La musica che suona con i luoghi

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(di Daniele Bazzani) – Forse mi è già capitato di accennare qualcosa al riguardo, non necessariamente in quest’ordine, e se non lo ricordo è perché ho scritto tanto e inizio a dimenticare ciò che mi riguarda…* Ora, un paio di cose che mi sono successe nel tempo mi hanno portato a questa riflessione, che è più una considerazione, in effetti, ma che ha molto a che vedere con ciò che molti di noi amano: la musica, quella suonata e quella ascoltata. Sono due osservazioni lontane nel tempo, legate a esperienze personali e quindi molto ‘sentite’ da chi scrive. Non sono solo pensieri, ma momenti di vita che cerco di condividere allargandone un po’ il senso. Ad altri sarà sicuramente successo qualcosa di simile.

Vado indietro negli anni, ad un viaggio che ho fatto all’inizio del nuovo millennio, una ventina di giorni negli Stati Uniti guidando una macchina a noleggio e ascoltando musica comprata sul luogo. Il lettore CD della vettura fu fondamentale, questa prima parte del racconto è legata all’ascolto, in particolare, di molta musica con cui sono cresciuto, quella prodotta nel Nuovo Continente nel ’900, dal blues al country passando per il soul, il jazz e il rock’n’roll.
Blind-Willie-JohnsonIn occasione di quel viaggio ascoltai moltissimo un doppio CD di Blind Willie Johnson comprato a New York – era un artista che già conoscevo, ma non così bene – e una raccolta di Dolly Parton, da molti considerata la più importante cantante del country moderno, forse a ragione. Avevo anche altri dischi, ma le radio tematiche – cosa sconosciuta nel nostro paese a quei tempi – furono una fonte pressoché inesauribile di idee: se vi piace il blues, cercate una stazione che trasmetta quel genere in particolare e potete ascoltarne fino a stare male. O bene, dipende. Oggi con Internet è possibile farlo da casa, ma allora fu una novità, almeno per me, e la sfruttai a dovere, ascoltando quindi molta musica con cui sono letteralmente cresciuto. Sottolineo questo fatto perché è un punto chiave del racconto.

Quella musica per me ha un suono, ma quel suono è legato a una terra, la mia, a una città che è Roma, al colore del cielo e del paesaggio, che è quello italiano.

Dolly-Parton
In America – spero non vi dispiaccia se la chiamo così per comodità – le cose sono diverse. Gli spazi sembrano infiniti, soprattutto se si viaggia, come feci io, sulla Highway 49 andando da Memphis a New Orleans, costeggiando per centinaia di chilometri il fiume Mississippi e campi di cotone marroni e bianchi. La strada in alcuni punti è talmente dritta che gira di pochi metri in decine di chilometri; non ci sono montagne e l’occhio si perde nel cielo che si congiunge alla terra, lontano da noi; quel cielo che sembra così più grande rispetto al nostro. Se leggete qualcosa di simile scritto da altri è veramente la sensazione che si prova.
Il paesaggio nel suo complesso è diverso dal nostro, i colori e le piante, le case e le stazioni di servizio.

Io non so cosa sia di preciso, ma ascoltare la musica che ho sempre ascoltato, questa volta nel luogo in cui è stata prodotta, me l’ha fatta scoprire, ascoltandola in modo diverso. Il fatto è che non l’ho scoperto lì, mentre la ascoltavo, perché tutto sembrava così giusto, al suo posto. Certo, alcune cose che conoscevo già suonavano differenti dal solito, ma non gli ho dato troppo peso perché l’emozione di guidare per la prima volta su quelle strade, che avevo sentito o visto descrivere nelle canzoni, nei film, sui libri con cui sono cresciuto, era grande e copriva un po’ della novità.
Certo è che un riff boogie alla John Lee Hooker ascoltato mentre arrivi a Clarksdale, nel Mississippi, non suona allo stesso modo! E ho capito perché in un’intervista a Ray Davies dei Kinks, quando gli chiesero se ascoltasse Bruce Springsteen, lui rispose: «Non ascolto musica in macchina». La sua risposta è piuttosto acida e non la uso per denigrare il Boss, tutt’altro. La uso solo per rafforzare il concetto e la scoperta che feci, perché guidare su quelle strade ascoltando musica fa un effetto diverso.

Tornato a Roma avevo ovviamente riportato con me quei dischi, e la cosa più naturale è stata quella di ricercare alcune di quelle bellissime emozioni attraverso l’ascolto della stessa musica che ascoltavo lì, guidando per ricreare un ambiente quanto più simile possibile a quello sperimentato.
Se me l’avessero detto non ci avrei creduto, avrei pensato a una smargiassata di quelle che ci capita di ascoltare, che so, quando andiamo al ristorante con qualcuno che dice: «Eh, ma l’altra volta si mangiava molto meglio, niente a che vedere con oggi». Avete presente, no? A chi non è successo.
Guardavo attonito il lettore CD della mia macchina, controllando se la copertina del disco fosse proprio quella, tirandolo fuori dallo stereo per controllare di non averlo scambiato per errore. Il CD era giusto, era il resto ad essere fuori posto.
Quella musica era stata scritta in un posto lontano da qui e, ascoltata al ritorno, senza quei colori, quegli spazi e quel cielo così grande, suonava diversa, molto diversa. L’emozione di guidare su quelle strade ha sicuramente giocato un ruolo importante, ma non si trattava solo di quello. Per fare un esempio che ho già utilizzato in passato e che penso calzante, credo che ascoltare musica napoletana girando per le strade di Napoli sia diverso dal farlo nel centro, che so, di Toronto. A Napoli non ci serve l’ascolto, perché la città è già tutta intorno a noi e ci parla attraverso i suoi palazzi, i suoni e gli odori. La musica non fa altro che arricchire delle sensazioni, che sono le stesse delle note prodotte, perché quelle note esistono anche e soprattutto grazie ai luoghi. Ho anche girato il Portogallo ascoltando il fado, bella storia.
Questo mi era successo, e non lo sapevo mentre ero in viaggio, l’ho capito qui. E mi ha fatto molto ragionare su quanto avessi potuto davvero comprendere della musica con cui per anni mi sono formato musicalmente, dandomi nuovi spunti che non avrei creduto di trovare. Se vi capitasse di girare per un paese che non avete visitato ma di cui conoscete la musica, provate anche voi. Che curiosità mi farebbe girare la Giamaica ascoltando Bob Marley!

Il secondo esempio è legato a un evento piuttosto triste, a cui però sono stato onorato di partecipare, soprattutto nella seguente veste: un caro amico mi ha chiesto di suonare qualcosa in occasione della funzione che si sarebbe tenuta in chiesa poco dopo la scomparsa del padre. Non suono l’organo e non ho quel tipo di repertorio; la lusinga iniziale – sono momenti così speciali e unici nel loro dolore, che partecipare portando qualcosa di proprio la sento come una responsabilità enorme – ha presto ceduto il passo a un timore neanche troppo nascosto: «Non ho niente di adatto, cosa posso portare? Farò una figuraccia e rovinerò un momento sacro che il mio amico ricorderà per sempre, e sarà solo colpa mia!» Sembravo una donna davanti allo specchio, indecisa su cosa mettere. Non voglio minimizzare le sensazioni di quei momenti, ma non so come spiegarlo meglio di così.
Fatto sta che arriva la mattina, prendo la chitarra e vado. Un gesto normale da una vita, ormai, ma quel lunedì è stato diverso. Come scrivevo all’inizio, questa esperienza mi vede nel ruolo di musicista e non di ascoltatore, ed è ancora più intensa della precedente. Ci salutiamo e ci consultiamo un momento prima di entrare, provo a ragionare sul da farsi: non ho un grande repertorio da solista, perlopiù suono musica originale, molta è composta e quindi suonata in accordature diverse dalla standard, non avrò certo il tempo di mettermi a fare troppe modifiche. Il prete mi farà un cenno quando sarà il momento, due, tre, quattro brevissimi interventi di forse trenta secondi, non credo molto di più. I minuti che mi separano dall’alzarmi in piedi di fianco all’altare e fare l’unica cosa che ho sempre fatto mi sembrano correre via, mentre frugo mentalmente fra la musica che posso eseguire. Non pezzi veloci, non accordature aperte, niente brani troppo rumorosi o allegri, la cerchia dei papabili si restringe pericolosamente. So bene che è un problema mio, i presenti hanno la loro attenzione per la persona cara appena scomparsa, il mondo non ricorderà nulla di questi momenti, ma io ci tengo che la cosa sia fatta bene, è una questione di rispetto per il ruolo assegnatomi.

Per fortuna la sera prima, in un raro momento di lucidità, avevo rispolverato un semplice arrangiamento che avevo fatto anni fa di una bellissima canzone di Leonard Cohen, resa poi ancora più celebre dal compianto Jeff Buckley: “Hallelujah”. Da ateo quale sono, il titolo mi sembra quasi un miraggio, una scialuppa di salvataggio, sembra perfetta. Me la sono suonata un po’ cercando di ricordare i passaggi chiave, un tema, un ritornello, non ci sarà tempo per altro.

Jeff-Buckley
Mentre aspetto, penso che in questi giorni sto suonando il nuovo disco per registrarlo: alcuni brani nuovi li ho perfettamente sotto le mani, due pezzi lenti in accordatura ‘quasi’ standard sembrano perfetti, lenti, melodici, non invasivi.
Il prete a un tratto mi fa un cenno con gli occhi, io tiro fuori la chitarra e mi accomodo dietro al piccolo microfono che utilizzano in queste occasioni, lo sistemo davanti alla chitarra e vado.
Il suono si spande per tutta la chiesa, è un luogo sempre molto silenzioso, riempito solo dalla voce del parroco o di un organo oggi assente: quello che sono abituato ad ascoltare è molto diverso da quello che provo, le note risuonano in altezza e in profondità, diventano parte dell’architettura stessa, già piena del dolore a me ancora sconosciuto della perdita di un genitore. Ho addosso un’attenzione che non vorrei, un ruolo che non mi compete ma che svolgo con cura per provare ad accompagnare il dolore del mio amico e della sua famiglia. La musica mette a posto tutto, il ghiaccio si rompe e appena il prete si avvicina al suo microfono sfumo velocemente e mi rimetto a sedere. Il cenno successivo mi riporta in piedi, suono un altro mio brano mai suonato prima davanti a qualcuno come il precedente, anche questo lento e melodico, cerco più che altro di non disturbare. Ho un leggero groppo in gola e mi chiedo come facciano i cantanti a cantare in queste occasioni, per me sarebbe troppo difficile.
Al terzo cenno capisco che ci sarà un po’ più di tempo, e suono “Hallelujah”. Questa canzone mi ha riportato alla mente le sensazioni descritte a proposito del viaggio in America. La conosco da molto ma ha un suono nuovo, diverso, le note così solenni del tema mi fanno capire perché, se ce ne fosse bisogno, sia una canzone così universalmente apprezzata: il luogo e l’ampiezza totale, la lunghezza delle note, mi permettono di suonare in modo diverso dal solito; non c’è bisogno di dire molto, basta sussurrare e ogni cosa va al suo posto. Finalmente sento che sono sulla strada giusta per rispettare e accompagnare, è un ruolo nuovo e spero di comprendere come interpretarlo prima che sia tardi.

Non sono l’unico a fare musica, un’amica di famiglia, cantante di professione, canta “Che sarà”, canzone che fa parte della vita dei presenti e non, e anche questa musica suona così diversa dal solito.
Mi siedo e aspetto, mi viene chiesto di accompagnare l’uscita finale con la musica. E “La vie en rose”, che eseguo da molti anni in concerto, mi sembra una scelta quantomeno logica pescando fra ciò che so e posso suonare. L’abbraccio del mio amico e il suo grazie. per aver riempito dei momenti altrimenti agghiaccianti per solitudine e freddezza, dovuta soprattutto all’eventuale silenzio, mi fa capire che non ho fatto danni.

Ancora una volta capisco come una musica suoni ‘profondamente’ diversa a seconda del luogo in cui ci si trova. Questa esperienza, cui alla fine sono grato, ha aggiunto un tassello alla mia comprensione del lavoro che faccio, che non è solo un lavoro ma una ragione di vita, anche se, in questo caso, di vita che ci lascia.

Daniele Bazzani

* cfr. “La musica con cui cresciamo”, in Chitarra Acustica, aprile 2015 (n.d.r.)

 

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