Il world fingerstyle di Maneli Jamal

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Maneli Jamal
Maneli Jamal

(di Sergio Staffieri) – Maneli Jamal è un vero man of the world: nato in Bielorussia da genitori iraniani scappati dopo la ‘rivoluzione’, cresciuto in Germania, trasferitosi in America perché il padre continuava ad avere problemi e a non sentirsi sicuro, si è poi dovuto spostare in Canada a causa dei provvedimenti dell’amministrazione Bush (immaginate di ricevere una lettera dal governo pensando che sia l’attesa cittadinanza, e scoprire che si tratta di un ‘invito’ ad andare via). La sua musica riflette questa assenza di punti fermi: non è, tiene egli stesso a dirlo, un ‘musicista persiano’. Autodidatta con passato di violinista in una famiglia di musicisti, Maneli ha sempre cercato di dar vita a una propria visione della chitarra acustica da offrire all’ascoltatore. ‘Visione’ non è termine improprio, perché la sua concezione della musica è molto visiva; il fatto che sia strumentale implica un contributo da parte di chi ascolta nell’immaginare la storia raccontata con le note: che sia il treno dalla Bielorussia alla Germania di “On the Run”, nel suo ultimo album The Lamaj Movement del 2012, o l’infanzia evocata in “Klingerstrasse”, o che si tratti di “Cold Arrival” in The Ziur Movement del 2009 (dall’intro percussiva e dal ritmo che suggerisce una carovana) i suoi brani cercano di suggerire ambienti e immagini. Jamal tiene alla sua identità internazionale, derivata dalla sua personale diaspora: ed ecco che nella sua musica confluiscono tratti tipici della propria cultura e di altre, senza mai prevalere o entrare in conflitto l’una con l’altra. Jamal fa in ogni caso capire quali sono le sue origini (nell’intro di “Lucid Drawl”, con i bending microtonali, l’influenza orientale è evidente, così come in “Awakening”, dedicata al padre), ma rende anche conto degli altri luoghi dove è stato ben più che di passaggio (“Homespun”, sull’andar via dal Texas, inizia quasi come un traditional) e di altri generi che l’hanno formato (in “Cold Arrival” e altrove è evidente l’ascolto del flamenco, a cui è legato, e non è un caso viste le radici orientali – ma poi Jamal è capace di inserire nel brano un momento funky blues). Tapping, uso percussivo della destra e della sinistra e armonici sono sempre combinati a dovere (facendo posto anche a un po’ di strumming, come in “Most Glorious Day”, brano scritto per celebrare il giorno in cui ha ricevuto, a 24 anni, la cittadinanza canadese). Abbiamo incontrato Maneli di passaggio a Roma ad aprile, e questo è il resoconto della chiacchierata fatta (grazie a Stefano Barone) il pomeriggio prima del concerto all’Archivio 14.

Hai 29 anni e hai già vissuto in tanti posti diversi. Che musica ascoltavate a casa, musica del luogo o musica dell’Iran?
Si trattava principalmente di musica persiana, perché mio padre è un violinista, è un master violinist.

Violinista classico?
Classico ‘occidentale’, e classico ‘persiano’.

Quindi è stato educato in entrambe le ‘culture’.
Sì, perché quand’era in Iran è stato educato al violino classico, e lì era comune imparare musica tradizionale persiana, che ha tutti questi ornamenti diversi, certe nuances che trovi solo nella musica orientale. Questo è quello che c’era intorno a me e penso che mi abbia davvero ispirato più tardi. Non lo capivo all’epoca, ad essere sincero a quel tempo pensavo fosse… ‘fastidioso’, ma ora mi accorgo di quale cosa preziosa fosse avere quel suono, quegli specifici intervalli di quarto di tono che non sono comuni, nella chitarra, e che ho cercato di esplorare proprio sulla chitarra.

Quindi sei cresciuto ascoltando musica tradizionale dell’Iran, musica classica persiana?
Sì, e penso che sia proprio questo ad avermi aiutato a trovare la mia voce. Ho anche tre fratelli più grandi, quindi ero esposto a tutto quello che ascoltavano loro. Anche loro erano musicisti, perché i miei genitori lo erano, erano entrambi musicisti e artisti, e quindi ognuno di noi fu spinto a suonare; suonavamo tutti – violino, violoncello, pianoforte, chitarra – e così mio fratello era lì che suonava sempre qualcosa, ed io lo ascoltavo e venivo inspirato da quella musica: metal, punk, rock…

Hai iniziato sulla chitarra acustica, su quella classica o sull’elettrica?
Elettrica, suonavo metal! Cose come… [mima un accompagnamento in power chords in ottavi e ride] Avevo 16 anni!

Ed eri autodidatta?
Sì, autodidatta.

Quindi non hai avuto un maestro che ti insegnasse tutti i tricks post Van Halen e via dicendo?
In realtà mi sarebbe piaciuto che fosse così, avrebbe reso tutto molto più veloce, ma in un certo modo è un bene, perché quando ‘insegni’ a te stesso, è un continuo trial and error: può richiedere molto più tempo, ma impari davvero tanto di più…

Sviluppi la tua ‘voce’…
Sì, assolutamente, non c’è nessuno che dice cose del tipo: «Questo è giusto, questo è sbagliato!» Sta alla tua immaginazione, ed è… senza limiti.

Quindi suonavi metal? Per quanto tempo hai suonato l’elettrica prima dell’acustica?
Circa due anni, due anni e mezzo a partire dai 16 anni.

E sei passato all’acustica a 18.
Sì, è stata una cosa complicata… Non ho ancora detto che quando ci siamo trasferiti in Canada avevo 18 anni, e il motivo è stato che ricevemmo una deportation letter dal governo americano. Avevamo letteralmente 30 giorni per lasciare il paese, quindi dovemmo vendere tutto e fu uno shock per noi. Eravamo molto tristi e turbati; e per tutto questo, per lo stress e via dicendo, passai all’acustica. L’elettrica non aveva lo stesso suono triste che poteva produrre l’acustica, non aveva le stesse capacità espressive… Quindi dovevamo lasciare il paese, e chiedemmo asilo in Canada, a Toronto. E anche allora non avevamo un posto dove rifugiarci: per due mesi circa non sapevamo dove stare, non avevamo una casa… È stato davvero brutto, anche perché tutto quello che potemmo portare con noi fu letteralmente quello che potevamo portare con le nostre mani: quindi misi l’acustica nel fodero, poche altre cose nello zaino… È stato molto triste e quando andammo via, cosa che avvenne pubblicamente, volemmo ‘mettere in imbarazzo’ il governo – era l’amministrazione Bush – e così la cosa finì sui giornali. E ricordo che l’ultimo giorno, quando partimmo da Austin, in aeroporto le persone venivano da mio padre a stringergli la mano dicendo: «Ci dispiace così tanto, non ci sentiamo americani, ci sentiamo come se vi stessimo tradendo». E fu molto toccante, tutte quelle persone che venivano dai miei… ed è per questo che sono passato all’acustica, per quel…

Sad and mellow soundche…
…sì, che l’elettrica non aveva, non soddisfaceva, non realizzava. L’acustica ha un suono molto più ruvido, grezzo, ‘organico’, aperto, da cui mi sentivo veramente attratto. E fu allora che mi avvicinai maggiormente al blues e iniziai a suonarlo un po’… del resto cosa poteva essere meglio del blues in quel momento?! E poi mi sono avvicinato al flamenco e un po’ alla classica…

Sempre da autodidatta?
Sì, semplicemente guardando le persone suonare.

Maneli-Jamal-Hi-Res-4Però sai leggere la musica? Hai letto libri di teoria?
Sì, mi procurai quanti più libri possibile, studiavo per conto mio… In ogni caso suonavo già il violino classico prima, quindi potevo leggere la musica; ma non sulla chitarra, sulla chitarra è diverso.

Sul violino suonavi solo musica classica o anche persiana?
Anche un po’ di musica persiana. Mi ha aiutato molto, come dicevi prima, a trovare la mia voce personale, una prospettiva diversa in cui inquadrare la musica.

Quindi hai iniziato a suonare blues, flamenco, altri generi acustici.
Fingerstyle, sì.

E quali artisti ascoltavi allora?
Una grande influenza fu senz’altro il trio di Al Di Meola, John McLaughlin e Paco de Lucía.

Ma, con l’eccezione di Paco de Lucía, sono plettratori!
Sì, ma all’epoca usavo anch’io il plettro. Quando poi mi addentrai di più nel flamenco, capii e pensai: «Wow, Paco spicca davvero su tutti, ha davvero una diversa prospettiva!» Quindi mi interessai molto di più a lui: iniziai ad ascoltare Vicente Amigo, quel mondo, quel tipo di flamenco, e pensai di nuovo: «Wow, c’è un intero altro mondo usando le dita!» C’era più libertà; e poi ascoltai e vidi Don Ross, che usava un thumbpick: così iniziai a usarlo anch’io, e a provare un po’ di tapping, percussioni…

E così sei passato al fingerstyle.
Sì, ed è stato allora che ho iniziato a farmi crescere le unghie, per suonare un po’ di classico e cose del genere…

Usi il pollice col thumbpick anche per le corde alte, oltre al Mi basso e La?
Dipende dalla posizione. Lo uso anche per ‘plettrare’ e fare cose come questa… [mima una specie di chicken picking]

Chicken picking??
No, è qualcosa di simile, ma il chicken picking ha un po’ troppo twang: tick tick tick… [risate]

Non hai mai preso lezioni sull’acustica, e all’epoca c’era già YouTube: hai utilizzato i video che trovavi lì o guardavi solo le persone dal vivo, ai concerti?
A dire il vero non avevo i soldi per permettermi il lusso di andare ai concerti, quindi YouTube era la mia sala da concerto, la mia Carnegie Hall, e avevo a disposizione tutti questi diversi generi musicali, persone come Andy McKee…

Stiamo parlando del 2006…
Sì, o forse 2005.

E così sei del tutto autodidatta, hai creato il tuo stile e la tua tecnica. Non hai mai cercato di assomigliare ad altri, quindi hai inventato il tuo modo di suonare?
Mmm…

Lo chiedo perché a volte la questione è anche legata al fatto di scrivere brani propri. Molti dicono: «Ho trovato il mio modo di suonare attraverso il mio modo di scrivere, per suonare quello che scrivo e che altri non suonano». Per te è stato così?
Sì e no. La tecnica che usavo derivava dall’aver visto suonare altre persone, e anche da cose mie, derivate dalla mia prospettiva, dal mio approccio… Quanto allo stile di scrittura, ancora una volta ero esposto a talmente tanti generi, ascoltavo flamenco, fingerstyle, rock’n’roll, punk, blues, e ognuno di questi generi aveva delle sue strutture specifiche, come il blues a dodici battute… Ho iniziato a mescolare tutto assieme, e questa mi è sembrata la maniera più naturale di scrivere.

Foto di Matthew Mitchell
Foto di Matthew Mitchell

Quindi hai ascoltato molti, ma non ti sei concentrato molti per copiarli.
No, ho solo preso idee diverse, le cose più importanti dai vari generi e provato a metterle insieme. Per esempio non suono flamenco, non più, ma uso il rasgueado; non suono blues puro, quelle progressioni, ma uso il bending… quindi tanti elementi da diversi generi, solo per aggiungere un tocco, un gusto diverso: è davvero world music, world fingerstyle, direi.

Che mi puoi dire delle tue melodie, delle armonie e delle accordature? Ne usi diverse per ottenere il suono che vuoi, immagino.
Sì.

Queste accordature, questi suoni, hanno somiglianza con la musica tradizionale iraniana, derivano da questa e dalla musica orientale? Cerchi di ottenere quel suono, con bordoni sugli acuti su cui suonare quarti di tono? Accordi la chitarra in modo da facilitare queste cose, inventi ogni volta una nuova accordatura secondo le esigenze… Come funziona?
Ho iniziato ovviamente con la standard, poi sono passato al double drop D e allora sono entrato nel mio mondo. Ho semplicemente iniziato lentamente a vedere quel che suonava meglio con certe accordature aperte, continuavo ad ‘accordare’ finché non trovavo qualcosa, e sono stato senz’altro ispirato dalla musica persiana, perché ci sono molti bordoni, specie nelle open C tuning che uso specificamente per alcune mie canzoni…

Com’è quella che usi? CGC…
GCC: quindi ci sono molti Do [CGCGCC], ma uso anche un partial capo tra la seconda e la sesta corda al primo tasto, per cui la relazione tra le corde è come se l’accordatura fosse CGCGCB, c’è un intervallo di semitono. Ho iniziato a usarlo per trovare dei modi di tastare e ottenere effetti particolari nel tentativo di suonare quarti di tono, e uso questa combinazione in molti brani, crea un maj7 feel; l’accordatura è molto aperta e dà molto spazio per esplorare, ne faccio uso specificamente per i brani Persian oriented. Mi piace molto esplorare queste cose, ottenendo sonorità differenti.

E hai imparato a suonare alcuni pezzi tradizionali sulla chitarra, li hai trasposti, o trai solo ispirazione da questi?
Solo ispirazione. Ho provato a imparare alcuni brani, ma è davvero troppo: troppi trilli, troppi abbellimenti, troppe ghost notes, e ci sono delle regole…

Un po’ come nella musica araba, giusto? C’è una relazione tra i modi, il loro significato e uso, limiti e prescrizioni?
Sì, come anche coi raga: sono così tanti, ma basati sulle emozioni, quindi non puoi usare…

…un certo raga la mattina.
Esatto. È una situazione un po’ più aperta, ma con molte regole per l’improvvisazione. Ci sono certi motivi… come il flamenco, stessa cosa. Hai certi lick usati costantemente, ma si usano in modo diverso. Non suono queste cose, o meglio lo faccio con mio padre, ma non eseguo davvero musica tradizionale persiana; ci sono alcune cose che sono ‘persiane’, ed è tutto quello che mi serve: giusto un tocco, perché se ne faccio troppo uso… sento di aver perso la mia voce, divento più un ‘persiano’ che un world artist! [risate] Questa è la mia idea, per me è importante essere quanto più aperto possibile, senza focalizzarmi ad esempio sulla musica persiana… meglio fondere il tutto.

Maneli-Jamal-by-Ali-ManhoubiNon usi mai la standard tuning?
Sì, sì, la uso! [ride] Parto dalla home base e poi mi muovo e inizio a correre… [ride]

Hai imparato e suonato pezzi di altri chitarristi?
No, pochi. Spesso non mi concentro su altri, per lo stesso discorso della personalità; sto lontano di proposito dalla musica degli altri e registro la mia musica, cerco di concentrarmi e di vedere come posso essere più creativo, originale, perché gran parte del mio modo di scrivere è fatto di twists and turns: non appena mi sembra di trovarmi o far trovare l’ascoltatore ‘troppo comodo’ in un certo momento… phewww, la musica devia e cambia in una sezione diversa. E questo è il mistero del non sapere, non aspettarsi dove vai.

C’è molta improvvisazione nella tua musica? Suoni i brani diversamente ogni volta?
Certo, al cento per cento. Ma per esempio le versioni dei miei brani su CD o nei video su YouTube, per le quali sono previste delle tabs, sono suonate ‘fisse’ in quel modo. Ma dal vivo è diverso, suono in maniera differente, e a volte le persone vengono e mi dicono: «Oh, hai dimenticato di suonare quella parte!» [risate] Cambia sempre, ogni artista lo sa, non suoni mai qualcosa esattamente allo stesso modo. Devi sfidare te stesso, musicalmente.

Come scrivi? Inizi con una melodia, un accordo, un’accordatura?
Ogni volta è diverso, mi è capitato in tutti e tre i modi… dipende da come ti senti, da quel che senti. Se sei in un’accordatura diversa, per esempio, ti può portare in un certo territorio armonico e così via…

Ma provi sempre a costruire secondo… non so, delle strutture?
Sì, con parti di transizione e simili.

Cose che ti diano punti di riferimento anche per improvvisare, strutture di raccordo da A a B?
Sì, è un modo molto comune di farlo, ma quel che mi piace davvero è… compose through pieces.

Intendi durchkomponiert [‘che presenta una diversa melodia per ogni strofa’, through-composed]?
Oh, quello è un approccio classico: non proprio, ma qualcosa di simile! Per me la musica dev’essere interessante, perché ha a che fare col raccontare una storia: bisogna variare, andare verso l’inaspettato. Sai, spesso chi ascolta vuole sentire nuovamente quegli accordi ed io… no, facciamo qualcosa di diverso! [risate]

Sei stato influenzato anche dal folk o dal folk revival americano?
No, non molto… La musica cantautorale non risuonava dentro di me come quella strumentale, come Pat Metheny o altri. La mia vera ispirazione viene dalla musica strumentale, e penso che l’assenza di parole, dei testi, dia la possibilità al pubblico di immaginare qualsiasi cosa, renda la musica più potente.

Non hai mai scritto canzoni, testi?
Sì, ma non ho alcuna intenzione di condividerli in pubblico! [risate]

Forse in futuro, poco alla volta?
Chi lo sa… [risate]

Tornando al tuo stile, quando improvvisi usi anche tecniche che vengono dal tuo passato ‘elettrico’?
Certo, senz’altro: bending e altro… il bending sull’acustica mi piace molto; ad esempio è difficile fare bend di un tono, ma quarti di tono e semitoni sono fantastici.

Usi corde leggere?
Medium/light.

Quando scordi e scendi a Do danno problemi?
Oh, danno un po’ di buzz, ma in quei pezzi specifici che hanno una certa qualità emotiva: quel buzz aggiunge un po’ di tensione e credo che stia bene, aiuta a trasmettere il senso del brano.

Usi anche i bordoni al basso, o il walking bass?
Entrambi. Per il tapping, poi…

lo combini ai bordoni?
Esatto, lo uso molto assieme ai bordoni mentre la sinistra suona una melodia [mima il modo in cui lo farebbe sullo strumento].

Una domanda un po’ di rito: studiavi molte ore al giorno, le mitiche otto ore?
Oh, ho fatto anche questo per alcuni anni! Molti genitori probabilmente non sarebbero d’accordo a sostenere certe aspirazioni, ti direbbero: «Che vuoi fare con la musica? Come potresti vivere da musicista?» Ma i miei erano entrambi musicisti. Molti genitori dicono: «Dovresti diventare un medico, un ingegnere»; invece i miei…

…ti riprendevano se non suonavi abbastanza!
Già, keep going, keep going! [ride] Mi sostenevano molto. Mi hanno anche detto: «Se non vuoi andare all’università, suona, fai musica!»

Hai suonato anche jazz?
Un poco, sì.

Jazz o fusion? Te lo chiedo perché hai nominato Pat Metheny.
Entrambi.

E usi queste armonie maj7, giusto?
Sì, specialmente con le accordature aperte.

Ma non i giri di accordi degli standard? Non prendi il giro di “Oh, Lady Be Good!” e suoni quello, per dire?
No, no, non è il mio caso, non mi sentirai suonare ‘jazz’. Di solito cerco di trovare diverse ‘versioni’ degli accordi, rivolti diversi con le accordature aperte, dentro le accordature aperte, solo questo.

Quindi le tue accordature sono un po’ più complesse di quelle normalmente usate?
No, no, ma più sperimentali. Però non chiamerei la mia musica experimental, la chiamerei progressive. Uso tecniche ‘sperimentali’, come quel pezzo in cui imito il suono di un treno, il choo choo, lasciando il palmo della mano sul Mi basso e ottenendo quel zzz zzz; suono con la sinistra prima del capotasto, e ottengo quel tipo di… come un running feel, come di un motore.

Usi effetti, delay, niente?
No, solo riverbero.

Loopers?
No, no, suono estremamente acustico perché, se inizio a usare un loop pedal nel mio set, le persone penseranno che sia tutto loop pedal, non riconosceranno cosa è frutto del loop e cosa no. Mi piace, lo usavo, era davvero molto divertente, ma preferisco lasciarlo da parte e fare gli spettacoli proprio da solo, per vedere quello che si può fare ed esplorare il possibile con la mia chitarra.

Sergio Staffieri

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 09/2014, pp. 44-47

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