Il fingerpicking allo stetoscopio – Intervista a Giovanni Pelosi

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(di Mario Giovannini) – Intervistare gli amici è strano. Da un lato è piacevole, perché non c’è tensione o paura di parlare a sproposito. Dall’altro aleggia la sottile incertezza di non ‘sembrare’ abbastanza critici e obbiettivi. Nel caso di Giovanni, però, rimane solo il piacere di fare una chiacchierata condita di passioni comuni. Del resto, ne parlo bene da tempi non sospetti, ben prima che ci conoscessimo bene. Non è un caso se Pelosi mi ha definito in un paio di occasioni il suo ‘intervistatore ufficiale’. E di fronte all’uscita del suo nuovo disco non potevamo certo tirarci indietro.

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Heart Listener: partiamo da qui. Che disco è, come ci sei arrivato e soprattutto chi sono i friends citati in copertina?
Per prima cosa, lasciati salutare! Ho avuto più interviste io da te che Fidel Castro da Gianni Minà, il mio ‘visti da vicino’ che prima o poi potrebbe arrivare, ti vedrà tra i sicuri protagonisti!

Heart Listener
Poi, a certe cose si arriva semplicemente vivendo e, riflettendo su queste prime domande, devo dirti che, inaspettatamente, la presenza e l’evoluzione della rete sono state importanti anche in questo. Se di It’s the Time!, il mio primo vero disco, ho mandato per posta il master a due vecchi amici, allora l’analogico ha prevalso sul digitale, perché Giovanni Unterberger fu più lesto a telefonarmi di quanto lo fu Reno Brandoni a mandarmi una email. Sono state risposte significative, e che non mi sarei davvero aspettate: Giovanni mi dice che è disposto a pubblicare il mio disco come primo CD della Lizard, che aveva cessato da alcuni anni la produzione discografica, e Reno che avrebbe aperto volentieri l’attività discografica di Fingerpicking.net col mio disco! E così, It’s the Time! fu il CD 001 della Lizard, e Fretwalkin’ il CD 001 di Fingerpicking.net: in quell’anno, il 2007, il progetto di etichetta discografica di f.net era diventato più strutturato, anche perché Reno aveva voluto che io ne diventassi l’art director. La connessione lenta di quegli anni non permetteva di mandarsi un master per posta elettronica, li ricevevo per posta fisica ogni giorno… credo di aver conosciuto il panorama chitarristico italiano in modo particolarmente accurato proprio ri-grazie a questo, mettevo i CD nel lettore e, nelle molte ore di macchina, li ascoltavo.
Train-ing è del 2007, o del 2006… era ancora prima dello sviluppo dei social network. Lo dico perché quello che è succeso dopo, in termini di possibilità di scambio con altri musicisti e con altre persone in generale, ha trasformato in discreta misura le possibilià e anche la necessità di rapportarsi anche con la propria musica.Heart Listener è un disco strano. Forse sono tre dischi incompiuti: uno, potrei dire, è un disco di canzoni della fantastica amica e meravigliosa cantante Esther Oluloro. Un altro è quello del ‘gruppo’, brani strumentali suonati con eccezionali musicisti; e un altro ancora è un sample del mio ‘solito’ disco. Ci ho pensato tanto. Mi sono fatto domande, ho avuto dubbi… ma alla fine ho deciso che era così che me lo sentivo e che così lo avrei fatto.
Prima di dire qualcosa degli amici che hanno ‘fatto’ il disco, permettimi di citare gli amici ai quali il disco è dedicato: a entrambi avrei chiesto di suonarlo con me, ma Gianfranco Preiti se n’era già andato, e Rodolfo Maltese, che aveva già accettato con il suo eterno entusiasmo verso qualunque progetto musicale, non ha fatto in tempo, purtroppo, a venire in studio a registrarlo.
Paolo Damiani è il primo, in ordine di tempo, che ho conosciuto: siamo stati compagni di liceo negli ultimi due anni, suonavamo tutti e due la chitarra e spesso assistevamo l’uno alle prove del gruppo dell’altro… e non mancavano occasioni nelle quali le formazioni si mescolavano, si integravano e suonavamo insieme. I quarantacinque anni che ci separano da quei tempi non li ha perduti davvero, se è stato capace di diventare prima contrabbassista apprezzatissimo nelle scena jazz rock romana, poi anche violoncellista classico e infine direttore de l’Orchestre National de Jazz di Francia (unico non francese!) e direttore del Dipartimento di musica jazz del Conservatorio ‘Santa Cecilia’ di Roma. Sinceramente: avevo bisogno di un bassista, per gli arrangiamenti che avevo in mente. Ma Paolo, che ha accettato con grande entusiasmo di riaprire una collaborazione con il vecchio schoolmate, mi ha fatto vedere il suo incredibile strumento, un violoncello artigianale francese a cinque corde (con una corda in più sulle basse), e subito ho cambiato idea. Un grande.
Lucrezio de Seta è stato l’insegnante di batteria dell’Accademia Lizard che, con due amici, avevo aperto a Ferentino verso la fine dei ’90. Era apprezzatissimo come insegnante, aveva moltissimi allievi. Come batterista lavorava con gli artisti italiani più famosi, poi ha collaborato con mostri sacri come la PFM, Tom Harrell e Michael Landau, e ora ha un quartetto jazz che porta il suo nome… per me, oltre che un amico, un musicista di grandissimo spessore, ed è stato coautore di alcuni brani, oltre che il fonico e autore del missaggio.
Ho cominciato a conoscere Riccardo Zappa, al di là del suo nome e dell’alone magico di cui è circondato, all’epoca della registrazione della sua Zapateria, l’audio libro autobiografico della cui produzione artistica ero incaricato. È un grandissimo, non devo dirlo io… le fasi della preparazione dei brani, tanto del suo C’è bisogno di grano quanto di Heart Listener, e la discussione dei contenuti ci hanno tenuti in contatto quotidiano per oltre un anno. Quando si è trattato di intervenire suonando con la sua celebre dodici corde, non si è fatto pregare e ha illuminato della sua luce diverse tracce.
Alessandro Papotto, un altro mito nonostante sia giovane, per aver fatto tutte le cose che ha fatto e sta facendo: fiatista del Banco da oltre quindici anni, capace di far parte di prestigiosissimi ensemble sinfonici come di scrivere la musica della sua band Periferia del Mondo, e di collaborare con l’amico comune Massimo Alviti, tramite il quale l’ho conosciuto diversi anni fa. Se il suo strumento prediletto è il clarinetto, suona altrettanto eccellentemente il flauto traverso e il sax alto… gli ho chiesto di suonare questi ultimi due strumenti, secondo me più adatti ai due brani in cui è intervenuto.

Oluloro e Pelosi - Ferentino 2015 - foto di Alfonso Giardino
Oluloro e Pelosi – Ferentino 2015 – foto di Alfonso Giardino

Esther Oluloro è una forza della natura… l’avevo conosciuta a Sarzana nel duo Liliac, che ho avuto l’onore di far esordire sul Palco della Torre dell’Acoustic Guitar Meeting e poi sul palco di Ferentino Acustica prima che partecipasse al talent show The Voice of Italy, con il risultato di essere selezionata, di superare alcune selezioni successive fino ad essere nei primi dodici. È la stella del disco, la sua voce è protagonista assoluta delle sei canzoni. Tuttavia, poiché si era fatta accompagnare a Roma dalla sorella Joyce Oluloro, che ha anche lei una voce deliziosa e canta e suona il basso nel Gospel Choir di Esther, ho chiesto anche a lei di partecipare… abbiamo improvvisato in studio le linee dei cori, e nell’inciso di “L’amore c’entra sempre”, Joyce suona il basso a cinque corde. Anche lei non scherza!
Andrea Maddalone. Avevo il problema, difficile per tutti i motivi, di sostituire Rodolfo Maltese. Nientemeno che lui. Ora, sono stato un ammiratore di Andrea fin dai primi minuti di ascolto della sua chitarra all’interno del duo con Stefano Nosei, e il problema poteva essere soltanto che mi dicesse di no. Ci conoscevamo da poco e lui ha un’attività intensissima… lui, tra New Trolls, Point of View, collaborazioni con mezzo mondo, mi ha detto subito di sì, come fossimo vecchi amici: è così che nascono le vecchie amicizie! Tre tracce, tre stili, tre suoni completamente diversi, ma lo stesso eccezionale gusto, sorretto da una tecnica incredibile. E ha fatto un lavoro magnifico al mastering.
Tonino Tomeo, anche lui un grande amico, l’ho conosciuto al contest Arrangiatevi! di Acoustic Franciacorta, lui concorrente e vincitore, io tra i giurati. Lui mi ha chiesto qualche parere sui brani del suo disco in prossima uscita, e io gli ho chiesto di venire a suonare un pezzo nel mio: lui è uno bravo, uno vero, di quelli che sono stati in America a studiare… e si sente!
Con Luigi Bocanelli, ci siamo incontrati materialmente il giorno che abbiamo registrato i due brani a cui ha partecipato. La persona che me lo aveva indicato, l’eccellente chitarrista Giovanni Monoscalco, è di mia fiducia per cui non ho avuto esitazioni, e ho fatto benissimo: Luigi, al quale avevo mandato le tracce di chitarra, è arrivato in studio con le idee chiare, e qualche suggerimento dei vecchi marpioni che si trovavano lì lo ha trovato subito pronto e ricettivo: è bravissimo!
Last but not least, non suona nel disco, ma parla, Riccardo Sonzogni, autore dei testi di tutte le canzoni originali: mille ore di chat, forse di più, a discutere di musica e delle parole, ma in sostanza, appena in possesso delle linee melodiche, lui ha scritto le parole che preferisco, ogni volta, con una facilità irritante.

Immagino che il disco abbia avuto una ‘genesi’ piuttosto articolata, dovendo mettere d’accordo gli impegni di tante persone.
Nonostante lo temessi, si è svolto tutto in poche sessioni: le prime, in cui abbiamo messo giù le basi di tre delle canzoni e di tre strumentali, sono durate un paio di giorni. Altri brani, come “Quella neve”, li abbiamo registrati nella stessa serata in cui Esther è venuta a mettere la sua voce sulle altre canzoni… insomma, credo che non siamo arrivati a quattro giorni pieni di studio, per registrare tutto. In modo un po’ frazionato, perché ogni tanto mi veniva in mente un nuovo originale!

Che tu sia un ottimo arrangiatore è cosa nota, ma hai sempre centellinato brani originali nei tuoi dischi…

Franciacorta 2012 - foto di Elio Berardelli
Franciacorta 2012 – foto di Elio Berardelli

Mi è sempre stato difficile considerarmi un arrangiatore; sarebbe come se uno che racconta cosa succede in un canto dell’Iliade si proponesse come adattatore del testo: certe storie sono belle anche se sei in grado di raccontarle… Un arrangiamento, nella mia idea, è una chiave di lettura originale di un brano musicale, che sia conosciuto e persino inedito. Io racconto con la chitarra cosa mi resta della musica che amo e, più che ‘arrangiarla’, mi arrangio a ‘raccontarla’.
Ma non era tirchieria: ho sempre pensato che scrivere brani originali non sia un obbligo a prescindere dalla loro qualità, e i primi originali che mi sembravano avere caratteristiche sufficienti per essere pubblicati li avevo messi in Train-ing. I riscontri positivi che ho avuto per quelli, mi hanno incoraggiato a riprovarci. E, nella realtà, io ho bisogno di avere degli spunti legati alla vita. E ne ho avuti molti in questi anni. Così, canzoni e strumentali sono venuti da soli e, comunque siano alle vostre orecchie, mi rappresentano. Sembrava che il problema avrebbe potuto essere conciliare un chitarrista abituato al ‘faccio tutto io’ con altri strumenti, che non fossero la pur fortissima backing band di Chet Atkins, ma fossero in evidenza, all’occorrenza, molto più della chitarra. Direi che abbiamo superato la prova, anche se a dirlo devono essere ascoltatori neutrali e, soprattutto, indifferenti al making of.

A proposito di arrangiamenti, come hai lavorato sui vari brani per gestire gli interventi di tutti?
Questa parte è stata dura: non solo tanti strumenti, a volte con più parti, ma anche un mare di tracce! Calcola che nei primi sei-sette brani registràti, la sola chitarra acustica aveva tre microfoni, il pickup e il condensatore DPA: cinque tracce! Non voglio neanche indovinare quante ne aveva la batteria… Per fortuna, Lucrezio è stato fenomenale: abbiamo fatto prestissimo ad accordarci sui suoni, e lui ha fatto prestissimo a farli scorrere alternativamente perché potessimo sceglierli. Una volta trovati i suoni, si trattava di sfoltire l’entusiasmo che aveva portato soprattutto alcuni friends a sovraincidere parecchio. Quello, credo, è stato il lavoro più vicino all’arrangiamento, e ha richiesto molto più tempo della registrazione. Mi sembra comunque che non sia andata perduta la freschezza: in fondo abbiamo fatto pochissime take per tutti i brani , a volte soltanto due, e magari era buona la prima.

Se dovessimo per forza ‘appiccicare’ sul disco un’etichetta di un genere musicale…
Ho sempre ascoltato soprattutto musica pop, penso che sia un disco pop. A sua volta, il pop ha influenze blues, country, jazz, rock, latin… che credo si possano avvertire qua e là. È naturale che se scrivi un pezzo non badi alla sua collocazione di genere, ma è anche naturale guardarlo a posteriori e sentire cosa c’è dentro, quale è la sua forma, quale emozione evoca ascoltandolo. Volevo fare un disco dichiaratamente sentimentale, senza esagerare in sdolcinatezze, ma senza negarsene qualcuna!

Mi è piaciuta molto l’idea che hai avuto di regalare, attraverso Facebook, un certo numero di copie del disco ‘in cambio’ di una recensione. Che riscontro hai avuto?
Realmente, non volevo uno scambio di cortesie, volevo soltanto evitare di regalare copie del disco a persone che non fossero davvero interessate ad averlo. Il sistema tradizionale per ottenere questo, eh, eh, è venderle. Ma per venderle ci sono altri modi – che non devono più funzionare un granché, vista la tragica crisi del mercato discografico – e io volevo, bypassando il problema spesa, avere degli ascoltatori attenti e motivati a ricevere il disco. Il riscontro è stato eccellente, mi hanno scritto molte più persone delle venti previste, molti dichiarandosi disposti a comperare il disco, sapendo di essere in ritardo. In ogni caso, quel post è stato molto commentato con favore, e più non potevo chiedere… poi vedremo cosa scriveranno! Sto dispensando tutti dall’impegno: sul serio non voglio in cambio altro che un ascolto attento. Se poi ci sarà un feedback, sarò ancora più contento.

Che rapporto hai con i social in genere?
Bazzico, e molto, Facebook. Non tweetto, non ci ho capito niente, non instagrammo, ho un sacco di amici con FB che da virtuali sono diventati reali e questo mi piace. Da anni è praticamente lì che organizzo il casting di Ferentino Acustica, posso parlare nello stesso giorno con Don Ross, Martin Taylor, Stefan Grossman e tantissimi altri… E poi, i video: ogni volta che non riesco a dormire, penso a cosa potrei buttar giù. Dai commenti capisci se vale la pena di sistemare un pezzo, se va già abbastanza bene, quanto il pezzo stesso – se è una cover – è conosciuto dai tuoi amici.

Quando preparo un articolo, di solito vado a rileggermi le cose che ho scritto in precedenza sull’artista. L’ultima intervista che abbiamo fatto, nel 2010 per Rockerilla, si chiudeva parlando del progetto del disco con Rodolfo Maltese…
Ho vissuto gli ultimi sette anni di salute di Rodolfo, da quando ci siamo conosciuti, come un regalo della Fortuna. Ho avuto il privilegio di suonare spesso con lui e di condividere parecchi bei momenti, personali e musicali. Ho vissuto vicino a Rodolfo anche gli anni della malattia, e questo mi ha permesso di conoscere meglio la sua famiglia, alla quale mi sento affettivamente legato. Abbiamo continuato a scorrazzare per palcoscenici, anche se dovevo tenerlo un po’ d’occhio… vederlo star meglio dopo ogni concerto era una cosa bellissima. Avevamo questo progetto, che sarebbe stato dedicato alla grande musica italiana, con qualche nostro originale. Non ce l’abbiamo fatta.

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Pelosi, Maltese, Damiani, de Seta – Ferentino 2014 – foto di Maurizio Lollo

Ho visto che hai qualche novità anche nel ‘comparto’ chitarre, ma che continui a preferire quelle senza buca e a cui manca un pezzo…
Ah, ah, ah! Da bambino, quando ho cominciato a suonare, la mia chitarra ideale era una Strato, e non escludo che lo sia ancora. Questo per dire che non ho il mito delle forme classiche della chitarra acustica. Ne ho viste tante, sai anche tu dove si trovano. Le chitarre di Peter Gottschall, che tu conosci benissimo, avevano qualcosa di diverso e, per me, ‘di più’: il suono non era debole, anzi; e poi, ti viene incontro; e poi hanno più sustain di tutte; e poi hanno quella che proprio tu chiamasti ‘definizione pianistica’… Peter non c’è più, e mi sconcertava che un mondo così qualificato come quello della liuteria artigianale italiana, del quale ho la fortuna di conoscere molti esponenti, lasciasse cadere del tutto un progetto così innovativo. Il mio invito, fatto anche quello su FB, ai liutai italiani perché raccogliessero in qualche modo l’eredità di Peter Gottschall è stato accettato da due liutai con cui ho davvero amicizia, Maurizio Cuzzolin e Roberto Assolito. Maurizio ha realizzato il prototipo che avevo chiamato Lizzy, e poi la ancora migliore Lola, seguendo le sue proprie idee rispetto al progetto di Peter, il quale diceva sempre che le sue funnel body erano in evoluzione continua. E Maurizio è tipo da accettare le sfide, e vincerle! Più strana ancora è la chitarra di Roberto, che ha una buca, ma ce l’ha esattamente al centro delle fasce dalla parte opposta del manico. Sto aspettando il suo file audio, ma se un chitarrista del suo livello dice che suona benissimo, io ci credo.

Mario Giovannini

 

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