Intervista a Jon Gomm

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Jon Gomm - foto di Marek Zawrotny
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Jon Gomm – foto di Ben Anker

Live in the Acoustic Asylum? Un disco ‘accidentale’
(di Mario Giovannini) – Jon Gomm è arrivato in Italia per la prima volta nel 2009, e già allora aveva lasciato un segno indelebile nella memoria di molti. È uno di quei chitarristi con un approccio allo strumento talmente fisico e viscerale da lasciare quasi sgomenti. Uno dei pochissimi che, in questi anni, ha dimostrato di aver assimilato appieno la lezione di Michael Hedges sulla chitarra, di averla metabolizzata a fondo e poi di essere stato in grado di andare oltre. Parecchio oltre. Non basta suonare slap e percussioni, over neck e in accordatura aperta per ‘accostarsi’ al genio americano, bisogna saper essere originali, innovativi e, soprattutto, in grado di scrivere vere canzoni e non dei semplici groove ritmici. La cosa più strana è che per Jon l’incredibile livello raggiunto sullo strumento fa un po’ passare in secondo piano l’ottimo songwriting, delicato, originale, raffinato. Certo, vederlo lavorare in tapping a due mani, percussioni con le braccia e magari modificare l’intonazione dello strumento mentre canta, distrae ‘leggermente’ da quello che comunque rimane il focus principale del suo essere artista: scrivere delle bellissime canzoni. Forse, per apprezzare appieno il compositore, bisognerebbe chiudere gli occhi davanti alla forza della natura che si scatena sulla chitarra.

L’abbiamo sentito subito dopo l’uscita del suo nuovo disco Live in the Acoustic Asylum, per parlare delle tante novità che ha in ballo.

Sempre in giro per il mondo, Jon? Dove ti trovi ora? Non sei ancora stanco di questa vita?
Oggi sono a casa! Il mio ultimo concerto è stato a Shanghai, il prossimo sarà a Brema, in Germania, mi sembra già in settimana. Sì, in effetti sono un po’ stanco. Ma non sono stufo. E soprattutto questo non mi crea problemi di alcun tipo. Sono solo stanco. Anzi sono troppo stanko adesso [in italiano nell’originale]. Andare in tour è estremamente impegnativo, sia dal punto di vista fisico che mentale, un ‘lavoro’ ricco di emozioni. Per il modo che ho di propormi dal vivo, per il tipo di spettacolo che faccio, devo scavare a fondo dentro di me per trovare l’emozione giusta da trasmettere alle persone che mi trovo davanti. Di recente sono stato parecchio lontano, in Mogolia, e mi sono sentito una specie di alieno in uno strano mondo… sono cose che fanno bene al cervello.

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Jon Gomm – foto di Marek Zawrotny

Vogliamo parlare un po’ del tuo ultimo disco, Live in the Acoustic Asylum?
Sì, bene. È stato un disco, per così dire, ‘accidentale’. Avevo la necessità di fare alcuni video di vecchie canzoni, volevo che fossero presenti sui social media, YouTube e Facebook in particolare, perché questi sono un ottimo veicolo per avvicinare le persone, per far scoprire la mia musica a chi non l’ha mai sentita. Per scegliere su cosa lavorare, mi sono posto alcune domande. Quali erano quelle ‘neglette’, dimenticate? Quali erano quelle che la gente non conosceva? Suono moltissimo in giro, ma quando chiedo se ricordano alcuni di questi brani, una buona metà delle persone sembra non averli mai sentiti. Ho molto rispetto per queste canzoni e ho voluto spingerle un po’ di più. Dopo aver girato i video, ho fatto il mix audio con il mio produttore e ci siamo resi conto che suonavano alla grande. Ci siamo guardati in faccia un attimo… e avevo un nuovo disco da presentare! Così è un disco ‘accidentale’, capitato quasi per caso, con nuove versioni di vecchie canzoni. È questo il motivo per cui è offerto nella formula ‘paga quello che vuoi’, in download sul mio sito Web.

Jon Gomm - foto di Phil Ermiya
Jon Gomm – foto di Phil Ermiya

Come hai lavorato su queste nuove versioni?
Sono dovuto tornare indietro e, in alcuni casi, reimparare questi vecchi brani. Anche se non intenzionalmente, ho fatto alcuni cambiamenti, ma non c’è una grossa differenza con gli originali, solo qualcosa è variato. Quando compongo un brano voglio che esista fine a sé stesso. Ho un approccio piuttosto ‘pittorico’ alla composizione: una volta che un lavoro è finito, lo ritengo ‘congelato nel tempo’, terminato definitivamente. Certo, come persona sono cambiato negli anni, è migliorato il controllo che ho dello strumento e della voce, e penso che questa differenza si senta comunque nel modo di riproporre le canzoni.

Cosa ci racconti della tua esperienza al Guitar Star, il ‘talent’ chitarristico proposto da Sky nel Regno Unito?
È stato molto divertente. Non avevo idea di cosa si aspettassero da me, quando mi hanno chiamato. Gli altri ospiti erano Tony Iommi e George Benson: delle leggende! E poi… io: pazzesco! È stato uno show molto elegante e divertente, molto centrato sulla chitarra e sul modo di suonarla. Niente a che vedere con X Factor o American Idol o qualsiasi altro di questi talent show televisivi. Ho avuto anche il piacere di incontrare Paco Peña, che ha fatto le riprese lo stesso giorno in cui le ho fatte io. Alla fine non ho dovuto far altro che aiutare degli studenti a migliorare la loro tecnica sullo strumento. Essendo a mia volta un ‘eterno studente’ per qualsiasi tipo di tecnica, il ruolo mi è venuto abbastanza naturale.

Hai avuto modo di ascoltare qualcuno di particolarmente interessante?
C’erano parecchi musicisti di talento nello spettacolo, che alla fine è stato vinto da Gary Lutton, un irlandese. Stava frequentando un seminario con me e Thomas Leeb in Austria, ma ha dovuto lasciare per proseguire le riprese di Guitar Star. Facevamo tutti il tifo per lui, ma onestamente non pensavamo che un chitarrista acustico potesse vincere. E invece è successo. È un grande musicista e sono sicuro che farà un’ottima carriera.

Jon Gomm - foto di Marek Zawrotny
Jon Gomm – foto di Marek Zawrotny

La tua dimensione dal vivo, solo voce e chitarra, è molto difficile da proporre: come ti ci rapporti?
In effetti c’è una grossa pressione sul palco quando sai che tutto deve venire soltanto dalla tua chitarra e dalla tua voce. Ma c’è anche qualcosa di magico nell’evocare suoni dal silenzio e nel tenere tutto il pubblico sotto il mio ‘incantesimo’. Certo, ci vuole molto lavoro per controllare un modo di suonare complesso, fatto di linee di basso, percussioni e melodia, tutto contemporaneamente sulla chitarra, magari cantandoci anche sopra. Molto spesso la mia testa sta già pensando a qualcosa di diverso rispetto a quello che sto suonando: ad essere onesti, temo ci sia qualcosa che non va nel mio cervello!

A che punto della tua carriera ti senti di essere arrivato?
Penso di aver ottenuto tutto quello che potevo dalla chitarra. Ora sento la necessità di perfezionare le mie composizioni e concentrarmi sulla creazione di bellissimi suoni in fase di registrazione. Infatti ho deciso di prendermi una piccola pausa dai tour per imparare a lavorare come si deve in sala di registrazione.

Ho ‘sentito’ che hai una grossa novità in arrivo da Lowden, vero?
Sì! George Lowden mi ha contattato per realizzare una signature model con il mio nome: il più grande onore della mia carriera. Sapendo che ho una personalità piuttosto ‘forte’ e che non mi mancano le idee folli, immagino fosse leggermente preoccupato in vista di questo progetto, ma si è dimostrato una persona estremamente ricettiva. Probabilmente la gente pensa che uno che costruisce chitarre da quarant’anni sia un tradizionalista. Ma lui è uno che ha letteralmente reinventato la chitarra acustica. È un vero innovatore. Così, quando ho avuto l’idea del top ‘doppio’, non si è tirato indietro. Invece che con un solo strato, abbiamo realizzato la tavola armonica in due pezzi di laminato sovrapposti – in maniera particolare, con un angolo di giunzione che è uno dei segreti di George –, uno in abete rosso e uno in cedro. Sinceramente non avevo idea di come avrebbe suonato, ma sapevo certamente che si sarebbe chiamato hybrid top. In fase di realizzazione, sono state fatte due chitarre assolutamente identiche, una con la tavola in abete massello e una con l’hybrid. Esteticamente era impossibile distinguerle, perché l’ibrida aveva comunque lo strato di abete al livello superiore, per cui è stato fatto un reale test alla cieca per decidere quale suonasse meglio. Ma non ho avuto dubbi, l’hybrid ha bassi più profondi, medie definite e nette, acuti cristallini, eccellente volume e dinamica. Avere tutto questo ai ‘tuoi comandi’ in una chitarra sola, ti fa sentire come se avessi sviluppato dei superpoteri. Quindi la mia chitarra signature è la prima al mondo con il top ibrido! Sono un papà davvero orgoglioso.

E Betty e Wilma come l’hanno presa? [Wilma è la chitarra ‘storica’ di Jon, mentre Betty è il suo backup, i nomi vengono dai cartoon degli Antenati]
Sono sicuro che Wilma apprezzerà tutto l’aiuto che sta per ricevere; e Betty, probabilmente, è molto felice perché non dovrà più prendere un aereo per il resto della sua vita.

Jon Gomm - foto di David Galbraith
Jon Gomm – foto di David Galbraith

Cos’altro contribuisce a creare il tuo sound così particolare?
A parte la chitarra Lowden, per me le cose più importanti sono le corde, il pickup e le meccaniche da banjo. Le corde sono le mie signature della Newton, .014-.068. So che può suonare spaventoso per molti chitarristi, ma io accordo sempre piuttosto in basso, tuttalpiù sono un tono sotto lo standard. Il suono è molto più ricco e pieno in questo modo. Del resto è simile a quello che ha sempre fatto anche Stevie Ray Vaughan sull’elettrica. Come sistema di amplificazione uso il Fishman Rare Earth Blend: è grandioso perché permette di gestire due fonti di ripresa in maniera completamente indipendente; così controllo il suono della chitarra dalle corde e quello delle percussioni direttamente dal legno. Ora sto sperimentando anche il BP-100, il primo pickup che Fishman ha realizzato per contrabbasso, ma io l’ho montato sulla chitarra. Suona molto caldo e ha anche una bella spinta sulle percussioni. Inoltre, per la prima e la seconda corda, monto sempre meccaniche da banjo Bill Keith che, per il rapporto di trazione estremamente elevato, sono essenziali per l’esecuzione di brani come “Passionflower”, in cui modifico l’intonazione in maniera dinamica e costante per tutta la canzone.

Mario Giovannini

 

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