De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto

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Caravan / Sony Music
De-Gregori-canta-Bob-Dylan-Amore-e-Furto_coverOggi piove, per fortuna! Ho tra le mani il nuovo CD di Francesco De Gregori e so già che sarò bloccato per tutto il giorno. Ed è meglio che piova e che l’istinto non mi porti a guardare fuori dalla finestra, ma dentro al suono della mia stanza. Sono pronto, devo premere play e far partire il primo brano. Ma sono nervoso, ecco, forse ora vorrei che smettesse di piovere per avere una scusa e uscire, rimandando l’ascolto e la recensione. Invece piove che dio la manda e non ho più scuse…
Dylan è materia delicata. Ho sentito decine di traduzioni dei suoi brani e mai ho provato entusiasmo per gli adattamenti. Di contro, ho sempre atteso con ansia ogni lavoro di De Gregori e l’ho assorbito totalmente; così come avrei voluto fare con Dylan, ma la lingua me lo ha impedito: leggere una traduzione non è la stessa cosa che sentire musica e parole. Ora, i miei due riferimenti si sommano e stanno per generare qualcosa che non riesco a immaginare. Per cui chiudo gli occhi e vado con il primo brano.

“Un Angioletto come te” (Swetheart Like You). Capisco subito: non è un disco di Dylan, ma è semplicemente il nuovo disco di Francesco De Gregori. Canta Dylan ma sembra canti se stesso; anzi, canta se stesso facendoti pensare a Dylan. Brivido sulla schiena e pelle d’oca sulle braccia, provo a seguire il testo originale e poi la traduzione a fianco per capire quanto è fedele; ma perdo subito il filo e capisco che la cosa non è importante. Francesco impone la sua metrica, cambia e rivoluziona l’ordine delle frasi, mai il senso, mai il messaggio.
“Servire qualcuno” (Gotta Serve Somebody). La band sottolinea la qualità del lavoro, tanto suono ed energia; De Gregori si lascia andare e la sua voce, già caratterizzata da una cadenza personale, si scioglie in una ritmica ancora più esasperata. Dylan è difficile da comprendere soprattutto per chi non è madrelingua, invece De Gregori scandisce ogni parola, sottolinea ogni paragrafo e scolpisce con chiarezza ogni pensiero. La chitarra di Paolo Giovenchi, che aveva già chiuso magistralmente il brano precedente, ritorna a stupirci con un assolo di grande gusto; e la forza della musica accompagna la graffiante attualità del testo.
«Dille che non si preoccupi per le cose lasciate qui» suona ancora più scandita e perfetta, in “Non dirle che non è così” (If You See Her, Say Hello). Il canto di De Gregori si sostituisce a quello di Dylan ed è uno di quei pezzi che ti fa capire chiaramente come suonerebbero le canzoni di quest’ultimo in italiano. Qui le chitarre acustiche aprono la strada ad altre atmosfere, un delicato disegno a matita tra tanti quadri pieni di colore.
Desolation Row (“Via della povertà”) credo sia il pezzo più impegnativo di tutto il lavoro. Intanto perché De Gregori aveva già lavorato a questo brano insieme a Fabrizio De André e questa nuova versione presenta una revisione totale della precedente. Il testo inglese è molto ‘localizzato’ e trasformarlo in Italiano credo non sia stato cosa semplice. Lo stesso De Gregori ha dichiarato di aver tralasciato una strofa in quanto in Italiano non avrebbe reso il concetto. L’originale assolo finale di armonica qui si trasforma in “Last Night I Had The Strangest Dream”, dipingendo di radicalismo pacifista un brano così criptico e complesso.
“Come il giorno” (I Shall Be Released): se posso confessare una cosa, questo è il primo pezzo che realmente ho ascoltato. Ero così curioso: conosco a memoria la versione del bootleg Great White Wonder e volevo capire come De Gregori avesse realizzato la sua interpretazione. E come le più grandi attese che rivelano i grandi misteri, il brano si scioglie nota dopo nota accompagnato da un testo che meravigliosamente allontana “Come il giorno” da I Shall Be Released, lasciandone intatto senso e sentimento.
I minuti scorrono sorprendentemente veloci, si passa da “Mondo politico” (Political World) a “Non è buio ancora” (Not Dark Yet) e ad “Acido Seminterrato” (Subterranean Homesick Blues), dove il suono anni ’60 riecheggia tuonante; anche il finale, impropriamente sfumato come si faceva all’epoca, rispecchia lo spirito del brano originale.
“Una serie di sogni” (Series of Dreams), “Tweedle Dum & Tweedle Dee” e “Dignità” (Dignity) chiudono il lavoro. Ma non è la parola ‘fine’ che svetta sull’ultima nota, bensì soltanto replay, perché ora si sente di nuovo il bisogno di “Un angioletto come te” e di tutto il resto ancora una volta e una volta ancora…

Dovrei consumare buona parte degli aggettivi che conosco per descrivere con stentata precisione le emozioni e la forza di questo lavoro: il suono e la perizia della ‘Band’ – ed è giusto definirla cosi per un corretto riconoscimento storico e artistico – e la spericolata maestria di De Gregori, che con grande classe, gusto e personalità ha portato a termine un’impresa titanica e impossibile. Il CD non vira mai nel consueto e non si perde nel commemorativo: ripropone la musica così com’è, così come deve essere. Non è un omaggio a Dylan, ma è semplicemente un ‘furto’ fatto con amore.

Reno Brandoni

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