Intervista a Stefano Nosei

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Stefano NoseiUn chitarrista prestato al cabaret. Artista eclettico, di inesauribile energia, Stefano Nosei si è fatto conoscere per le sue esilaranti parodie di grandi successi della musica pop italiana, che interpretava accompagnandosi con la chitarra acustica. Su tutte “Mi ricordo lasagne verdi”, ispirata palesemente a quella “Montagne verdi” portata al successo nel 1972 da Marcella Bella, sorella dell’autore del pezzo, Gianni Bella. Chi non ricorda Nosei nelle sue innumerevoli esibizioni al Maurizio Costanzo Show per gran parte degli anni ’90? E insieme all’ironia, all’allegria, all’intelligenza per come sapeva trattare i testi trasformandoli in deliziosi quadretti surreali, non passava certo inosservata l’abilità chitarristica del nostro, sempre rispettoso delle strutture ritmiche e armoniche, oltre a quelle formali. Insomma, si coglieva chiaramente che per lui la chitarra non era un mero strumento per sostenere le sue gag cabarettistiche, ma un amore, una passione, una competenza vera e propria, un veicolo per poter esprimere tutto un bagaglio tecnico ed espressivo, che si può sintetizzare con l’essere musicista a tutto tondo. Lo abbiamo incontrato al termine del mini concerto intitolato “Lovin’ James – Le canzoni di James Taylor”, che Stefano ha tenuto insieme al bravo chitarrista Andrea Maddalone durante una delle serate dell’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana.

Stefano, tu e Andrea avete eseguito sette pezzi di James Taylor e due brani ‘taylorizzati’. Ecco, partiamo da questa variante sul tema. Ci vuoi spiegare di che si tratta?
Chi ama James Taylor entra talmente nel suo mondo che tutte le cose che ascolta poi le filtra con le orecchie che hanno ascoltato JT, e quindi le riveste delle sue sonorità, dei suoi arrangiamenti, del suo modo di dividere le parti, della sua impostazione vocale. Il gioco è stato quello di fare un pezzo degli anni ’90 come “Barbie Girl” e quell’altro in cui Raffaella Carrà canta «Com’è bello far l’amore da Trieste in giù», che in inglese è diventato «It’s nice making love from Trieste south», trasformandoli in canzoni come se fossero state scritte ed eseguite da JT, di qui la ‘taylorizzazione’… Ho proprio in mente di realizzare un album tutto così, tipo quelli che prendono pezzi rock e li trasformano in bossa nova, quelle cose un po’ da aperitivo. Noi vorremmo fare una cosa analoga cercando da un lato alcuni pezzi vicini allo stile, ma dall’altro anche pezzi lontani anni luce, come nel caso del pezzo cantato dalla Carrà.

Però questa cifra di Taylor è talmente forte, riconoscibile, che alla fine anche i pezzi più improbabili diventano suoi!
È questo il paradosso.

Devo dire che è esattamente ciò che si è colto: che ti sei così ben impadronito della sua poetica musicale e vocale da saper interpretare quei pezzi come se fossero usciti dalla sua scrittura. Quindi, questo tuo affrontare il suo repertorio l’hai fatto per quest’amore che nutri per la sua musica…
Sì, soprattutto. L’ho fatto per divertirmi, per provare quelle emozioni e farle uscire dalla mia cassa toracica. Poi con Andrea abbiamo scoperto questo amore comune e abbiamo pensato di condividerlo col pubblico. Essere stati ospitati in questo festival e dividere il palco con musicisti di altissimo livello, per noi è stato un grandissimo onore. Io vengo da un mondo completamente diverso, e chi non mi conosceva magari avrà pensato cosa ci facevo in questo contesto; mentre gli addetti ai lavori avranno forse intuito che nelle cose giocose, cabarettistiche che facevo in passato soprattutto negli anni ’90 [le frequenti ospitate al Maurizio Costanzo Show, N.d.R], e che faccio ancora, c’era un gusto e un modo di affrontare la parodia musicale con un grande rispetto delle musiche, dei bassi, degli intervalli, insomma delle loro strutture.

Nosei e Maddalone (Foto di Pierangelo Legari)
Nosei e Maddalone (Foto di Pierangelo Legari)

A questo proposito, qual è stato il tuo approccio tecnico sulla chitarra per avvicinarti al modo di suonare di James Taylor?
Io sono un ‘orecchiante’. Tutto quello che so l’ho imparato guardando quello che facevano gli altri. In particolare, quando ho ascoltato JT dal vivo la prima volta mi sono concentrato sulle sue mani, anche se lui suona in un modo completamente diverso da quello a cui siamo abituati la maggior parte di noi orecchianti. Per esempio, adotta una diteggiatura sulla mano sinistra totalmente diversa dagli standard. Anche sul suo sito ufficiale ha messo i suoi tutorial, le sue lezioni su come suonare alcune sue canzoni, da cui si può vedere bene come imposta la mano sinistra e destra per ricavare quei passaggi tipici del suo chitarrismo. Con Andrea Maddalone, che è un grande chitarrista che a me fa i ‘colori’, fa le parti solistiche, mi sono confrontato sulle parti di Taylor e lo ringrazio per il suo aiuto nell’aggiustare quello che non facevo bene, tipo gli intervalli nei bassi, una peculiarità di Taylor.

Stefano, cosa ti colpisce di più nel modo che ha JT di suonare la chitarra?
Che è autosufficiente. Lui è in grado di suonare da solo e già il pezzo sta in piedi. Perché ha questo modo di intervallare… suona la chitarra come se fosse un pianoforte, sa creare questo tappeto sonoro dove lui con la chitarra fa i controcanti alla melodia principale della sua voce, usa molti levare, non è mai ‘dritto’; e questa cosa crea un groove come un basso e una batteria. Lui con due accordi banali come un Re e un Sol, ma fatti con quell’intervallo fra il basso e le corde più acute, ti dà l’emozione, il feeling, che gli americani chiamano il groove, appunto.

Quello che mi hai appena detto corrisponde perfettamente a quanto lo stesso JT mi disse riguardo al suo modo di suonare la chitarra. In occasione di una conferenza stampa che tenne un paio di anni fa a Roma [Chitarra Acustica, febbraio 2012, pp. 5-7] rispondendo a una mia domanda tecnica, mi disse che considerava il suo strumento come se fosse un pianoforte le cui parti d’accompagnamento, bassi, armonia e controcanto alla voce principale, venivano poi, nei suoi arrangiamenti definitivi, decodificate dai suoi collaboratori musicisti e redistribuite ai vari strumenti della band; ma erano già presenti appunto all’origine.
E nel fare ciò ci vuole una grande sensibilità e una grande delicatezza da parte dei suoi eccellenti musicisti, proprio per non coprire quello che fa lui. Infatti, se tu senti i suoi concerti dal vivo, con la batteria, pianoforte, basso, chitarra elettrica, fiati, voci, ebbene, la sua chitarra è sempre in primo piano, perché è proprio un incastro di contrappunti. Tu senti sempre il suo arpeggio che non è lineare, non è sempre uguale a se stesso, ma ha questo modo di anticipare per cui lo senti negli intervalli degli altri strumenti. Noi facciamo quello che possiamo… siamo italiani!

Guarda, Stefano, ho assistito stasera a una performance di altissimo livello che dimostra come il tuo amore e l’attenzione tecnica al chitarrismo di JT siano ineccepibili.
Ti ringrazio!

Stefano Nosei (Foto di Corrado Pusceddu)
Stefano Nosei (Foto di Corrado Pusceddu)

Senza parlare della parte vocale, che anche su quel fronte non è assolutamente facile. Parlavamo poc’anzi della folta schiera di amatori di JT che si dividono tra chi si dedica principalmente alla chitarra e molto meno al canto, e chi fa viceversa; ma il fare l’uno e l’altro, tu che adesso l’hai provato, che vuol dire?
Vuol dire stare molto attenti! Poi magari la mia voce ha quei colori che possono essere similari a quelli del Maestro… ma mai come i suoi perché sono inarrivabili! In questo non c’è studio da parte mia, è un fatto di emissione naturale [imita, giocherellando con la voce, il modo di cantare di JT]. Sai io non ho una voce potente…

C’è da giocare molto con le dinamiche, i chiaroscuri…
Esatto, esatto. Soprattutto sugli anticipi. È bello perché poi, quando ascolti attentamente i suoi pezzi, scopri che ogni strofa è diversa dall’altra: come anticipa, come ritarda, ha un modo di cantare fantastico. Quindi, siccome non penso che in Italia ci sia qualcuno che lo faccia con questa attitudine, con Andrea secondo me abbiamo trovato una quadratura del cerchio.

Da quanto tempo esiste il vostro sodalizio?
Pochissimo. Stasera è stata la prima nazionale! Un mese e mezzo fa abbiamo fatto un’anteprima a Firenze, al Teatro del Sale… e stop. Ci siamo visti a casa, ci siamo parlati per telefono per stabilire cosa fare, ma soprattutto abbiamo suonato molto, perché più si suona insieme e più le cose vengono bene. Certo, partivamo già da una base di conoscenza dove poi era facile comunicare, proprio perché queste cose ce l’avevamo dentro da sempre e quindi dovevano solo venire fuori.

Ci vuoi parlare del vostro spettacolo nella sua interezza?
Be’, è come l’hai visto stasera, però più dilatato, della durata di un’ora e un quarto circa. Ci sono tanti pezzi, dal blues di “Steamroller” a una versione bellissima di Andrea che suona da solo “Me and My Guitar”, oltre a molte altre canzoni celeberrime come “Copperline”, “Mexico”, “Carolina in My Mind”. In mezzo c’è questa parte giocosa con i pezzi ‘taylorizzati’; e altri ancora di JT in cui coinvolgiamo il pubblico, come quando suoniamo “Handyman”, e dove ci sono momenti di coro, di battere le mani a tempo. Lo spettacolo deve avere una sua dinamica. Stasera abbiamo cominciato e finito subito, tanto che mi sono chiesto: «Ma abbiamo già finito!» Be’, abbiamo suonato solo sette pezzi, dove normalmente ne eseguiamo sedici-diciassette.

Avete in mente qualcosa di editoriale intorno a questo progetto live?
Sì, c’è un’idea di fare una produzione sulle canzoni ‘taylorizzate’. Ecco, è un’idea su qualcosa di veramente nostro, che possa dare all’eventuale disco un’identità. Per ora abbiamo “Barbie Girl” e “Tanti auguri” di Raffaella Carrà. Ho pensato a dei pezzi dei Police, degli Iron Maiden o di qualche cantante italiano da tradurre in ‘taylorese’. Che ne diresti di “Felicità” di Romina e Albano? «Happiness, is a beer and a sandwich»…

Ah, ah, ah! Ascolta, ti vorrei chiedere di raccontarci un po’ di Stefano Nosei cabarettista.
Ma sai, questo è un ritorno alle origini, nel senso che io ho cominciato suonando e cantando nelle feste le cover, spaziando dai Beatles a James Taylor, appunto, da Concato a Zucchero. Questo negli anni ’80. Già da allora, all’interno di questi spettacoli, inserivo una parte umoristica. Ad un certo punto qualcuno mi chiese perché non facevo solo la parte umoristica; quindi il vero e proprio cabaret. E così nell’85 partii per Milano. Facevo una versione di “We Are the World” con tutte le voci, le parodie dei pezzi di Concato, le parodie delle pubblicità. Ecco, ho messo insieme tutte queste cose e ne è nata una professione che dura ormai da quasi trent’anni. Ho partecipato a trasmissioni televisive come il Maurizio Costanzo Show, Zelig e altre dedicate al cabaret. E adesso m’è venuta voglia ti tornare alle origini, ma scegliendo proprio gli spazi deputati alla musica, a quella chitarristica in particolare, come appunto stasera. Portare in giro questo spettacolo Lovin’ James!

Hai degli studi chitarristici alle spalle?
No, no, sono assolutamente autodidatta. Mi sono specializzato nel repertorio di David Crosby, dei Beatles, ma mi divertivo anche a tirare giù le parti di chitarra – che so – di “Scrivimi” di Nino Buonocore: l’adoravo! E quindi nel mio modo di fare cabaret ho sempre privilegiato i pezzi di chitarra fatti bene, rispettosissimi dell’originale. Ho scritto dei pezzi per il teatro cabarettistico anche con Rocco Tanica degli Elio e le Storie Tese, a sua volta un amante e un amico di James Taylor, con cui ha collaborato; anche da questi pezzi venivano fuori delle cose su quello stile lì. E allora adesso, giù la maschera: lo facciamo proprio ‘filologico’, l’omaggio, l’amore, il tributo…

Arriverà alle orecchie di James Taylor?
Boh, vediamo.

So che avete avuto più volte occasione di incontrarvi di persona.
Sì, soprattutto dagli anni ’90 fino al 2000, poi l’ho un po’ perso di vista. Non sono più voluto andare a rompergli le scatole alla fine dei concerti, non sono un presenzialista di quelli ossessivi. Ci eravamo conosciuti al Costanzo Show e poi, tramite Elio e gli altri, ci eravamo rivisti; mi aveva riconosciuto e mi aveva invitato a cena. Abbiamo condiviso un palco insieme tanti anni fa per il centenario della Fiat: lui era ospite della serata finale, noi suonavamo il pomeriggio insieme ad altri giovani comici e musicisti come Alex Britti; ti sto parlando di una quindicina di anni fa. Come ti dicevo, lui era ospite serale insieme a Fazio, Teocoli, la Marchesini, e quindi abbiamo condiviso i camerini, mi ha firmato la chitarra, gliel’ho fatta suonare. Conosco i suoi manager italiani, D’Alessandro e Galli, perché tutte le estati vado al festival di Lucca che loro organizzano. Quindi, quando avremo del materiale fatto bene, chiederò a loro di mandare a James il file con un po’ di questi pezzi ‘taylorizzati’.

Certo, quando sentirà «Com’è bello far l’amore da Trieste in giù» nella traduzione inglese, si metterà sicuramente a ridere!
Ah, non ne dubito! Guarda, proprio stasera dopo la nostra esibizione ci hanno chiesto se abbiamo un disco con i pezzi presentati in concerto. Ma noi abbiamo molto pudore nel fare le cover pure e semplici, che uno si può ovviamente comprare l’originale, no? Per dirti, io realizzai anni fa una cassettina con il libretto allegato in vendita nelle edicole [Mi ricordo lasagne verdi, Comix, 1993], che comunque ha venduto più di quarantamila copie, aveva un prezzo di quindicimila lire. Quando pubblicarono il secondo CD al prezzo di trentamila lire [Morissi Marilù, Aspirine/BMG, 1994], io mi vergognavo come un ladro che il mio disco costasse come quello di James Taylor o di Peter Gabriel! Non è possibile, pensavo: io lo faccio in due settimane quando quelli ci stanno mesi! E quindi ho questo pudore, non sono così sfacciato! Invece l’idea di fare pezzi à la JT sarebbe una cosa che ricondurrebbe più alla mia dimensione cabarettistica, che è poi la mia immagine più riconoscibile.

NoseiVogliamo parlare di chitarre? Quante e quali hai?
Ne ho qualcuna. Da diversi anni suono questa Taylor 812ce che monta ancora il pickup Fishman di un tempo, perché ora so che la Taylor adotta il suo Expression System. Nell’esibizione a cui hai assistito ho usato il piezo, senza il combinato piezo/microfono interno; hai sentito com’era bello il suono? Grande merito va dato al fonico Lallo Costa, che è riuscito a conservare il suono da chitarra ‘normale’, puramente acustica. Ma ora, ed è una cosa recentissima che si è concretizzata in questi giorni qui a Sarzana, sono diventato endorser della Larrivée, marchio che mi ha affascinato proprio provando i suoi modelli esposti qui nell’area espositiva del Meeting. La ditta Aramini di Bologna mi ha proposto una collaborazione con questo famoso marchio, fornendomi una splendida Larrivée M-10, che molto volentieri utilizzerò nei miei concerti futuri. Ho avuto la fortuna di fare un’escalation in positivo riguardo alle chitarre, e con quest’ultima ho toccato veramente il top della qualità. Comunque, tornando alle mie chitarre del passato, possiedo anche una vecchia Guild D-50, poi una vecchia Takamine con spalla mancante e una Ovation ‘Anniversary’ anni ’80; ho avuto anche una piccola Washburn.

Che corde e che scalatura usi?
Uso le Elixir, che mi piacciono perché sono belle brillanti e durano veramente di più delle altre, con scalatura .012.

E per quanto riguarda gli effetti?
Uso un preset G-Major della TC Electronic, dove mi sono fatto il settaggio dei suoni con un po’ di riverbero, un po’ di compressione e un po’ di chorus, ma leggero leggero, quasi naturale, tanto da dire che se non c’è senti che non c’è, e se c’è non ti accorgi che c’è. Così come per la voce del resto.

Ritornando alla tua carriera, cosa è successo nella tua vita artistica tra la fine degli anni ’90 e oggi?
Ho fatto sempre altre cose parallele alla televisione. La televisione, tornando indietro, l’ho cominciata nell’87-’88 in Rai in prima serata con Gigi Proietti, con Edwige Fenech, con la Parietti, poi un programma per ragazzi che si chiamava Telemeno su Odeon TV con la Gialappa’s Band, e le altre che ho ricordato prima. Dal punto di vista dello spettacolo dal vivo ho sempre avuto delle alternative, per cui ho fatto dei musical, ho lavorato con i Gemelli Ruggeri in uno spettacolo che si chiamava I figli del Dottor Jekyll, ho lavorato con la Compagnia della Rancia in uno spettacolo che si intitolava Dolci vizi al foro, ispirato dal film di Richard Lester col grande Zero Mostel. Poi ho fatto uno spettacolo intitolato La strana storia del signor Mario con musiche mie, di Rocco Tanica, Daniele Silvestri e Paolo Fresu sulle poesie di Gianni Rodari; era una storia che legava molti racconti e soprattutto poesie di Rodari, storia scritta da Roberto Alinghieri, che è soprattutto un attore di prosa e scrittore ed è stato un mio collaboratore in tutti questi anni anche nel cabaret. E qui siamo arrivati al 2002-2003. Poi ho continuato la mia attività cabarettistica rinnovandone il repertorio

E affiancavi a tutto ciò lo studio della chitarra acustica?
No, devo dire che per questo progetto su JT è solo da un anno che mi dedico con costanza alla chitarra. Da tempo strimpellavo i suoi pezzi, ma mai conoscendoli veramente fino in fondo.

Certo, perché di lui in particolare si può dire che certi suoi moduli chitarristici possono risultare ripetitivi se letti superficialmente, ma invece acquisiscono una loro identità quando li si va a conoscere nel dettaglio.
Sì, altrimenti si rischia di suonare sempre la stessa canzone.

Due parole su Andrea Maddalone?
Lui è un grande chitarrista che ha prestato la sua chitarra ad artisti del calibro di Renato Zero, Mario Biondi e i New Trolls, tanto per darti l’idea del suo spessore artistico. La passione per James Taylor ce la siamo ritrovata insieme senza alcuno sforzo, in modo molto naturale; lui non è stato assoldato da me per questo progetto. Ci eravamo già incrociati in altre occasioni e proprio parlando è uscito fuori questo amore di entrambi per JT.

Anche dagli interventi vocali si è notato come Andrea sia ‘dentro’ la cifra del mondo tayloriano.
Sì assolutamente. Secondo me stasera è venuta molto bene “You Can Close Your Eyes”: lì Andrea ha mostrato una delicatezza perfetta sia alla chitarra che alla voce.

Gabriele Longo

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 09/2014, pp. 26-29

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