Nick Drake – Un tributo all’artista che avremmo voluto inventare

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Si discute spesso del rapporto fra l’artista e il mondo che lo accoglie, quello commerciale, pronto a esaltarne le gesta o affondarne la figura, non appena se ne presenti l’occasione. Si discute di come l’artista dovrebbe rapportarsi al mercato e delle difficoltà che incontra nel farlo, se sia giusto ‘vendersi’ o vendere il proprio lavoro, se sia giusto pensare di farlo già in fase di preparazione del lavoro stesso, o fregarsene di tutto e tutti, cercando di non contaminare il frutto della propria immaginazione, di non scendere a compromessi. Si discute della figura stessa dell’artista, di quanto il suo privato debba essere pubblico, o viceversa.
Si discute di tante cose, ma non c’è una risposta, anche se, nell’immaginario di ognuno di noi, il personaggio principale ha fattezze che spesso coincidono. Mettendo insieme quanto scritto sopra, se dovessimo scegliere un protagonista, potremmo pensare di doverlo inventare, e invece no. Il protagonista c’è, o meglio, c’era. Il suo nome era Nick Drake.
Time-of-No-ReplyNicholas Rodney Drake, nato in Birmania da genitori inglesi, è quanto di più simile a ciò che dovremmo inventare, se ce ne fosse bisogno. Basti pensare che, nonostante sia vissuto in Inghilterra dal 1950 al 1974, registrando tre dischi fra il ’69 e l’anno della sua scomparsa, non esiste un singolo filmato che lo ritragga mentre suona. Sembra quasi impossibile, abbiamo immagini di Django Reinhardt, di Skip James, di molti altri scomparsi ben prima di lui, ma di Nick Drake non c’è nulla, il vuoto assoluto. Solo poche immagini, alcune delle quali lo ritraggono con una chitarra in mano, e i racconti di chi lo ha conosciuto. Questo contribuisce ad alimentare un mito che si è costruito da solo, nel tempo, grazie al valore dell’opera del songwriter inglese, un mito che ancora oggi ci dà una speranza.
La speranza è che non esista il mercato e le leggi che lo regolano, se l’arte è così intrisa di qualità non dobbiamo fare altro che aspettare, e prima o poi il giusto riconoscimento arriverà. Nel caso di Drake è arrivato solo molti anni più tardi, ma ha avuto, e sta ancora avendo, un effetto devastante.
Alcune delle cose che scriveremo le abbiamo apprese dal bellissimo libro di Joe Boyd, produttore dei primi due album di Drake, personaggio fondamentale della scena musicale inglese degli anni sessanta, nonostante sia americano. Il libro s’intitola Le biciclette bianche – La mia musica e gli anni sessanta (Odoya, 2010; ed. orig. White Bicycles – Making Music in the 1960s, Serpent’s Tail, 2006) e ne consigliamo vivamente la lettura, è uno spaccato straordinario di storia della musica: Boyd è stato al centro di avvenimenti fondamentali che riporta con cura e umorismo, facendosi leggere in fretta e senza annoiare. Bellissima la parte dedicata a Nick Drake, raccontata dal suo punto di vista, privilegiato, forse unico al mondo. È lui che gli chiese di portargli una demo, è lui che si innamorò all’istante della sua musica, mettendolo sotto contratto e producendo i primi due dischi. È lui che dovette tornare negli USA lasciando Nick senza una guida.
Cercheremo quindi di analizzare i tratti fondamentali dell’esistenza del musicista inglese, di cui si sa molto poco a causa della sua riservatezza e delle frequenti crisi depressive che lo portavano a isolarsi da tutto, prendendo in esame alcuni fatti e avvenimenti, oltre che la sua musica e come fu prodotta, senza scendere troppo in particolari.

La musica

Non si può che iniziare da questo elemento, anche perché è quello che lo ha portato fino a noi, nonostante i suoi dischi abbiano venduto poco, non ci sia praticamente memoria di suoi concerti e il mondo che lo circondava andava a tempo di rock duro e psichedelico, mettendo lui e la sua delicatezza in secondo piano. Ascoltare Nick Drake è come essere chiusi in una stanza minuscola. Ma è trasparente, e vola sul mondo.
La bellezza delle sue composizioni è difficilmente eguagliabile, l’intensità con cui ogni singola nota era suonata andava di pari passo con la potenza sprigionata dalla sua voce: nonostante le parole fossero spesso appena sussurrate, ciò che ascoltiamo, a molti anni di distanza, è di una forza inspiegabile, la sua voce calda scandiva le sillabe con quell’accento perfetto di chi ha studiato in ottime scuole, non nel proprio paese.
La musica, dicevamo.
Le sue canzoni possono essere descritte con un solo aggettivo: bellissime. Difficilmente un cantautore ha fatto meglio, siamo a livelli di composizione straordinari, musica intensa, mai banale, suonata in modo stupefacente, soprattutto se pensiamo a quanto tempo fa è stata prodotta.
È difficile capire da dove possa essere uscita quella fertile e innovativa vena compositiva, nelle sue composizioni troviamo tracce di molte cose, ma il modo in cui le ha miscelate è assolutamente unico: è presente il folk inglese così come ci sono segni di blues e musica classica, e alla fine il risultato è in ogni caso originale. Spesso le strofe sono costruite in modo inusuale, hanno strutture su tempi dispari con il cantato che inizia in punti inaspettati, le sue non sono certo ‘canzoncine’.
I testi sono a volte brevi immagini legate di sicuro alla sua formazione culturale, spesso si parla di aria, fuoco, terra, sole, luna; quello che appare evidente è l’estrema lucidità di un ragazzo che capiva bene ciò che doveva affrontare, ma non sapeva come.

When I was young, younger than before,
I never saw the truth hanging from the door
And now I’m older, see it face to face,
And now I’m older, gotta get up clean the place.
(“Place to Be”)

Please beware of them that stare
They’ll only smile to see you while
Your time away
And once you’ve seen what they have been
To win the earth just won’t seem worth
Your night or your day
Who’ll hear what I say?
(“Things Behind the Sun”)

Five-Leaves-LeftDifficile immaginare un disco di esordio più intenso, maturo e significativo di Five Leaves Left. Già dal titolo si poteva intuire la brillante intelligenza di Nick: la scritta è quella che si trovava all’interno dei pacchetti di cartine per sigarette; quando ne restavano solo cinque si trovava la dicitura che avvertiva il possessore del pacchetto: «ultime cinque foglie», five leaves left.
E difficile è immaginare un inizio migliore di “Time Has Told Me”, seguita da una serie di capolavori che non stancano mai, neanche dopo decine di ascolti: “River Man”, “Three Hours”, “Way to Blue”, “Day Is Done”. Ha senso nominarle tutte? Perché questo si dovrebbe fare, il disco è meraviglioso e il tempo conferma la nostra sensazione, con il passare degli anni dimostra di sganciarsi dal momento storico in cui è stato prodotto, per assestarsi nell’immortalità. Citiamo però l’ultima canzone, “Saturday Sun”, forse il più evidente accenno di positività nella sua intera produzione, un brano dolce e jazzato che fa capire quanto le cose sarebbero potute essere diverse, se solo ce ne fosse stata l’occasione.
Il disco successivo subisce una leggera flessione compositiva, nonostante la genialità del titolo: le previsioni del tempo; quando la situazione andava migliorando, annunciavano schiarite, «più luminoso, più tardi», brighter, later. Modificato nella scrittura, non nel senso. Bryter Layter.
A dimostrazione di come il suo mondo fosse piccolissimo – molti furono gli anni passati nella solitudine della sua stanza, nella casa dei genitori, dove poi morì – i suoi riferimenti diventavano le piccole cose di tutti i giorni, come succede alla protagonista di Natura morta con picchio dello scrittore americano Tom Robbins, chiusa in una stanza con un pacchetto di sigarette Camel che prende vita.
Il capitolo finale, quello che fu inaspettatamente consegnato già finito alla casa discografica, fu registrato da Drake in completa solitudine: lui stesso contattò il tecnico del suono, John Wood, che aveva lavorato ai due dischi precedenti, chiedendogli di aiutarlo a realizzare il progetto: voleva essere se stesso il più possibile, non contento di come suonava il secondo album, e in un paio di sedute notturne di registrazione ci riuscì. Pink Moon è un lavoro oggi leggendario, introverso, scuro, ma al tempo stesso pieno di musica. Si capisce che Nick non stava bene, ma non ce lo fa pesare. Dalla title track a “Things Behind the Sun”, passando per “Place to Be” e “Road”, l’artista ci tiene per mano e ci accompagna in un viaggio che, purtroppo, sarà l’ultimo.
La nostra fortuna, l’unica, è che quel viaggio lo possiamo ripetere all’infinito.

Il chitarrista

Nick Drake era un grande chitarrista.
Partiamo da questo, fugando il campo da ogni possibile dubbio. Ai suoi tempi, alla fine degli anni sessanta, molti straordinari interpreti della sei corde c’erano già e c’erano stati, le accordature aperte erano state utilizzate da altri prima di lui, e le canzoni accompagnate con lo strumento erano qualcosa che esisteva fin dall’inizio del secolo: sarebbe sciocco affermare il contrario.
Ma il livello complessivo a cui lui ha innalzato quest’arte è forse insuperato ancora oggi.
Pink-MoonHa utilizzato un numero incredibile di accordature aperte ma soprattutto alternative, ogni sua parte suonata era perfetta per il brano, mai una nota di troppo. Faceva sembrare tutto facile, ma provare a suonare i suoi pezzi fa immediatamente capire che lavoro enorme di preparazione ci fosse dietro, anche perché cantava allo stesso tempo. Suonava fingerstyle utilizzando le dita della mano destra, anche se in qualche occasione sembra di sentire un plettro, pensiamo a “Pink Moon” o “Place to Be”. A volte utilizzava il basso alternato, molto spesso il suo modo di accompagnare lo portava a costruire complessi pattern ritmico-armonici che supportavano l’intera canzone. I due esempi in fingerstyle trascritti sono piuttosto complicati da suonare, molte cose sono appena accennate e non le troverete sulla maggior parte delle trascrizioni fatte da altri fino ad oggi, ma a nostro modo di vedere sono presenti.
Chi lo ha visto registrare giura che non sbagliasse una nota, la prima esecuzione era spesso perfetta, nonostante le molte difficoltà tecniche; questo per quanto riguarda i primi tre album. Boyd racconta però che, mentre registrava nuove tracce che sarebbero dovute diventare il quarto LP, quando la depressione era parte integrante della sua vita, Nick dovette ripetere molte volte le parti suonate, arrivando addirittura a incidere le basi di alcuni brani, per poi cantarci sopra, cosa normale per chiunque, ma inusuale per lui. Il suo suono – come conferma Joe Boyd nella breve serie di risposte che ci ha gentilmente fornito – era incisivo, deciso e delicato al tempo stesso, le intricate linee di accompagnamento o soliste erano prive di sbavature. Quelli che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo di persona assicurano che suonasse meglio di quasi tutti al suo tempo, non abbiamo difficoltà a crederlo. La maniacalità del suo personaggio si manifestava anche così: vivendo per lunghi periodi isolato dal mondo aveva almeno questo vantaggio, una grande cura delle esecuzioni e di ogni singolo dettaglio.
Inutile citare questo o quel brano: ascoltate la sua musica, ci vorranno poco più di un paio d’ore, e decidete quale sia la parte chitarristica che vi intriga di più.

Gli arrangiamenti

A nostro modo di vedere intorno a questo elemento gira molto del suo personaggio, della sua storia. È cosa nota che Joe Boyd, per realizzare il disco, volesse il meglio: suoni di qualità, voce in primo piano e priva di fronzoli come quella che John Simon aveva prodotto per il primo album di Leonard Cohen poco tempo prima. Anche per questo motivo fu scelto Richard Hewson, un arrangiatore professionista che però si rivelò poco adatto. Alla fine della giornata di lavoro Nick era più depresso che mai, nulla funzionava e gli archi disturbavano, più che arricchire la musica. Fu allora che, timidamente come al solito, propose di contattare un suo amico dai tempi del college, tale Robert Kirby, che aveva già arrangiato alcuni brani in passato (“Way to Blue”, “The Thoughts of Mary Jane”, “Day Is Done” e “Time of No Reply”) e con il quale Nick pensava che sarebbe andata meglio. Boyd era assolutamente scettico ma da grande produttore qual è fece il tentativo, e la storia gli ha dato ragione. Le parti scritte da Kirby erano perfette: affascinanti, mai banali, difficilmente un arrangiatore e un musicista sono stati più in sintonia di così, le canzoni avevano finalmente una vita propria e una completezza inaspettata. La sola “River Man” fu affidata a Harry Robinson, visto che in quel caso Kirby non si sentì in grado di portare a termine il compito. Tutto ciò a dimostrazione di come non necessariamente per vincere un campionato servano undici fenomeni, se il gioco di squadra funziona l’interazione fra i singoli membri ha il sopravvento sul resto.
Bryter-LayterA questo va aggiunto che gli altri session man contattati da Boyd erano sempre musicisti sensibili e di grande valore, lavoravano per la causa senza manie di protagonismo, e tutto funzionò sempre al meglio, anche se Bryter Layter non convinse mai Nick, che da quell’esperienza trasse la convinzione di voler produrre Pink Moon in completa solitudine.
A questo bisogna aggiungere una considerazione, chissà se ha un fondamento nella realtà: Drake aveva difficoltà a comunicare, ma in testa alcune cose gli erano chiare. Uno dei brani preferiti di Joe Boyd era “Things Behind the Sun”: avrebbe voluto includerla in Bryter Layter, visto che era stata composta diverso tempo prima che uscisse Pink Moon, ma Nick si rifiutò. Come se avesse già in mente di fare, anni dopo, un disco senza altri musicisti, e volesse registrarla solo con la chitarra. Non sapremo mai se ciò corrisponda a realtà, di sicuro è un fatto; e se confermato direbbe qualcosa in più sulla sua figura così introversa.
Il mondo di Nick Drake era fatto di piccole cose, come un vecchio amico di scuola che arrivava a salvare la situazione portando il suo contributo: sono anche questi fatti apparentemente insignificanti a rendere tutto così speciale.
Resta la meraviglia di capolavori come “Way to Blue” o “Day Is Done”, sulle quali non abbiamo parole da spendere, solo ammirazione.

I concerti

Un altro punto saliente per analizzare il personaggio è come ha vissuto ciò che lo circondava. Chiunque si sia esibito da solo o in una formazione poco ‘rumorosa’, sa bene quanto un pubblico poco attento possa intimidire: Nick Drake si fece spesso sopraffare da chi aveva davanti, perdeva molto tempo ad accordarsi fra un pezzo e l’altro, non parlava, la sua musica era intima e delicata, non adatta a un pub dove la gente non conosceva le canzoni e magari voleva divertirsi e cantare a squarciagola ritornelli orecchiabili. Alcuni concerti in sale più grandi andarono abbastanza bene, Nick era sempre professionale e suonava splendidamente, ma le esperienze più negative non fecero altro che cadere sulla sua testa come una tegola pronta ad uccidere, il suo malumore e l’insicurezza crebbero in maniera esponenziale senza che qualcuno riuscisse ad arrestarli, sancendo definitivamente l’abbandono del palco per il musicista inglese. Letterale, perché una volta se ne andò a metà di una canzone, non avendo più la forza di proseguire. Un tesoro lasciato andare così, senza poterci fare nulla. Oggi pagheremmo oro per assistere ad un suo concerto e sentirlo cantare quei capolavori senza tempo, invece dobbiamo contare solo sulla nostra immaginazione, visto che neanche qualche spezzone di filmato ci può aiutare. Viene da pensare che con la tecnologia odierna le cose sarebbero state più facili, il momento storico fu tutto tranne che favorevole, ma la nostra è una speranza, forse neanche troppo fondata.

Il resto è storia

Come si suol dire. Scrivendo di personaggi così importanti ci si rende conto che… si potrebbe anche non scriverne, e forse non dovremmo. Sono talmente grandi che la loro musica parla da sola, dice tutto e molto più di ciò che ci aspetteremmo di sentire. Le storie personali passano in secondo piano, che il musicista fosse simpatico o meno ci interessa poco, la sua compagnia è sempre gradita.
Nick Drake è l’esempio forse perfetto di come la dedizione al proprio lavoro è l’unica cosa che davvero conti. Non ci sono major o pubblicità che tengano, non c’è il pubblico impreparato o i giornalisti che non capiscono subito di cosa stanno scrivendo. C’è solo arte, allo stato puro.
Ecco, se dovessimo dare una definizione di arte, potremmo pensare a questo, alla musica di Nick Drake.

 

Joe Boyd su Nick Drake

Grazie Joe per la tua disponibilità a rispondere alle nostre domande. Ho letto il tuo splendido libro e volevo farti qualche domanda, anche se nel libro c’è già quasi tutto. Prima di tutto, per noi che non avremo modo di ascoltarlo, se non dai dischi, com’era trovarsi di fronte a lui mentre suonava, cosa ricordi?
Volume! Era il chitarrista con il maggior volume che abbia mai sentito, senza strumming, solo pizzicando le corde con le dita, sempre molto pulito e accurato nell’esecuzione.

Ricordi qualcosa del posizionamento dei microfoni e della disposizione dei musicisti in studio?
John Wood si occupava della parte tecnica, io ricordo qualche volta Nick seduto di fronte agli archi.

Si legge che Nick suonasse mentre cantava, a volte anche con gli archi che lo accompagnavano: puoi provare a farci immaginare quei momenti in studio?
Non vedevo molto, la regia agli studi Sound Techniques era sopra la sala in cui si registrava ed era difficile vedere qualcosa. Inoltre da noi chiudevo gli ascolti di ciò che suonava Nick perché era sempre perfetto, mentre tenevo aperti quelli degli altri musicisti: era più probabile che sbagliassero loro e avevo bisogno di sentirlo.

Quindi ci confermi già la risposta alla prossima domanda: è vero che Nick spesso suonava così bene che era buona la prima?
Era praticamente perfetto in quasi ogni occasione.

Lo ricordi lavorare sullo strumento, magari cambiare le corde prima di registrare, per avere un suono migliore?
No, mai visto.

Parlava poco, era timido e spesso se ne stava in disparte, questo si sa; che tipo di rapporto avevate in studio, aveva idee su arrangiamenti o altro e le esprimeva con voi?
Commentava e dava suggerimenti, ma non ricordo nessuna discussione in particolare.

Grazie per queste brevi note, date da te hanno un valore unico!
Mi dispiace non poter dire di più, è già tutto nel libro…

Daniele Bazzani

Glossario delle accordature di Nick Drake
A cura di Chris Healey

Standard: “Time Has Told Me”, “River Man”, “Day Is Done”, “Poor Boy”, “Things Behind the Sun”, “Joey”, “Mayfair”, “Strange Meeting II”
BEBEBE: “Man in a Shed”, “At the Chime of a City Clock”, “Fly”, “Northern Sky”, “Sunday”, “Harvest Breed”, “From the Morning”, “Time of No Reply”
CGCFCE: “Introduction”, “Hazey Jane I”, “Hazey Jane II”, “Pink Moon”, “Which Will”, “Parasite”, “Hanging on a Star”
BBDGBE: “Three Hours”, “Fruit Tree”
EADF#BE: “Cello Song”, “Thoughts of Mary Jane”
EADEBE: “Road”, “Voice from the Mountain”
GGDGBD: “Rider on the Wheel”, “Black Eyed Dog”, “Tow the Line”
DADGBD: “Bryter Layter”
DADF#AD: “One of These Things First”
EADGAE: “Clothes of Sand”
AADEBE: “Free Ride”
CGCFGE: “Place to Be”

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 02/2012, pp.18.21

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