martedì, 27 Settembre , 2022

Noi volevamo sognare più forte – Intervista a Edoardo De Angelis

Noi volevamo sognare più forte – Intervista a Edoardo De Angelis
di Reno Brandoni

Mi sono sempre chiesto perché le persone si identifichino in alcune canzoni, fino a credere che siano scritte per loro. A me succede spesso e la mia convinzione si accresce soprattutto se ne conosco l’autore.

«La musica è roba da sognatori» mi ripeteva mio padre, nel tentativo di decantare l’importanza degli studi universitari rispetto alla carriera musicale. Ma un sognatore rimane un sognatore e nessuno potrà svegliarlo dal suo prodigioso torpore. I sognatori li riconosci, perché hanno le ali ai piedi. Le usano per volare più in alto, per vedere da più distante, per avere una visione non solo del particolare, ma del totale. I sognatori sono dei visionari, ti guardano dentro e percepiscono le tue emozioni. Per questo le raccontano così bene, fino a farti credere che ti appartengano. Perché in parte è vero: narrano di te, perché tu sei sempre la storia o parte di essa.

Edoardo ha le ali ai piedi, e vola così in alto che spesso lo perdi di vista. Ma non è mai distante, almeno mai così distante da non percepirne la presenza. Lo vedi attento, pronto a cogliere ogni evento, disposto a raccontare il suo sguardo e l’emozione che lo attraversa. Le sue storie sono le tue storie, impregnate di fantasia e quotidianità. E i due elementi, per quanto discordanti, convivono e si fondono per regalarti parte del sogno.

Posso vantarmi di essere amico di Edoardo De Angelis, amico senza saperlo. Ci siamo visti più volte, esibendoci nello stesso festival, e ogni volta ognuno ha ascoltato l’altro con la massima attenzione. Questo è bastato per renderci amici. Un’amicizia platonica ed emotiva, che si è sviluppata sulle note piuttosto che sui gesti e le parole. Ora il suo ultimo disco mi vede partecipe di una delle sue storie, una delle più coinvolgenti, “Lettere dall’inferno”. La mia chitarra introduce e conclude il brano, regalandomi la gioia di un coinvolgimento inaspettato, segno che le percezioni emotive immaginate erano condivise.

Edoardo viene spesso a Bologna e non potevo perdere l’occasione di incontrarlo, per ringraziarlo e approfondire con lui la lettura di questo suo nuovo lavoro. Così, in una fredda mattina di fronte a una tisana ‘Sogni d’oro’, ha parlato dei suoi sogni. Io del mio mare.

Ciao Edoardo, ho finalmente il tuo nuovo disco tra le mani. So che non vedi l’ora di parlarne, così come io sono curioso di poter approfondire la storia e le tracce di questa nuova produzione. Mi è d’obbligo però fare un piccolo salto nel passato, per ripercorrere la tua carriera. Sopratutto il tuo primo incontro con la chitarra. Mi racconti come tutto ha avuto inizio, il tuo primo strumento, i tuoi ricordi, il primo accordo.

«Bene, intanto posso dirti che questa è la prima intervista rilasciata riguardo al nuovo album Io volevo sognare più forte. Per il passato e il futuro, sono a disposizione. La prima chitarra… era di un caro amico di gioventù, che la studiava con poca passione e l’abbandonava spesso a casa mia. Così, nei primi anni di liceo, cominciai a scaldarmi le mani su quella. Così mi appassionai, sempre da autodidatta, e acquistai – in un piccolo negozio di Roma che oggi non c’è più, in Via Vicenza – una classica Carmelo Catania, con la quale imparai i primi accordi successivi al giro di Do.»

Così sei diventato un chitarrista che scrive canzoni, inizi a esibirti al Folkstudio e arrivano i primi successi. La chitarra è sempre protagonista nella tua musica e ti accompagnerà in un lungo percorso.

«Ti ringrazio, troppo buono… Non sono mai stato e non sarò mai un chitarrista. A me la chitarra è stata molto utile per accompagnare le prime ingenue canzoni che cercavo di scrivere, oltre che per facilitare i primi approcci sentimentali… Però è vero che come immagine, gusto, passione, la chitarra non mi ha mai abbandonato. E ha sempre, o quasi, avuto un ruolo di primissimo piano negli album pubblicati, dai primi anni ’70 fino a oggi, e chissà…»

Gestisci da solo il tuo strumento, ti prendi cura delle corde? Come vive un cantautore la sua chitarra? Come semplice strumento o come compagna ispiratrice?

«La ‘mia’ chitarra è uno strumento prezioso: una Raspagni dell’aprile del ’76 in massello. Non è mai stata un semplice strumento, tant’è vero che tutti i veri chitarristi che hanno suonato nei miei album sono tutti arrivati con costosissime Martin, ma poi hanno sempre preferito suonare con la mia. Un amore ormai indissolubile, una compagna di viaggio, di gioco, una vera amica. Posso giurare che lei non mi ha mai tradito. E io ho fatto lo stesso con lei, cercando di tenerla in ordine e di procurarle sempre le corde migliori, le più adatte. Al momento indossa una muta Effedot…»

 Arriviamo ora al disco. Copertina di grande impatto, mi sembra che sia una mano familiare ad averla pensata.

«Sì, la mano felice, affettuosa e professionale di mia figlia Clara, grafica e arredatrice di mestiere, che da vent’anni almeno si occupa delle mie copertine. Questa forse è una delle più belle e artistiche, grazie alla presenza degli acquerelli – alcuni originali – di Davide Tirelli, un pittore reggiano di grande impatto sentimentale.»

Il titolo è già tutto un programma: Io volevo sognare più forte ci fa precipitare nel tuo mondo. Le canzoni si susseguono come fossero parti di un’idea unica, ben precisa, e le varie tracce ne rappresentano lo svolgimento. In che periodo l’hai pensata? E perché quest’inizio dedicato all’Europa? Qual è il tuo pensiero in merito?

«I temi e le canzoni dell’album sono tutti venuti fuori durante il primo, lungo lockdown, dall’inizio di marzo alla fine di maggio 2020. In questi mesi tiravo giù appunti, storie, abbozzi di storie, o recuperavo tracce di idee raccolte nei mesi precedenti. Tutto in solitudine, confrontandomi poi via telefono o email con Alberto Laruccia, un giovane musicista romano che il mio istinto mi aveva fatto scegliere come ‘timoniere’ per questo nuovo viaggio. L’Europa è stata sempre un pensiero, che finalmente sono riuscito a esprimere addirittura in due canzoni dell’album. Il mio pensiero in merito è decisamente politico: all’Europa, intesa come istituzione politico-amministrativa, dobbiamo – innanzitutto – settant’anni di pace, l’abolizione di molti confini e un’idea di sviluppo comune di iniziative di pace, cultura, solidarietà… Basta pensare a come ci troveremmo oggi, in questo passaggio così difficile e impervio, se non ci fosse l’Europa!»

Credo che una delle tue virtù più emozionanti risieda nella voce. Quando canti, le parole delle canzoni diventano storie. E se narri di alcuni argomenti come ne “Il lupo non verrà”, la commozione accompagna quasi sempre l’ascolto. Mi piace immaginarti nel momento in cui hai scritto quel brano: il tavolo, il quaderno, la penna che segna i pensieri sul foglio e la chitarra che li accompagna. Ma questa è la mia immaginazione. Raccontami invece come nascono realmente le tue canzoni, sopratutto le più intime.

«“Il lupo non verrà” è nata dalla vetrina di Tam Tam, la libreria per ragazzi di mia figlia Claudia a Bologna (vedi come sono importanti i figli…): guardavo un libro che aveva quel titolo, e in quei giorni stavo cercando l’idea per una canzone che mi era stata richiesta da Ludovica Fales, che stava realizzando un film documento sulla vita di una famiglia rom. Ho pensato al fatto che le tradizioni sono l’unico punto fermo nella vita dei nomadi, e ho immaginato una ninna nanna tramandata di padre in figlio nel percorso di vita di quel tipo di etnia. Però, ad esempio, quando scrivo “come fa sempre un padre per un figlio” penso anche ai miei sentimenti, che immagino – o spero – condivisi da molti. Le mie canzoni nascono sempre dall’esigenza, più o meno consapevole, di svelare o interpretare i sentimenti dell’uomo – ovviamente intendo anche della donna, della persona insomma – nella sua posizione nel mondo accanto alle altre persone.»

Mi hai emozionato chiedendomi di partecipare a un brano del tuo nuovo CD. Quando ho letto il testo su cui dovevo aggiungere la mia chitarra, ho avuto la sensazione che l’avessi scritto proprio per me. Lo so, si chiama appropriazione indebita, e succede: spesso crediamo che alcune canzoni siano scritte esclusivamente per noi. Il testo di “Lettera dall’inferno” mi ha colpito particolarmente, l’ho vissuto con trasporto, cercando d’immedesimarmi. Ma ero già dentro la canzone, perché la sentivo parte di me. Ora hai l’obbligo di raccontare la verità.

«La verità l’ho appena detta, e lo hai fatto anche tu! Non immagini che complimento importante mi hai regalato! Tu, come me, vivi per esprimere sentimenti: lo fai sempre, quando parli, quando guardi, quando suoni soprattutto, perché quello è il modo che hai scelto per entrare nei cuori degli altri. Quindi evidentemente la sincerità del mio dolore, in quel caso, ti ha colpito, ha generato dolore, e quindi sentimento, anche nella tua anima. E io non ho scelto a caso quella canzone per affidarla ai tuoi sentimenti. Era già tua… anche se non conoscevo il tuo rapporto con il mare, che mi hai svelato proprio oggi.»

Non so come muovermi per raccontare le tue composizioni, l’intimità che emanano nell’ascolto. Preparo le domande, e per ognuna avrei qualcosa da chiedere. Tutte meritano attenzione. Ho la sensazione che questo tuo lavoro sia pieno di messaggi, di parole di rabbia e di conforto. “Il dolore del mondo”, per esempio, necessita subito di un secondo ascolto. Rimani rapito da musica e parole.

«È una canzone ‘tosta’, anche per me che la frequento ormai da alcuni mesi. Non credo che riuscirò mai a cantarla senza essere scosso da emozioni profonde. Ho cercato, scrivendola, di diventare il soggetto di tutti i tormenti estremi, le prove terribili che l’umanità ha dovuto affrontare e subire nel tempo, da Hiroshima all’Inquisizione, alla memoria di Auschwitz: il ‘dolore del mondo’. Con umiltà ho cercato di interpretare quelle storie irripetibili, e di trovare in fondo ad esse una giustificazione, un gradino, un passaggio per superarle. Infine ti offro anche una seconda lettura, nel rapporto tra ‘umano’ e ‘divino’…»

Eccellenti musicisti sono stati tuoi compagni di viaggio. La chitarra di Michele Ascolese ti ha accompagnato nella tua passeggiata napoletana. È bella questa caratterizzazione, che hai scelto per ogni brano. Ogni storia ha una sua atmosfera. È stata una tua scelta? Quanta libertà hai lasciato a chi ti accompagnava?

«Con Ascolese, sai, c’è poco da parlare: è un artista, e una persona talmente gentile, intelligente e sensibile, che ti precede sempre, ti offre sempre più di quello che gli chiederesti… Per il resto, per la prima volta in vita mia, mi sono (quasi…) completamente abbandonato all’ingegno e alla bravura sorprendente di Alberto Laruccia, cui ho affidato – chiavi in mano – gli arrangiamenti e metà della produzione artistica. L’altra metà apparteneva di diritto a Fabio Ferri, che da anni si occupa dei miei suoni ed è entrato ormai con me in una sintonia tale, che ogni giorno di lavoro diventa un giorno di straordinaria vacanza. Alberto è stato bravo e discreto, è riuscito a inserirsi silenziosamente nella nostra intesa… e siamo diventati una squadra composta da tre amici.»

Strumenti inusuali aggiungono sfumature a un disco pieno di colori: arciliuto, tiorba, bouzouki, melodica, clavicembalo, tammorre, organetto… Tutto suonerebbe molto etnico, anche se il tuo lavoro non vuole sfruttare questa caratteristica, ma usa i suoni solo per caratterizzarne le storie. Almeno questo mi sembra di capire. Sbaglio?

«No, certo che non sbagli! Volevamo ospitare nel tessuto dell’album più voci, più colori, non tanto per fare ‘cose strane’, ma per avere intorno una ricchezza di toni, sfumature, timbri che ogni volta fossero quelli giusti per accompagnare i sentimenti, rendendoli agevolmente comprensibili a tutti. Come lo penseresti un libro di avventure, se le immagini non avessero la ricchezza dei colori?»

Grazie Edoardo per questa lunga chiacchierata, grazie per le tue canzoni, grazie per la dedica che hai scritto sulla copia che mi hai donato. Prima di andare, però, parlami di “Biancaneve farà un po’ tardi”: «Inseguendo la primavera / Si è perduta in mezzo alla città / Come quando ti affidi / A un pensiero chiuso in te / O corri dietro a un sogno / O vedi qualche cosa che non c’è».

«Hai colto nel segno, ho un debole per questa canzone, l’ho posizionata in fondo all’elenco come una finestra sul futuro. I miei amici più maliziosi vedono in essa una risposta alla “Alice” di Francesco De Gregori, forse la mia produzione artistica più amata. Certo, anche in questo caso Biancaneve è il simbolo di un passaggio dal mondo della favole a quello della realtà, della vita vera. Però Biancaneve si perde nel mondo inseguendo la primavera, ma nel mondo e nel tempo cerca altre strade, altre storie da raccontare, soprattutto per descriverne i sentimenti. Anche tu sei Biancaneve, amico mio… Siamo due visionari, ma la considero una fortuna. E forse anche una virtù!»

Reno Brandoni

 

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