Lascia che io sia… Daniele Ronda

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(di Mario Giovannini) – Una carriera ricca di soddisfazioni e grandi successi, alternata a cambi di direzione e ripartenze, anche coraggiose, quella di Daniele Ronda. Dai successi come autore con Nek – “Almeno stavolta”, “Lascia che io sia” vittoriosa al Festivalbar nel 2005 e altre – e con Mietta in finale a Sanremo nel 2008 con “Baciami adesso”, fino al ritorno alle origini del folk rock e alla dimensione dei club e dei teatri, che si sintetizza perfettamente nell’ultimo disco con un titolo che è una chiara dichiarazione di intenti: Da qui si riparte. Personaggio simpatico e coinvolgente, non si è tirato indietro all’idea di fare due chiacchiere sul suo ultimo disco, ma non solo.

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Hai studiato pianoforte in conservatorio, ma ti si vede sempre con la chitarra in mano. Che rapporto hai con la chitarra?
Ad essere sincero, faccio anche un po’ di fatica a definirmi un chitarrista. Ho un approccio tutto mio allo strumento, che forse da un punto di vista formale si potrebbe anche considerare sbagliato. Infatti ho cercato spesso di farmi accompagnare sul palco da un chitarrista ‘vero’, che tra l’altro mi avrebbe anche svincolato dal ruolo di strumentista. Nella mia classica formazione a quattro, con fisa, basso, batteria e chitarra, avere la possibilità di non dover suonare io la chitarra mi avrebbe dato molta più libertà sul palco. E di chitarristi ne ho ‘provati’ molti, anche davvero bravi. Però alla fine non si ‘incastravano’, forse proprio perché la mia idea di come deve suonare la chitarra non è quella classica e tradizionale.

Beh, questo è un problema tipico dei cantautori, che hanno un modo di suonare molto legato all’espressività vocale…
Esattamente! Proprio così. Alla fine anche non essere precisi e pulitissimi dal punto di vista tecnico aggiunge qualcosa alla musica, e quindi si cerca il giusto compromesso; con la band che magari si ‘adatta’ ad alcume mie imperfezioni, in modo che alla fine il tutto funzioni. E poi la chitarra acustica è davvero un mondo a parte, uno strumento a sé. Il modo con cui ti approcci a lei cambia completamente, ogni tocco – non solo sulle corde – ha una resa differente. Mi viene in mente proprio l’esempio di Massimo Varini, che a un certo punto della sua vita ha sentito la necessità di dedicarsi all’acustica a tempo pieno, per poterla sfruttare appieno. Il mio è uno stile istintivo, non chiedetemi assoli o virtuosismi. Però dal punto di vista ritmico posso dare il giusto tiro alla canzone, con l’intenzione corretta. Confesso che, in questi anni, ho spesso usato degli ‘stratagemmi’ per far suonare le cose come volevo io. Se avevo difficoltà a eseguire qualche passaggio, magari modificavo l’accordatura della chitarra in modo che suonasse come ce l’avevo in testa. Se cercavo un accordo aperto, per ottenerlo modificavo magari solo la terza corda per farlo suonare come intendevo. Poi usavo cinque-sei chitarre per avere tutte queste sonorità a disposizione durante i concerti.

Ci sono precedenti illustri in questo campo, dalla Joplin in poi…
Però loro magari lo facevano con un’altra competenza. Nel mio caso era solo la necessità di aguzzare l’ingegno.

Già dal titolo del tuo ultimo disco, Da qui si riparte, si intuisce una precisa volontà. Tra l’altro, se non sbaglio e malgrado una carriera di altissimo livello, è solo il tuo quarto… Ce ne puoi parlare?
Il titolo è veramente simbolico, in effetti. Durante la mia ‘carriera’ – anche se questo è un termine che faccio un po’ fatica a usare, mi sempra pretenzioso, in fondo ho passato da poco i trent’anni… – ho avuto diverse ripartenze. E sono momenti importanti, quanto necessari. A diciannove anni ho avuto la fortuna di scrivere delle cose per Nek, una collaborazione che poi è andata avanti parecchio. Ho scritto per Mietta, che ha portato un mio brano a Sanremo. Poi c’è stata la ‘fase’ dance, e ho lavorato moltissimo per il mercato sudamericano. Per poi tornare a scrivere in dialetto e fare cose completamente diverse. L’anno prima con Nek eravamo primi in classifica, abbiamo vinto il Festivalbar con “Lascia che io sia”, e mi sono trovato a ripartire completamente da capo, in un locale di Piacenza, il Folklub, con una band e un progetto assolutamente diverso. Certo non sono mai ripartenze da zero, tutto quello che è stato diventa parte integrante di quello che viene dopo…

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Da quello che ho sentito, mi sembra un lavoro un po’ più pop e meno folk rispetto ai tuoi inizi…
Sì, è una cosa che mi dicono spesso. Però, se è vero che l’approccio ai brani è meno folk, e se proprio vogliamo appiccicarci l’etichetta – visto che oggi sembra assolutamente necessario – di ‘pop’, è altrettanto vero che non sarei mai arrivato a queste canzoni se non ci fosse stato tutto quello che ho vissuto prima. Dalla musica ‘popolare’ a quella dei territori, tutto è confluito nella produzione attuale; determinando la scelta di certi intervalli, l’uso della fisa o della chitarra con le corde in nylon, per ottere ‘quella’ determinata sonorità. Dal punto di vista filologico non sono brani folk nel senso stretto, anche perché questa era una dimensione che cominciava a starmi un po’ stretta. Se in fase di scrittura sono vincolato all’uso di certi strumenti, di determinati suoni e giri di accordi, allora la cosa diventa un limite e perde un po’ di significato. Considero la musica il mio momento di libertà, il momento in cui mi sento libero, altrimenti tutto questo non avrebbe significato.

Quindi non è stata la ‘mano’ di Massimo Varini in veste di produttore a determinare questa svola?
Tutt’altro. Questo disco è nato così. Anzi, pur conoscendo Massimo da più di quindici anni, la cosa che più mi ha stupito del suo lavoro è il modo in cui si è approcciato al disco. È riuscito a metterci del ‘Varini’ senza toccare assolutamente quello che c’era di ‘Ronda’. Per lui sarebbe stato molto più semplice chiedermi le singole tracce solo vocali su cui cucire l’intera produzione. I mezzi tecnici certo non gli mancano. Probabilmente si sarebbe tolto anche un bel po’ di grattacapi. Invece ha voluto prendere quello che c’era e lavorarci. In modo che potessi riconoscermi nel lavoro. È riuscito a mettere a fuoco perfettamente quelle che erano le mie idee, senza stravolgerle.

Una rifinitura, una messa a fuoco che non ha sottratto nulla all’idea originale…
Esatto. Ma non in termini di abbondanza o ridondanza di arrangiamenti, perché spesso è andato a ‘sottrarre’, ad asciugare i brani per dare la giusta evidenza alle cose importanti. Ho apprezzato moltissimo che abbia voluto rispettare un’idea che già c’era e che, come dicevo prima, arriva da un percorso.

Dal vivo il disco lo riproponi come in studio o ci sono variazioni?
Beh, tutto parte da una formazione piuttosto ridotta, come dicevamo prima; con la necessità comunque di avere un altro chitarrista sul palco… Di tutta la questione abbiamo parlato a lungo con Massimo, ma ci siamo resi conto che pretendere di rifare il disco identico dal vivo sarebbe stato un errore. La band ha alle spalle quasi cinquecento concerti, un discreto rodaggio. Ma se ci fossimo imposti di replicare il ‘master’ del disco, ci saremmo privati di una componente di freschezza che è importante per quello che è il nostro modo di fare musica. Magari viene fuori qualche imperfezione, ma sicuramente rimane l’intensità che solo il palco può dare.

ronda-3Certo che per “Apri le gambe, amore mio” ti hanno un po’ crocifisso su facebook…
Ad essere proprio sinceri, un po’ ce lo aspettavamo. Anche perché ormai il mondo dei social un po’ lo conosciamo. La prima volta che l’ho suonata dal vivo, durante la data ‘zero’ del tour al Teatro Municipale di Piacenza, non ne esisteva ancora una versione ufficiale. Così hanno cominciato a circolarne solo delle ‘copie pirata’ – con nostro grande piacere, ovviamente – riprese durante il concerto; alcune, peraltro, fatte molto bene. E stramente è stato tutto un coro di consensi, di apprezzamenti per il brano. Ci siamo anche un po’ stupiti. Soprattutto da parte delle donne, tutte con la maglietta «fammi fare un giro in giostra»… Mi stavo anche un po’ chiedendo dove fossero finite le ultime femministe, quelle dure e pure…

Erano tutte a casa dietro il monitor del PC?
Ma no, in realtà se hai tempo da perdere – e ce ne vuole parecchio – e vai a vedere chi sono quelli che si sono scagliati lancia in resta contro la canzone, quelli che hanno fatto partire la polemica, scopri che la percentuale di donne è prossima allo zero. Se poi fai l’errore di andare a vedere i profili di queste persone, beh, ci sarebbe da farsi tutta una serie di domande in merito… Molti sentono il ‘dovere morale’ di esprimere la propria opinione immediatamente, magari senza aver neanche ascoltato il brano. Potenza della rete! Una cosa che mi ha fatto molto piacere, invece, sono stati quelli che hanno avuto il coraggio di cambiare opinione. Magari si sono inalberati davanti al titolo del pezzo e poi, quando finalmente hanno trovato i (ben) tre minuti e mezzo necessari per ascoltarlo tutto, si sono resi conto che così male non era e l’hanno ammesso.

Quindi, che rapporto hai con la rete e con i social media?
Inizialmente la rete è stata una cosa meravigliosa. Essendo io di base un po’ pigro, avere a disposizione
tutta questa immensa mole di informazioni è stato fantastico. Poi, quando ho ‘scoperto’ su Wikipedia di essere l’autore della sigla del TG2, il che non è assolutamente vero, ho capito che le cose è meglio verificarle con più attenzione… Insomma, se devo controllare se una una parola si scrive con l’accento o meno, va benissimo. Per le cose un po’ più serie meglio stare attenti. Con i social ho un rapporto un po’ più complicato: pur essendo presente su Facebook da sempre, sono sempre stato un po’ restio a rendere pubblico il mio privato. Ross [Rossella Zanasi, la manager di Daniele – ndr] mi sprona molto a essere più attivo in questo campo e ci sto provando. Lo scopo di tutto questo dovrebbe essere, alla fine, permettere di entrare un po’ di più in certi aspetti della tua vita privata a chi ti stima e apprezza il tuo lavoro. Questo lo accetto e mi piace. Ma il fatto di dover fotografare il piatto tutte le volte che vado al ristorante, invece, mi sembra eccessivo. Ci sono momenti della vita che vanno vissuti non attraverso il filtro del monitor del telefono, ma con il cellulare in tasca, magari spento, e condivisi con le persone che ti stanno vicino fisicamente.

Personalmente, ai concerti comincia a darmi un po’ sui nervi vedere tutti con il telefono in mano…
Infatti… OK, bello, facciamoci una foto, facciamo un video del pezzo che ci piace tanto, ma poi… viviamoci l’esperienza senza filtri, non con il telefono piantato davanti agli occhi. Dovrebbe essere una questione di giusta misura nelle cose.

ronda-6Che chitarre usi?
Al momento sto usando una bellissima Eko EGO Star, che ha un suono davvero pazzesco. Al riguardo, devo dire che io ho sempre fatto una netta distinzione tra le chitarre da studio di registrazione e quelle da usare in concerto. Ci sono acustiche meravigliose, cui basta un microfono davanti per evocare un’orchestra; ma poi, dal vivo, tutta questa loro complessità di tono diventa paradossalmente un problema e una limitazione. Per cui ho sempre avuto chitarre per registrare e chitarre da palco. La EGO invece è la prima che riesco a usare in entrambe le situazioni senza grossi problemi. Tra l’altro questi nuovi sistemi di amplificazione della Fishman con doppio rilevatore, con il microfono integrato insomma, sono davvero perfetti per il mio modo di suonare, piuttosto agrressivo e ‘fisico’. Rendono bene quella che è la mia intenzione musicale e sono molto immediati e semplici da usare.
Una cosa che ho imparato in questi anni, però, è di non commettere più l’errore di comprare una chitarra solo per l’estetica. Anni fa ero a Los Angeles e sono andato da Guitar Center: dovevo comprare una chitarra da Guitar Center! Sono entrato e ho adocchiato una Martin nera appesa alla parete. È arrivato il commesso e gli ho detto che volevo quella. Mi ha chiesto se la volevo provare, ma gli ho risposto di no, che la volevo e basta. E devo dire che lui è stato molto bravo: ha insistito molto perché la provassi e poi, dopo avermi sentito suonare, me ne ha consigliato un altro modello, sempre della Martin. Sono rimasto a bocca aperta… aveva ragione! Così ho preso quella che mi aveva indicato lui ed è lo strumento che mi ha accompagnato per tantissimi anni in tutti i miei lavori.

Mario Giovannini

 

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