(di Gabriele Longo) – Il nuovo album della cantautrice ligure Giua è un concentrato di canzoni che indagano quel tempo aperto, alle volte sospeso, altre volte indefinito che è proprio dell’attesa, della scoperta, del viaggio, dell’amore. Dodici canzoni arrangiate con Stefano Cabrera dello GnuQuartet, che superano le sonorità tipicamente latine di Giua per volgere a quelle più acustiche e folk della canzone nordamericana, passando attraverso il jazz e la contaminazione di vari linguaggi.
Il nucleo centrale del suono di questo disco è dato dalla voce e dalle chitarre di Giua, dalla batteria di Rodolfo Cervetto, dal contrabbasso di Pietro Martinelli e dal violoncello di Stefano Cabrera. E poi, come fiori, alberi, case o mare all’orizzonte, spuntano nelle canzoni il pianoforte di Tina Omerzo, il violino di Fabio Biale, l’organetto di Filippo Gambetta, il flauto traverso in legno di Michel Balatti. Su queste sonorità… improvvisamente altri colori si aggiungono a completare un discorso in movimento. Ed ecco quindi le voci di Zibba, di Pilar, di Victoria Vox, la chitarra inconfondibile di Armando Corsi e perfino il cuatro venezuelano, a ritrovare quei profumi latini mai dimenticati. E improvvisamente accompagna, sorprende, e riesce a portare lontano.
Ciao Giua. A un primo ascolto del tuo nuovo CD ho avuto la sensazione che tu abbia dato una svolta al tuo modo di scrivere. Ci ho sentito un folk di matrice nordamericana con un uso più massiccio di chitarre acustiche. Sei tu a suonarle?
Sì, le chitarre acustiche del disco l’ho suonate io. Diciamo che è uno strumento che ho suonato un po’ da sempre, anche se il mio amore più grande rimane la chitarra classica, per come ho iniziato, per gli studi che ho fatto e che ho poi approfondito con il mio maestro Armando Corsi. Detto questo, ultimamente ho sentito l’esigenza – non per un ragionamento fatto a tavolino – di sperimentare in un’altra direzione.
Certo. Può essere dipeso anche da ascolti diversi da quelli che ti hanno formata?
Sì, sì, questo sicuramente c’entra. In realtà ascolto da sempre di tutto. Ultimamente ho ascoltato molto Leonard Cohen, i Clash, oppure ho ripreso Joni Mitchell. C’è stata un po’ di più questa influenza. E poi c’è stato l’incontro con i musicisti dell’album, che suonano altri strumenti rispetto a quelli dei miei precedenti lavori e che provengono prevalentemente dal jazz e dalla world music; come i Liguriani, che hanno dato con le loro sonorità un tocco nuovo, spostando la mia svolta stilistica ancora più in là. I Liguriani sono un gruppo strumentale che esegue musica irlandese e fa ricerca nell’ambito della musica popolare ligure. Tre componenti di questo ensemble hanno suonato nel mio disco: sono Filippo Gambetta – figlio di Beppe – all’organetto diatonico; Fabio Biale che suona il violino e la chitarra manouche, e anche uno strumento percussivo molto bello che è il bodhran; e poi Michel Baratti, che suona il flauto traverso in legno. Ecco, loro hanno portato una ventata popolare europea nel disco. Gli arrangiamenti, ai quali ho partecipato anch’io, sono del violoncellista Stefano Cabrera che è il compositore e arrangiatore dello GnuQuartet, con cui ha portato una ventata di musica classica, di jazz. E poi c’è il batterista jazz che adoro, Rudy Cervetto, il quale ha un groove che sembra non far parte della canzone, ma che mi piaceva sposare con la canzone. Al contrabbasso c’è Pietro Martinelli e al pianoforte, uno strumento che sposta i pesi non poco rispetto al mio suono abituale, Tina Omero, una musicista slovena che ha introdotto un po’ quel gusto balcanico dei tempi dispari. Insomma, un bel miscuglio di cose!
Beh sì, mi sembra che ce l’hai messa tutta per complicarti la vita! [ride divertita] Però mi sembra che il risultato sia notevole.
Noi ci siamo divertiti molto, devo dire. Questo dal punto di vista dell’impianto strumentale. Poi ci sono gli ospiti, che a loro volta hanno aggiunto tutta un’altra parte, e che sono: Pilar, la cantante romana di gran classe che tu conoscerai; c’è Zibba che ha cantato in “E improvvisamente”, il brano di traino del CD; c’è Victoria Vox, una cantautrice nordamericana che mi piace tantissimo e che suona l’ukulele; c’è il Coro popolare della Maddalena, questa corale di strada che ho fondato qua a Genova con Pier Mario Giovannone, autore di alcuni testi e coautore di due poesie che ho musicato.
E alle chitarre ho letto che c’è…
C’è Daniele Fiaschi che è un chitarrista straordinario, romano anche lui. Mi è piaciuto tantissimo, ha suonato in due miei pezzi: “Finisterre” e “Come se”.
Suona l’acustica o l’elettrica?
Le acustiche le ho suonate tutte io. Lui suona l’elettrica in tutti e due i pezzi.
E allora devo farti i miei complimenti per lo stile chitarristico sull’acustica.
Grazie!
Ti conoscevo per il tuo stile caldo, latino, che esprimevi con le sei corde di nylon. Qui ti sei ben calata nel ruolo della chitarrista folk ‘americana’, con il tocco giusto, gli accenti giusti.
Eh, ci sto provando.
Tornando a Daniele Fiaschi…
Sì, il suo apporto musicale è di sonorità, di ambientazione, non ci sono degli obbligati o delle armonie definite. Poi un’altra voce interessantissima è quella di Esmeralda Sciascia delle Voci Atroci, che abbiamo utilizzato nel brano “Da lontano”: non male, non male… E poi Armando Corsi, che non potevo non ospitare nel mio nuovo disco e che ha suonato la sua chitarra in “Scivola Sud” e “A me mi piaci tu”.
Dicevamo che il disco dà un ventaglio molto ampio di stili musicali anche se il tuo modo di porgere è sempre ben riconoscibile. Sono presenti delle belle armonizzazioni vocali.
Allora, alcune seconde voci le ho fatte io doppiando la mia voce solista. In “Disamore infinito”, che ha questo gusto rétro tipo Trio Lescano, ho chiesto aiuto a Flavia Barbacetto che è la cantante delle Blue Dolls, specializzate in musica vocale anni ’40, proprio perché avevo voglia di dare questo taglio. Per me la voce rimane lo strumento principale, nel senso che in un disco di canzoni per me è fondamentale che la voce sia comunque il ‘fuoco’ del disco; quindi, sia come cantante sia come musicista, le riservo sempre un occhio di riguardo. E ho notato che scrivendo canzoni con la chitarra acustica anche le sonorità, i giri armonici che mi venivano, erano diversi da quelli che avrei trovato usando una classica, per cui anche il modo di cantare l’ho adeguato alle sonorità e agli arrangiamenti diversi che si sono sviluppati.
Ecco, mi viene da dire che mentre nel tuo disco precedente le melodie di stampo sudamericano ti suggerivano un approccio vocale prettamente solistico, in questo tuo nuovo lavoro ti sei più ispirata alla tradizione anglosassone che predilige le armonizzazioni a più voci.
Forse sì. Poi dipende. Per esempio Armando Corsi ha spesso un’idea vocale molto particolare all’interno dei brani, per cui anche in TrE ci eravamo permessi qualche idea un po’ stravagante. Però è vero, la canzone folk nordamericana si presta di più alle armonizzazioni, per esempio a due voci per tutta la stesura del brano, vedi Simon & Garfunkel.
Tornando al nostro amato strumento, ci puoi parlare delle chitarre che hai suonato nel disco?
Certamente. Tra l’altro ci tengo moltissimo. La chitarra classica è uno strumento nuovo che mi sono fatta costruire appositamente per le registrazioni del disco da un giovane liutaio, bravissimo, che si chiama Paolo Sussone. Lui costruisce sia chitarre classiche, sia chitarre acustiche. Ne sta costruendo per il cantautore Dario Brunori e per Marcus Eaton, che tu conoscerai bene. Fra l’altro, con Marcus abbiamo suonato insieme qui a Genova e ho potuto sentire che chitarrista ‘mostruoso’ sia!
Eh sì, è un fuoriclasse della seicorde…
Ti dicevo che Sussone è un liutaio molto bravo e intraprendente. Per la costruzione di questa classica abbiamo scelto dei legni che in parte si usano anche per l’acustica. Quindi, il suono di questo strumento è molto meno sudamericano, cosa che volevo proprio ottenere. La puoi sentire in pezzi come “Da lontano”, “Tutti vanno via dall’Italia”, “Disamore infinito”, “Scivola Sud” e “A me mi piaci tu”. Negli altri pezzi ho usato un’acustica molto bella, che mi ero comprata quando ero andata al festival di Sanremo del 2008: è una Yamaha Custom LSX36C.
Una curiosità, Giua: nella cartella stampa leggo i nomi di alcuni tuoi parenti stretti, immagino, tra i collaboratori del disco. Ce ne puoi parlare?
Sì, me li sono lasciati apposta per ultimo: Vera e Silvia Pierantoni Giua sono le mie sorelle e, infatti, ho deciso con loro di armonizzare a tre voci “Di questa luna che”, un pezzo che può rappresentare il saluto del disco, essendo in fondo alla scaletta. Non è propriamente una ninna nanna, ma è un po’ pensata come se lo fosse.
L’hai pensata con la mente rivolta al tuo bambino?
In realtà è una canzone che è nata prima di Agostino; però, in qualche modo, ha una dolcezza che mi ricorda lui. Per Agostino ho composto la ghost track: quella traccia nascosta che, se uno fa andare avanti il CD dopo l’ultimo pezzo ufficiale, a un certo punto viene fuori un pezzo non indicato nelle note di copertina. Il pezzo è con chitarra e voce e basta; s’intitola “Miracolo di luce” e appunto l’ho scritto per Agostino.
E Gianfranco Pierantoni Giua?
È mio padre. Lui vive in Sudamerica, in Venezuela, ma nel periodo delle registrazioni era in Italia e allora l’ho coinvolto nel progetto. Sai, lui è stato il mio primo maestro di chitarra, e quindi l’ho acciuffato al volo e gli ho chiesto di suonare questo strumento che mi piace tantissimo, il cuatro venezuelano. Non è un ukulele, è proprio uno strumento diverso, ha quattro corde accordate La Re Fa# Si dalla quarta alla prima, ma con il Si ‘rientrante’, cioè all’altezza dell’ottava del La. Ha una cassa di un legno leggerissimo, che sembra quasi una balsa per farti capire. Il suono è molto molto squillante, stupendo.
È uno strumento d’accompagnamento o si usa anche melodicamente?
La tradizione lo vuole come strumento prettamente ritmico, è stato pensato per sostituire la chitarra e la batteria!
Tuo papà è un musicista professionista?
No, non lo fa per lavoro. Lui è architetto e poi in Venezuela coltiva caffé, ma comunque suona veramente molto bene da sempre.
E le tue sorelle?
Anche loro sono delle musiciste amatoriali, nella vita si occupano di altro. Ma hanno una grande passione per il canto e finalmente, dopo tanti anni, abbiamo trovato l’occasione di realizzare il desiderio di cantare tutte insieme in un mio pezzo.
Bene, Giua, a questo punto lascio a te un argomento a piacere.
Allora vorrei parlarti di come ho realizzato questo disco: è stato possibile grazie al crowdfunding, ovvero il finanziamento collettivo. Qui in Italia c’è ancora un certo sospetto al riguardo. In realtà io ho usato come piattaforma Musicraiser. Mi sono iscritta a questo sito, ho presentato il mio progetto, i responsabili hanno valutato la mia proposta e una volta ritenuta valida mi hanno supportato nella raccolta fondi. Il concetto è che invece di essere tu artista a chiedere personalmente dei soldi, chiedi di farlo dentro un progetto.
È una cosa più strutturata.
Più ufficiale, più strutturata, certo. A me è sembrato un bel modo di fare un disco producendolo con il sostegno dei miei fan, che mi sono costruito in tutti questi anni. Quindi, in un qualche modo, chi contribuisce a produrre un disco partecipa attivamente, concretamente alla sua realizzazione insieme con l’artista che ama. Per esempio, una persona poteva donare da dieci a mille euro e, a seconda di quanto ha donato, ha in cambio una ricompensa. A chi ha dato venti euro, gli arriverà il CD autografato: è comunque un sentirsi parte di un processo creativo, che altrimenti fruisci solamente come ascoltatore. A chi dava mille euro, il premio era un mio concerto in solo, più la citazione della persona sul disco, più alcune copie del disco.
Ti è capitato?
Eh, sì! Devo dire che è stata una bellissima esperienza, perché in tutto ciò ho conosciuto tante persone, instaurato contatti, allacciato relazioni.
Quanto è durata l’operazione?
Sui 40-45 giorni; ho anche superato il tetto minimo della cifra che mi ero prefissa di raggiungere. In tutto questo c’è da dire che ho iniziato la campagna quando ero già incinta di circa sette mesi, per cui – quando ho iniziato a registrare dopo un paio di mesi, erano i primi di dicembre del 2014 – ho dovuto interrompere le session, altrimenti partorivo in studio! Ho ripreso dopo cinque mesi circa e sono arrivata alla chiusura intorno a novembre 2015.
Questa lunga pausa potrà essere servita a sedimentare, a far maturare certe cose.
Infatti. Da un lato è stato positivo, dall’altra è stato un delirio perché mi è venuta voglia di rifare un sacco di cose [ride divertita, ndr.]. Ero sempre lì, aggiungi, togli, metti questo, togli quell’altro, ho fatto diventare matti il fonico e l’arrangiatore. Sai, alla fine devo essere contenta al cento per cento.
Giua, come si è svolto il lavoro di registrazione?
Abbiamo registrato in questo studio molto bello, l’Orange Home Records di Raffaele Abbate. Avendo diverse sale a disposizione, questo studio ci ha permesso di registrare quasi tutti i pezzi in diretta suonando insieme, ma appunto in sale diverse, in modo tale da poter avere lo spirito del live e allo stesso tempo la possibilità di intervenire singolarmente su ogni strumento, come sovraincidere o rifare alcune parti. Mediamente eravamo in quattro: contrabbasso, batteria, violoncello e io, chitarra e voce. Poi il pianoforte e, via via, gli altri strumenti che si sono aggiunti strada facendo. Quando abbiamo finito tutto il registrabile, ho rifatto tutte le mie chitarre (classiche e acustiche) e le voci, registrandole allo studio mobile di un ragazzo molto bravo, qui a Genova, che si chiama Lorenzo Sale. E mi sono trovata molto bene. Una volta definite le parti, ho potuto cantare e risuonare le chitarre calandomi dentro quella che era la struttura definitiva del pezzo.
Grazie Giua. Ti lascerei con la più classica delle domande: ci sono tuoi concerti imminenti?
Mi sto giusto attivando adesso, per preparare bene un tour che mi auguro abbia alcune date in primavera-estate, ma che parta poi in autunno. La data più vicina è quella del 17 marzo al Teatro dell’Archivolto a Genova. Saremo in quintetto, con la formazione di base del mio disco più diversi ospiti a sorpresa.
Bene Giua. Con l’annuncio di questo concerto, che ti auguro molto partecipato, ti ringrazio della disponibilità e ti faccio un grande in bocca al lupo per il tuo nuovo disco E improvvisamente.
Gabriele Longo






