di aver solo ‘letto’ una partitura musicale di un brano di Bob Marley senza averlo mai ascoltato, e capirete quanto poco possa la scrittura a fronte del suonare
Anche questa affermazione potrebbe suonare come: «non leggete la musica tanto è inutile». Assolutamente no! Non voglio dire questo: sto solo ragionando e facendo delle considerazioni, che potrebbero portare a parlare anche di altro, magari lo farò in futuro.
Provo a tornare al punto di partenza, se mai ce n’è uno in casi come questo. Una delle considerazioni che ho fatto negli anni, in diverse occasioni e in relazione a varie esperienze personali, è legata alla musica jazz e a chi la suona. Non sono un jazzista ma ne ho ascoltato un po’: è una musica che amo, pur non avendola mai approfondita davvero come strumentista. Certi suoni mi sono familiari e altri meno, il linguaggio mi affascina. Ho ascoltato alcuni grandissimi jazzisti americani, altri europei e anche italiani; devo dire che anche da noi ci sono musicisti fantastici.
Il-blues-intorno-a-meVorrei però andare indietro, a quelle che sono le esperienze iniziali di ognuno. E lo spunto me lo diede un passaggio del bellissimo libro Il blues intorno a me, l’autobiografia di B.B. King scritta con lui da David Ritz (Blues All Around Me. The Autobiography of B.B. King, 1996), un libro meraviglioso che… parla di blues! E allora che c’entra, penserete. C’entra perché a un certo punto il protagonista racconta di quanti musicisti lo andassero ad ascoltare negli anni ’50 e ’60: fra questi c’era spesso Miles Davis, vera leggenda del jazz, nero come King, che non perdeva occasione per sedersi in prima fila e andare poi nel backstage dopo il concerto a congratularsi con il chitarrista di Indianola (anche se nacque altrove), dicendogli quanto amasse il suo modo di suonare, quanto lo trovasse inimitabile. Ma come? Lui che poteva suonare di tutto, che era così più avanti tecnicamente e in quanto a fraseggio, sosteneva che il playing di un musicista così più ‘ignorante’ di lui (lo scrivo io, non lui) fosse addirittura inimitabile?
Questa è purtroppo una cosa che ho ascoltato dalle nostre parti: musicisti (mah…) che si permettono, siccome hanno studiato qualche scala, qualche pattern e qualche accordo, di dire cose del tipo «ma un giro di blues è una cosa semplice, che ci vuole a suonare su tre accordi con una pentatonica?» Complimenti, con una frase avete fatto danni simili a quelli di Enola Gay, in meno tempo. Cento anni di musica azzerati con una cazzata. A parte questo, mi è capitato, ma per fortuna la maggior parte dei musicisti sono più intelligenti di così; e una simile frase è più tipica di qualche studente o sedicente musicista, che di quelli veri.
Cerco però di non vestire troppo a lungo i panni del Dottor Divago. Ragionavo sui contesti musicali e sulla storia di alcuni musicisti moderni come Bill Frisell, Pat Metheny, John Scofield, Robben Ford, Scott Henderson: ok, sono tutti chitarristi, ma mi servono per spiegare cosa intendo… Uniti dal comune denominatore del jazz, alcuni di loro hanno un passato in territori arditi, quasi sperimentali, e un ritorno alle origini. Penso a Frisell e al suo Nashville (1997), un disco folk per il quale ha coinvolto musicisti country di altissimo livello, come il dobroista Jerry Douglas (ma già la meravigliosa “Rambler” del 1985 ci disse molto); a Robben Ford e Scott Henderson, e al loro passaggio al blues elettrico; a Metheny: in molti momenti differenti della sua lunga carriera le contaminazioni folk o pop sono pesantissime; e quando suona jazz, chi può giudicarlo? Un numero uno assoluto.
Quando sono ragazzi, gli americani della loro generazione (ma anche di quelle sucessive) crescono ascoltando rock’n’roll, blues, country, soul, come anche jazz. Suonano nelle band della scuola, perché da loro la cultura musicale è grande e glielo permette. Forse da noi si studia meglio e la cultura generale è migliore, ma per quanto riguarda la musica e il rispetto che loro le portano, fra noi e gli USA c’è un abisso, non solo oceanico.
Tutto ciò si traduce in un automatico immagazzinare suoni e linguaggi che poi, magari, non saranno il cardine del loro modo di suonare, ma sono lì, nascosti, pronti a fare capolino quando meno te lo aspetti, perché è così che funziona. Faccio il più becero degli esempi, con la tipica casalinga che fa le faccende domestiche: in Italia fischietta una canzone nostrana, che magari è dotata di una bella melodia su pochi accordi, senza cambi di tonalità; negli Stati Uniti fischietta “All the Things You Are”, con quarantasette cambi di chiave e pesanti alterazioni, come se sgranocchiasse noccioline. E a noi servono anni di studio solo per capire come diavolo stia modulando il pezzo.
Questo imprinting è fondamentale, li segna per sempre e dà loro un vantaggio innegabile, che si traduce nel loro linguaggio finale. Chi si confronta, nel nostro paese, con la loro musica, non avrà probabilmente avuto gli stessi ascolti, lo stesso bagaglio di esperienze e di assimilazione di elementi che hanno avuto loro, trovandosi in una posizione differente. Non tanto di svantaggio, quanto diversa. Perché le differenze a volte sono quelle che ci rendono forti, unici. Quanto ho scritto finora non vuole sminuire questo o quel musicista, è solo volto ad analizzare quanto abbiamo intorno. Non voglio certo suggerire ai jazzisti di ascoltare Marvin Gaye o Sam Cooke per suonare meglio il jazz; ma le componenti che formano la musica che amano, studiano e suonano, spesso sono molte più di quante pensino. E risiedono in luoghi apparentemente slegati da quello originario.
Il discorso vale ovviamente per molti generi diversi. Anni fa mi capitò di vedere un video in cui proprio B.B. King suonava per un giornalista dei fraseggi ‘quasi jazz’, a dimostrazione di come nel suo paese i confini fra gli stili esistano, ma siano molto meno definiti di quanto pensiamo, almeno in fase di costruzione del proprio modo di suonare.
E sarà un caso che, invece di andare avanti, molti grandi ‘stilisti’ vadano indietro cercando suoni ‘nuovi’, o ‘vecchi’? Sarà un caso che invece di continuare a sperimentare (il free jazz ha già valicato molti confini negli anni ’60) cerchino una strada maestra, la voce che ascoltavano da bambini, un linguaggio più semplice ma più immediato e coinvolgente? Sarà un caso che questo accada in maturità?
La cosa mi affascina e ci penso da molto, sarebbe interessante poter chiedere ai diretti interessati. Chissà che un giorno non ci si riesca.

Daniele Bazzani

PUBBLICATO

Chitarra Acustica, n.04/2015, pp. 12-13

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