Madame Guitar 2016 – I concerti serali dell’undicesima edizione

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(di Andrea Carpi / foto di Riccardo Bostiancich e Gherardo Barghini) – Si è svolta da venerdì 23 a domenica 25 settembre l’undicesima edizione di Madame Guitar, come di consueto con i suoi concerti serali al teatro Garzoni e i concerti in piazza nel centro di Tricesimo durante le giornate di sabato e domenica, insieme alle mostre di liuteria, dischi e oggettistica da collezione. In quest’anno di passaggio, in cui il Meeting di Sarzana si è trasferito all’Acoustic Guitar Village a Cremona, concentrandosi soprattutto sulla parte espositiva, un festival come Madame Guitar – come già Ferentino Acustica – si è fatto valere principalmente per il suo importante programma di concerti serali, che vogliamo raccontare in questo articolo e che hanno visto nomi di richiamo, come David Knopfler e Bobby Solo, graditi ritorni come quelli di Nibs Van Der Spuy ed Enrico Negro, una definitiva consacrazione come quella di Maneli Jamal, e numerose altre presenze di sicuro valore.

La prima serata parte subito con una scaletta nutrita e di livello. Aprono i Vujicsics, un gruppo storico del folk revival ungherese, formatosi fin dal 1974 e composto da esperti insegnanti di musica, con un organico solitamente di sette elementi, per l’occasione ridotto a sei.

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Vuicjcsics

La loro musica è impegnata a ripercorrere l’eredità delle comunità serbe della regione di Budapest e dei croati della valle del Danubio e del sud dell’Ungheria. Un articolato accompagnamento ritmico-melodico è assicurato dall’intreccio di diversi strumenti a corda denominati tambur o tambura, per lo più a forma di chitarre parlor con la paletta in stile Stauffer, mentre la tambura samica è un piccolo liuto a manico lungo.
Questi strumenti hanno quattro cori, di cui uno doppio, sono accordati per quinte, ma anche in accordatura aperta I-V o I-III-V, e sono variamente disposti in sezione a diverse altezze. Su una base di contrabbasso e percussione, si innestano poi gli strumenti più spiccatamente solisti come il clarinetto o il sax, la fisarmonica, il violino e un interessantissimo ‘violino a tromba’ di derivazione dallo Stroh violin, inventato in Inghilterra a fine ’800, utilizzato nel primo jazz senza uno sviluppo significativo e infine adottato dagli zingari del confine romeno-ungherese. Il tutto per una trascinante musica ricca di energia, inventiva ritmica e virtuosismo.

È stata poi la volta della cantautrice australiana Minnie Marks, che è stata segnalata al patron Marco miconi dalle Hussy Hicks, impossibilitate a tornare quest’anno a Tricesimo. E la loro indicazione non poteva che essere una garanzia. Come Julz Parker, anche Minnie Marks è un’ottima chitarrista, con uno stile meno ‘ruvido’, per certi versi più ‘pulito’ e ‘nitido’, ma comunque sempre decisamente groovy e puntellato di riff efficaci e di interventi solisti. Si è presentata quasi subito con una bella cover di “Little Wing” di Hendrix, tanto per sottolineare il suo universo di riferimento, che si concretizza anche nelle proprie composizioni in un robusto rock blues acustico, sostenuto da una voce grintosa e bluesy al punto giusto. Molto brava.

Bobby Solo, che nel corso della sua lunga carriera di artista pop non ha mancato di realizzare album di speciale interesse e spessore, come Homemade Johnny Cash (2004) e The Songs of John Lee Hooker (2005), si è guadagnato persino l’invito ad un festival di nicchia come Madame Guitar in seguito al suo disco di quest’anno Blues for Two, inciso in presa diretta, voce e due chitarre acustiche, insieme alla bravissima e giovanissima chitarrista Silvia Zaniboni. Dall’alto della sua più che cinquantennale esperienza di vita dello spettacolo, però, forse preoccupato di un brusco debutto dal vivo in una dimensione troppo ‘per pochi’, e comunque attento a non deludere la parte di pubblico non di settore che sarebbe intervenuto al richiamo del suo nome, Bobby si è presentato in una veste appena più ‘leggera’, in trio con Silvia Zaniboni alla Godin Multiac Steel, collegata a una pedaliera effetti, e Filippo Dallamagna alla batteria. E accanto a una manciata di classici del blues, ha spaziato dal country di Willie Nelson agli standard del jazz, dalla canzone napoletana di Peppino Di Capri al jazz degli anni ’60 e a un evergreen come “Can’t Help Falling in Love”, adattamento della settecentesca “Plaisir d’amour”, per concludere con una versione più ‘matura’ del suo primo successo “Una lacrima sul viso” e con il rock’n’roll di “Blue Suede Shoes”. Il tutto condito dalla sua disarmante simpatia, dalla sua voce sempre bellissima, e dalla bravura dei suoi strumentisti.

Mentre mi accingo a chiudere queste note, apprendo che il quartetto palermitano dei Tamuna ha vinto il Premio Fabrizio De André con la propria canzone “Accussì”. E nel 2014 al Premio Andrea Parodi, dedicato alla world music, si sono aggiudicati il premio della critica e quello per la ‘migliore interpretazione’. Sono stati scelti per chiudere questa prima serata in ragione dell’esplosività della loro musica, destinata a ravvivare i propri concerti in un clima di festa popolare. Sono Marco Raccuglia, frontman di grande personalità, con una chitarra ritmica inesorabile e una voce tagliente e potente, Charlie Di Vita alla chitarra solista, acustica ed effettata, Giovanni Parrinello ai tamburi a cornice e al cajon, Riccardo Romano al basso. Una musica ‘tarantolata’ di forte energia e ritmi sostenuti, quindi, in bilico fra tradizione rinnovata e rock acustico, con testi che affrontatono tematiche sociali mescolando siciliano, italiano e inglese.

Grande serata anche la seconda di sabato, aperta da Enrico Negro, attivo sia sul versante classico con il Trio Chitarristico Vivaldi, sia sul versante del folk revival italiano con la partecipazione a diversi gruppi. È già stato ospite di Madame Guitar nel 2007, per presentare il suo primo disco solista Rosso Rubino del 2005, ed è ancora qui quest’anno per presentare i diversi aspetti del suo secondo lavoro solista, il recente La memoria dell’acqua, passando da alcuni cavalli di battaglia del repertorio della Ciapa Rusa a un confronto tra danza popolare e rinascimentale, dall’arrangiamento di una composizione di Claudio Monteverdi a due composizioni originali e a una versione chitarristica di “Â cúmba” di Fabrizio De André e Ivano Fossati. Il tutto in un appassionato lavoro di amalgama e di costruzione di un linguaggio unitario e di una ‘voce italiana’ del chitarrismo acustico, sulla base di una grammatica contrappuntistica e di transizione dal modale al tonale. Una musica complessa, impeccabile.

Divenuto un beniamino del pubblico di Madame Guitar, torna per la terza volta a Tricesimo dopo il 2011 e il 2012 il cantautore-chitarrista sudafricano Nibs Van Der Spuy. Con la sua musicalità a cavallo tra il retroterra angloamericano e i cicli armonico-ritmici ripetitivi del fingerpicking zulu sulle oil drum guitars, con la sua voce delicata che richiama cantautori come il primo Cat Stevens, Nick Drake o Tim Buckley, con la sua acustica e il suo cuatro portoricano a cinque cori doppi, Nibs ha presentato alcuni pezzi del suo nuovo album Natalia e riproposto altri brani dei suoi dischi precedenti, contenuti nella compilation Crossing Borders, Driving North (2013).

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Maneli Jamal

Che Maneli Jamal fosse bravo lo sapevo, anche se non lo avevo ancora visto dal vivo, ma solamente in video. Chitarra Acustica gli ha dedicato una storia di copertina nel numero di settembre 2014. Ma visto qui a Madame Guitar, mi è parso veramente di un livello trascendentale. La sua scorrevolezza, la sua ricchezza melodica ai limiti della spontaneità improvvisativa, mi ha fatto pensare a chitarristi del calibro di un Vicente Amigo, per esempio. Forse in ragione di comuni ascendenze orientali, come il flamenco dei gitani e le musiche mediorientali, dal momento che Maneli – nato in Bielorussia, cresciuto in Germania, poi trasferitosi negli Stati Uniti e infine in Canada – è di madre e padre iraniani, musicisti. In questo concerto, ha suonato quasi tutte composizioni originali contenute nel suo nuovo disco di quest’anno, The Mardom Movement, compreso il brano “Southern Magnolia” ripreso da The Ziur Movement del 2009. Il segno, forse, di un’ulteriore crescita esponenziale vissuta da Maneli in questi ultimi anni.

La serata si conclude con un nome di spicco, David Knopfler, fratello minore di Mark Knopfler. David ha avuto un ruolo determinante nella fondazione dei Dire Straits, dopo aver fatto conoscere il bassista John Illsley a Mark, ed è stato parte integrante del gruppo come chitarra ritmica e voce nei due primi album Dire Straits (1978) e Communiqué (1979). Poi qualcosa non ha funzionato e David ha maturato un’insofferenza verso la vita stressante del mainstream discografico, uscendo dal gruppo durante le registrazioni del terzo disco Making Movies (1980) e preferendo rifugiarsi in una più tranquilla carriera solista di cantautore indipendente.

David Knopfler e Harry Bogdanovs
David Knopfler e Harry Bogdanovs

Del resto David ha coltivato da sempre l’amore per il songwriting: a undici anni già aveva una chitarra, piano e batteria, e a quattordici suonava e cantava le proprie canzoni nei folk club. Così, dopo la sua separazione dalla band, ha inciso fino a oggi dodici stimati album, oltre a un’antologia e un disco dal vivo. Qui a Tricesimo si è presentato in duo con Harry Bogdanovs, suo amico d’infanzia e collaboratore da sempre: David al canto e alla chitarra acustica ritmica, talvolta al piano, e Harry alla seconda chitarra acustica e talvolta al piano. Hanno suonato brani tratti dai due ultimi album in studio: Acoustic del 2011, un doppio CD contenente pezzi vecchi e nuovi, registrato appunto in duo acustico; e Grace, del 2015. Il clima sonoro da roots rock e il genere delle composizioni, in effetti, non mancano di richiamare la musica dei primi Dire Straits; la stessa voce di David non si discosta poi molto da quella del fratello Mark, mentre Bogdanovs, pur non essendo certo il chitarrista virtuoso e geniale che è Mark, è un abile e misurato ricamatore. Un repertorio piacevole, che il pubblico ha dimostrato di apprezzare.

La terza serata è iniziata con Karl K. Koch, un giovane chitarrista ventitreenne nato in Italia da una famiglia di origini polacche, poi ritornata in Polonia.

Karl K. Koch
Karl K. Koch

Il suo concerto si pone come un lungo racconto decorato con la musica: prima di ogni brano, Karl propone in un italiano forbito una presentazione ispirata dalla storia degli slavi nel XIX e XX secolo, toccando temi come la primavera dei popoli nel 1848, le vicende dei compositori russi costretti a vivere tra i tempi degli zar e dei bolscevichi, l’assedio di Leningrado e la battaglia di Stalingrado durante la seconda guerra mondiale, la storia dei movimenti indipendentisti che negli anni ’50 hanno cercato di contrastare il dominio sovietico nei paesi del Patto di Varsavia. Pur non avendo un’educazione musicale formale, il suo fingerstyle agilmente arpeggiato e di ispirazione pianistica si rifà alla musica dei grandi compositori classici, introducendo al tempo stesso elementi di musica colta contemporanea, di punk, di metal. Una musica strumentale complessa, a volte di difficile valutazione, forse ambiziosa, che sembra trovare ragione in una travagliata vita familiare segnata dagli opposti estremismi storici. Un discorso da seguire.

È stata poi la volta dei Blueways, un ‘supergruppo’ internazionale e ‘familiare’ composto da Jean-Marie Peschiutta, francese di origine italiana alla voce e chitarra, dalla moglie americana Natalie Shelar alla voce e al basso, dai nostri Massimo Gatti al mandolino con il figlio multistrumentista Icaro Gatti, per l’occasione al banjo. Dopo la profondità del precedente set, è stata una salutare immersione nella vivacità e nella leggerezza del repertorio country-bluegrass, con in particolare evidenza la conduzione ironica e disinvolta di Peschiutta, e la precisione di Icaro Gatti che – probabilmente grazie alla sua preparazione anche come contrabbassista – dava l’impressione di guidare il ritmo del gruppo con il suo solido stile banjoistico.

Abbiamo espresso più volte il nostro apprezzamento nei confronti della cantautrice e chitarrista Giua. Finora l’avevamo ascoltata dal vivo soltanto all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana nel 2010, in duo con Armando Corsi, che è stato peraltro suo maestro per quanto riguarda la chitarra, e con cui ha inciso nel 2012 l’album TrE (vedi Chitarra Acustica, febbraio 2012). Qui a Sarzana, invece, l’abbiamo ritrovata completamente sola a presentare il suo ultimo disco E improvvisamente (vedi Chitarra Acustica, marzo 2016). E se l’è cavata benissimo, confermando tutta la sua bravura sia come chitarrista, con accompagnamenti efficaci e nitidi alla chitarra classica come all’acustica, sia soprattutto come autrice sensibile e interprete vocale emozionante.

Ha concluso con onore la serata – e l’intero festival – un altro supergruppo, questa volta ‘interregionale’ e di riproposta e rinnovamento del folk italiano: il Tama Trio, che abbiamo già ammirato l’anno scorso al Meeting di Sarzana e che è composto da due veterani come il sardo Mauro Palmas, al liuto cantabile e alla mandola, e il campano Nando Citarella al canto e ai tamburelli, insieme al siciliano Pietro Cernuto alla zampogna a paro, al flauto di canna siciliano (il friscalettu) e all’armonica. Hanno riproposto il loro repertorio che passa da una lamentazione tradizionale siciliana al canto dei carrettieri e dei posteggiatori napoletani, dalle diverse forme del ballo popolare come la tammurriata, la pizzica pizzica e il ballo sardo, fino a una rielaborazione dialettale di “Treno a vela” di Lucio Dalla. Un finale in crescendo, trascinante, intenso e di grande professionalità, per l’undicesima edizione di Madame Guitar.

Andrea Carpi

 

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