Intervista a Pino Forastiere

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Pino Forastiere - foto di Emanuele Di Giacomo

(di Alfonso Giardino) – Pino Forastiere è uno dei capiscuola della chitarra acustica moderna in Italia. Classe 1966, è stato uno dei primi chitarristi italiani a far sua la tecnica sviluppata e divulgata da Michael Hedges, arricchendola delle sue solide basi classiche – è diplomato al Conservatorio ‘Santa Cecilia’ di Roma – e della sua passione per il rock e la musica contemporanea. Con nove album al suo attivo, dal primo in duo con il chitarrista classico Luca Pagliani (Overcrossing, 1999) all’ultimo Deconstrunction (uscito questo mese di gennaio), passando per l’esperienza nel trio Guitar Republic (Guitar Republic, 2010), Forastiere ha sempre proposto composizioni originali, evidenziando così la propria dimensione di musicista, non solo di virtuoso dello strumento.

Pino Forastiere - foto di Emanuele Di Giacomo
Pino Forastiere – foto di Emanuele Di Giacomo

Attivo forse più all’estero che in patria (la partecipazione a più di un’edizione dell’International Guitar Night ne è testimonianza), nel pieno della sua maturità artistica, laddove per ‘maturità’ s’intende la consapevolezza delle proprie capacità sia tecniche che compositive, Forastiere sembra essere giunto a una svolta, in uno di quei momenti nella vita nei quali un artista cambia prospettiva, sente e vive la musica con una sensibilità diversa, di più ampio respiro. Abbiamo, così, colto l’occasione dell’uscita del nuovo CD, totalmente autoprodotto e recensito sul numero di aprile della nostra rivista, per approfondire la conoscenza di questo musicista, che preferisce mettere sotto i riflettori la propria musica, più che sé stesso.

Parliamo subito di Deconstrunction. Nel comunicato di presentazione del CD si riportano queste tue parole: «La chitarra acustica sta vivendo l’apice del suo conformismo, è come un talent show. Personalmente, cerco di continuare a lavorare sulla musica, perché è l’unica cosa che mi rende felice». Ci puoi chiarire meglio questo tuo pensiero e come questo si traduce nelle tue nuove composizioni?
La mia è una semplice constatazione. Sono anni che nel mondo della chitarra acustica si suona la stessa canzone, percuotendo lo strumento, suonando in tapping, ma spesso nella totale assenza di forme e strutture musicali, procedendo per accumulazione di riff ritmici, alle volte senza tempo. Insomma, si evidenzia l’aspetto circense dello strumento, quello più spettacolare. Anteporre il ‘come’ al ‘cosa’ si suona mi lascia perplesso ed è un peccato vedere tanta tecnica sprecata per eseguire poi musica così fragile.

Il tuo mettere da parte i virtuosismi in favore di atmosfere più intimiste e rarefatte, possiamo intenderla come una svolta voluta e ragionata nel tuo percorso artistico o è una naturale evoluzione della tua musica?
Voglio semplicemente diventare virtuoso anche nei silenzi. È la sfida più complessa che io abbia intrapreso sia dal punto di vista tecnico, sia compositivo.

Pino Forastiere - foto di Paolo Soriani
Pino Forastiere – foto di Paolo Soriani

Reminiscenze barocche in “In the Temple of My Imagination” e “Time Present and Time Past”, atmosfere folk alla Paul Simon in “This Age”, sonorità cristalline in “Echoes” e “Lines” che fanno pensare ai gamelan di Bali e Giava (è voluto?): quali sono le tue ultime fonti d’ispirazione e qual è la musica che ascolti per tuo puro piacere?
Sono curioso e leggo e ascolto di tutto ma, entrando nello specifico di questo ultimo lavoro, i versi dei Quattro quartetti di T.S. Eliot mi hanno fatto riflettere sulla possibilità di liberarmi dal tempo e dallo spazio in senso filosofico. The Unanswered Question di Charles Ives, compositore americano della prima metà del secolo scorso, mi ha ispirato la linea da seguire per amalgamare il suono del passato e del futuro… potrei andare avanti, ma non credo che l’elenco sarebbe interessante. Alla fine penso che sia la composizione, sia l’ascolto, inseguano musiche recondite e nascoste nella memoria di ognuno di noi.

Una curiosità: qual è l’accordatura in “Echoes”? Quei suoni sull’acuto fanno pensare a una high-string guitar con il Nashville tuning.
Lo strumento usato per suonare “Echoes” e “Go, Go, Go, Said the Bird” è una chitarra terzina, accordata appunto una terza sopra lo standard. Ho usato per “Echoes” questa accordatura: G3D4G4Bb4F5G5.

A proposito di accordature, qual è il tuo approccio creativo in tal senso? Come maturi la consapevolezza di dover utilizzare un’accordatura diversa per meglio esprimere la musica che sta nascendo?
Spesso parto dalla musica scritta e quindi adatto l’accordatura per non crearmi problemi nelle diteggiature e per avvicinarmi il più possibile ai suoni che prima di tutto si formano nella mia testa. Quando invece compongo con lo strumento, cerco comunque di evitare i cliché che troppo spesso le accordature aperte ti obbligano a seguire in chiave soprattutto armonica. Quando ho necessità di usare il tapping, allora costruisco l’accordatura cercando simmetrie nelle diteggiature, tali da permettermi l’esecuzione di intervalli di quarta o di quinta con la mano destra in tastiera.

Pino Forastiere - foto di Paolo Soriani
Pino Forastiere – foto di Paolo Soriani

L’immagine che sembra trasparire dai tuoi video, dalle interviste, ma anche dalla tua stessa musica è quella di una persona rigorosa ed esigente, prima di tutto con sé stessa, che non accetta compromessi e che non separa l’essere artista dalla sua sfera quotidiana e personale. Ti riconosci in questa descrizione?
La mia vita è la musica. Lo è sempre stata. Non riesco a non essere esigente e rispettoso nei confronti della cosa che amo di più. Alle volte sono vittima di troppo rigore, ma sto lavorando per liberarmene, in modo da poter affrontare alcuni aspetti della musica senza aver fatto necessariamente i compiti a casa.

Ci racconti delle tue numerose esperienze all’estero, sia per quanto riguarda le collaborazioni con altri chitarristi (vedi anche all’interno della CandyRat Records con la quale hai inciso sei CD), sia in merito a come viene vissuta e gestita la musica acustica, da noi vista sempre come destinata a un pubblico di nicchia?
Suonare nel mondo è bellissimo. Si incontrano persone meravigliose e si vivono esperienze importanti. Ho suonato e condiviso il palco con molti grandi artisti della chitarra acustica. Ho imparato molto e di molti porto un gran ricordo e una grande considerazione. Mi dispiace però dover constatare quanto il mondo della chitarra sia eccessivamente autoreferenziale, e non solo in Italia. Si ha l’impressione, a volte, di appartenere a una setta. Penso che se con la chitarra si suonasse la musica, allora si potrebbe allargare il raggio delle persone coinvolte. Ma questo dipende da come l’artista si percepisce: musicista o chitarrista.

Nella bella “Intervista casalinga” che ti ha fatto tua moglie Stefania Benigni [http://7ore32minuti.blogspot.it/2015/01/intervista-casalinga-con-pino-forastiere.html] si rileva una certa tua idiosincrasia nei confronti dei social network, di come questi vengano dai più utilizzati per futili motivi. È indubbio, però, che questi possano consentire a un artista di raggiungere e interessare un pubblico sempre più ampio. Cosa ne pensi?
La rete è un fatto meraviglioso che però ancora non controlliamo con discernimento e consapevolezza. Questa fruizione orizzontale degli eventi mi spaventa. Non ci dà il tempo di approfondire, di analizzare nulla. Tutto è a portata di dito, ma su niente si investe tempo. E tutto diventa sottofondo, soprattutto la musica. Questo per me è insopportabile. Circa il pubblico, penso che con i social network si collezionino numeri, certamente utili, ma per toccare il cuore delle persone la realtà non può essere sostituita dalla virtualità.

Pino Forastiere - foto di Paolo Soriani
Pino Forastiere – foto di Paolo Soriani

La Martin D-28 la possiamo ormai identificare come la tua voce musicale, il ‘tuo’ strumento. Perché l’hai scelta e come ne curi il suono e il setup, anche in relazione ai tanti cambi di accordatura a cui la sottoponi.
Ho scelto la D-28 perché è uno strumento essenziale. Non manca di nulla e non cerca di andare oltre il necessario. Mi risulta facile da gestire in termini elettroacustici. Circa il setup non c’è nulla di complesso, giusto qualche piccolo accorgimento sulla sella del ponte per accompagnare meglio la intonazione delle tante, differenti accordature che uso. Circa il suono prediligo strumenti un po’ vecchiotti, hanno più carattere. Li amplifico con un doppio sistema: magnetico Sunrise per il corpo del suono, Trance Audio Amulet System per gestire autonomamente le frequenze acute e i suoni del legno. Non uso effetti se non riverbero, in genere Lexicon LXP-1. Quando registro, invece, posiziono un solo microfono AKG 480 a una ventina di centimetri di distanza, puntato tra i tasti XII e XIV.

Come stanno i Guitar Republic? A quando un nuovo CD di questo ‘supergruppo’ della chitarra acustica italiana?
Sergio Altamura, Stefano Barone ed io stiamo benone! Guitar Republic è stata un’esperienza fantastica. Credo che abbiamo inventato un suono e questo grazie alla capacità di far convivere tre diversissime personalità all’interno di una idea comune, senza snaturare nessuno dei tre caratteri, anzi. Non so circa il futuro, siamo tutti e tre molto impegnati su progetti personali. Sergio ha da poco aperto a Bologna uno studio dove lavora solo in analogico. Lo voleva fare da anni. La sua passione e il suo amore per gli oggetti acustici che hanno una forma e una sostanza, come dice lui, è diventato realtà, e ne sono davvero felice. Anche Stefano si sta concentrando su un suo spazio, ma allestito con presupposti più modernamente tecnologici, dove sta lavorando al nuovo album e dove ha seguito alcune produzioni di giovani.

Ho avuto la sensazione, assistendo anche a un vostro concerto, che in compagnia di Sergio Altamura e Stefano Barone tu ti senta molto a tuo agio, lasciandoti quasi andare alla musica con maggiore libertà e puro divertimento rispetto alle tue esperienze solistiche. È vero? Dipende forse anche dalla diversa visione sonora che ognuno di voi ha del proprio strumento?
Per me è stato facile trovarmi a mio agio. Avere a fianco due giganti come Sergio e Stefano rilassa e permette di seguire agilmente istinto e strutture musicali. Ognuno ha potuto focalizzare sui propri punti di forza il lavoro. Questo ha lasciato molto spazio creativo a tutti. Ci siamo divertiti davvero tanto.

La classica domanda di chiusura: progetti per il futuro?
Oltre alla promozione del disco Deconstruction in Italia e all’estero, è in fase di preparazione un live in duo con un fantastico cantautore di nome Paolo Pallante, che ha appena licenziato il suo album Ufficialmente pazzi, che secondo me è decisamente bello. Dal titolo dell’album si può intuire la natura della collaborazione. Vorremmo muoverci per le case e non solo, aggirando la pigrizia delle persone, e cioè andando noi da loro. Sto anche lavorando con Luca Pagliani, amico, compositore e chitarrista classico, per riaprire la pagina Overcrossing che nel 1999 ci vide impegnati nella realizzazione di un duo classico-acustico e che oggi, dopo una quindicina di anni, è tempo di far rivivere. Da ultimo vorrei allargare il mio mondo acustico ad altri suoni più sperimentali, ed in questo cercherò di avere a fianco Sergio Altamura in veste di co-artistic producer.

Alfonso Giardino

PUBBLICATO

Chitarra Acustica n.05/2015, pp. 30-32

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