Franco Cerri in concerto

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(di Giorgio Cordini) – Da tempo l’avevo programmato. E questa volta non ci sarebbe stato alcun motivo che mi avrebbe fatto rinunciare a quel concerto di Franco Cerri. Erano anni che desideravo assistere a una sua performance, ma impegni e imprevisti dell’ultima ora mi avevano sempre costretto a rimandare. Questa volta al Barracuda di Sirmione, dov’era prevista l’esibizione in trio del chitarrista milanese per la sera del 22 maggio, avevo telefonato un mese prima e addirittura prenotato la cena prima del concerto, per essere sicuro di non aver scuse per non esserci. Ero in compagnia di amici, come me appassionati di musica e in particolare ‘amici di chitarra’, per i quali – come d’altronde per me – Franco Cerri era e rimane ‘il mito’, il primo chitarrista, il numero uno, al di là di mode, nuove tendenze, sonorità di avanguardia.

Franco-Cerri-(2)Arriviamo a Sirmione, nota località termale del lago di Garda, nel tardo pomeriggio con largo anticipo. Sembra di essere già in estate: un affollamento inaspettato, tanta, tanta gente che, approfittando della splendida giornata e del clima favorevole, passeggia in riva al lago già sognando le vacanze ancora non molto vicine, se non nei desideri, mentre qualcuno perfino si avventura in costume da bagno per far fronte alla calura soffocante.
Il Barracuda è un locale sul lungolago con bar e annesso ristorante, che riserva talvolta una sala interna per concerti di jazz. Una vetrata unica, che circonda palco e platea, non lascia presagire nulla di buono per l’acustica. Ma, sorprendentemente, già nell’entrare in sala chiacchierando con gli amici mi rendo conto che, complice la travatura in legno e l’irregolarità del pavimento, non si avvertono particolari rimbombi o fastidiosi ritorni; e la risposta della sala, alle prime note del soundcheck, risulta più che positiva. Migliorerà ancora al riempirsi del locale da parte di un pubblico che entra ordinatamente, anche se non del tutto puntuale.

Mi vengono concessi così alcuni minuti per un saluto a Franco Cerri, che è già sul palco in giacca e cravatta, elegante come sempre, sorridente e cordiale, ma incapace di nascondere quel briciolo di tensione che non si può non provare anche dopo una carriera sconfinata come la sua, con alle spalle un bagaglio di esperienze e di collaborazioni prestigiose che tutti gli invidiamo. Gli stringo la mano e vengo subito colpito dalla sua presa, leggera e determinata allo stesso tempo, con una pelle morbida e compatta, senza irregolarità, incredibilmente perfetta pur dopo tanti anni di ‘usura’: le mani per un chitarrista sono la parte più preziosa e più utilizzata del corpo, e mi rendo conto che Franco ne deve aver sempre avuto la massima cura.
Ricordiamo insieme il figlio Stefano, fantastico bassista, con il quale tante volte aveva diviso il palcoscenico, del quale io stesso ero stato amico e compagno nelle ultime tournée con Fabrizio De André. Ma abbandona velocemente il pensiero dell’amato figlio scomparso prematuramente, mostrando un’evidente serenità, suscitata da sguardi di velata malinconia, che sembra figlia di nuovi programmi, nuove serate, nuovi concerti: novant’anni compiuti in gennaio e ancora tanta voglia di vivere, di suonare, di esporsi, di progettare.

L’esibizione del trio – con lui ci sono Alberto Gurrisi all’organo Hammond e Walter Calloni alla batteria – è preceduta da una breve performance a metà strada tra cabaret e intrattenimento musicale, condotta da un simpatico presentatore-attore-cantante, che risponde al nome di Fabio Calabrò e che annuncia e dà il via con entusiasmo al concerto di Cerri.
Ora il concerto può cominciare. Non vorrei farne la pura cronaca, preferisco cercare di comunicare a chi legge le emozioni che ho provato da semplice ascoltatore. Franco imbraccia una chitarra che da lontano ricorda solo vagamente la sua storica Gibson L-5, nonostante manchi come a quella il battipenna. In realtà è uno strumento artigianale di splendida fattura, costruito recentemente per lui da Mirko Borghino, che verrà citato e ringraziato a fine concerto. La sonorità è molto simile alla chitarra americana, cui probabilmente si è ispirato il liutaio bresciano, ma sono del parere che Franco Cerri può avere tra le mani qualsiasi buona chitarra: sono poi le sue mani che generano quel suo suono, quel suo fraseggio, creando quel clima magico che riporta alle atmosfere passate che hanno segnato il suo percorso di musicista.
Dopo l’esordio avvenuto con una delicata e soffice versione di “Bluesette”, ecco snocciolati uno dopo l’altro alcuni dei motivi che hanno fatto la storia del jazz. Sembra di trovarsi immersi appunto in una piccola enciclopedia del jazz, alla corte dei più grandi, dei colossi: Django Reinhardt, Chet Baker, John Coltrane, Duke Ellington. Ecco i brani che li hanno resi famosi, a cui attinge a piene mani il trio condotto da Cerri: dalla swingante “There Will Never Be Another You” alla delicata “My Funny Valentine”, dalla garbata “Body and Soul” alla più movimentata “Take the A Train”. Un tocco morbido, ma determinato ed efficace quello del maestro, proprio come un tempo. Una capacità di immergersi nel pezzo con abilità, elaborando frasi brevi e comprensibili che si inseriscono nell’armonia con sapienza ineguagliabile, melodie e arpeggi di accordi raffinati, quando non sono sequenze di frasi eseguite a ottave, per non dimenticare, oltre a Django, nemmeno Wes Mongomery.

Franco-Cerri

I due compagni di Cerri sono musicisti eclettici: il granitico Walter Calloni, batterista esuberante e versatile, che ricordo innovativo con Fabrizio De André in Crêuza de mä, inamovibile a fianco del Franz di Cioccio ‘cantante’ della PFM, qui si rivela quasi inaspettatamente soffice e squisitamente docile, mentre aggiunge valore alla musica del trio, segnando le ritmiche con determinazione e leggerezza. Anche Alberto Gurrisi, che da tempo collabora con Franco Cerri, inserisce con destrezza il suono del suo organo Hammond nell’ensemble, sostituendo il basso e incorniciando le melodie della chitarra in un tappeto di armonie compiacenti, sfumando tra il moderno e il vintage.
Il concerto non poteva che terminare con “Corcovado”, il brano che da sempre è il cavallo di battaglia del chitarrista milanese. Inevitabili i bis con “Some Day My Prince Will Come” a concludere una serata memorabile.

Dopo gli applausi, i ringraziamenti e i saluti al pubblico, mi avvicino nuovamente al palco per una stretta di mano al maestro. Mi risuona ancora nella mente quel suo «alla prossima, si dice»… così cortese e misurato, efficace e ottimista. «Alla prossima, Franco!»

Giorgio Cordini

 

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