Non è musica, è televisione

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(di Daniele Bazzani) – Dopo diversi anni di cosiddetti talent show (non sapevo che show significasse ‘non c’è traccia di’…) provo a fare un riassunto di ciò che penso. Lungi da me l’idea di criticare a prescindere qualcosa cui non partecipo (per scelta ma anche perché non vedo perché dovrebbero chiamarmi). Cerco di essere il più obiettivo possibile nel ragionare su molti degli elementi che sono per me lampanti, ma evidentemente non è così per tutti.
Mi incazzo prima di tutto con i miei amici musicisti. Arrivo quasi a odiarli per questo (sempre in grande amicizia), per il fatto di prendere parte a questo gioco al massacro che sta triturando tutto e tutti, sia quelli che partecipano, sia quelli che perdono il loro tempo a guardare questi spettacoli per me devastanti.

Non so se fare una premessa, forse sì, mi aiuta a chiarire il concetto. Credo di dover dividere il discorso in due parti: quella dedicata a roba tipo Amici, dove si forgiano le star; e tipo X Factor, dove le star già forgiate danno prova di sé. Inizio dai primi.

X-Factor-2015_Margherita

Sono diventato musicista (lo sto ancora diventando) per diversi motivi: per scelta, per manifesta incapacità di fare altro, per passione, con sacrificio, per la quantità enorme di tempo passata a ‘pensare’ alla musica; perché questo lavoro, come molti altri, non lo fai solo con lo strumento in mano, lo vivi 24 ore su 24. Ogni momento è buono per ragionare su uno dei molteplici aspetti della tua passione, non ci sono il giorno e la notte. Di suonare e comporre musica si sogna, anche. Non c’è pace.
Ho letto una bella intervista ad Ivano Fossati, che spiegava perché avesse smesso di fare il cantautore. Diceva che era stanco di andare in vacanza, vedere un bel ponte, e pensare a quale modo potesse utilizzare per trasformare quella sensazione in una canzone. Voleva solo essere libero di andare in vacanza e ammirare qualcosa. Credo che questo piccolo passaggio renda molto bene l’idea. Non si è Fossati per caso.

Io solo so quanti minuti, ore, giorni, mesi, anni, mi ci siano voluti per essere dove sono. E se avessi giocato meno a Tomb Raider suonerei meglio di sicuro; ma uno svago a volte ci vuole, non voglio morire di musica, voglio viverci. Lo dico perché il percorso che ci porta ‘verso’ qualcosa (il traguardo per fortuna non si raggiunge mai) è davvero lungo, e la parte fondamentale di quel percorso è privata: chiusi in sé stessi nella propria stanza, anni di lavoro durissimo per costruire qualcosa di cui, in quel momento, non si ha la minima percezione. Le prime ‘esibizioni’ possono essere il saggio di una scuola di musica, una seratina non pagata in qualche piccolo club, cose di questo tipo. Poi, negli anni, si cerca di costruire un qualcosa che ci renderà adatti a sopravvivere nello spietato mondo dello spettacolo. Ma si parla di anni, non di sei mesi in prima serata su Canale 5.

Ai fruitori di musica – e di arte in genere – tutto questo nostro sbattimento iniziale interessa relativamente: vado al cinema a vedere un film di Woody Allen, non mi interessa seguirlo da adolescente che legge libri; vado a vedere Messi che gioca a calcio, non lo guardo mentre a sette anni impara a farlo. Potrei continuare ma credo sia chiaro il concetto.
Molti spettacoli oggi basano la loro fortuna su questo aspetto, far vedere al pubblico il ‘dietro le quinte’, come se ci stessero regalando un sogno: dei poveri ragazzetti – qualcuno anche bravino, ma Nureyev o Battisti non ne ho visti – che si impegnano a fare qualcosa che è privo di interesse, per tutti tranne che per loro. E comunque la ‘privazione del privato”, cioè spiattellare sotto gli occhi del pubblico quei momenti, toglie non solo il fascino, ma anche la funzione che dovrebbero avere.
Il problema vero è che chi organizza questi spettacoli guadagna già da quel momento. Mentre le vecchie case discografiche venivano criticate per sfruttare le ‘carriere’ dei musicisti, questi sono dei veri geni del male perché sfruttano il ‘pre-carriera’! Meravigliosi. E ci fanno una barca di soldi! Hanno svuotato le stanzette, le scuole di danza, le cantine umide dove si suonava, e hanno portato tutti negli studi televisivi, succhiando loro il sangue e attirando l’attenzione di addetti ai lavori e non; perché tutto questo movimento ha risvolti molto più complessi di quelli apparenti: una isola-dei-non-famosi-che-vorrebbero-tanto-esserlo. E lo sono anche per qualche tempo.

Con la morte della discografia tradizionale, i direttori di questi talent hanno il controllo totale su tutto. Decidono chi far entrare, e ci guadagnano; decidono chi far andare avanti, e ci guadagnano: guadagno praticamente assicurato perché la promozione, che un tempo si pagava, oggi ti paga! La pubblicità è il talent stesso, mesi di spot gratuiti per far ‘vincere’ gli aspiranti vincitori: si crea una base fortissima di ragazzini che asseconderanno le mosse del vincente di turno.
Ma il meccanismo è ancora più perverso; perché questi poveretti (sono di questi giorni le varie polemiche di ex concorrenti che si sentono tristi e abbandonati, e del simpatico Morgan che oggi sputa dove ha mangiato) sono del tutto privi di una loro personalità, non sono e non potranno mai essere ‘artisti’ nel senso che tutti conosciamo: hanno saltato a piè pari la trafila (pensando che una stagione in TV valga più di dieci anni a studiare – sbagliato!), sono riconosciuti per strada senza avere alcun merito oltre a quello di essere lì e saranno, appena possibile, scaricati dai loro stessi creatori.
Il vero patto col diavolo è questo: sei loro finché sei con loro, e sei loro anche dopo, perché quanto ti è stato dato ti viene tolto: non avevi alcun merito o diritto ad averlo, non hai i mezzi per mantenerlo e, soprattutto… è arrivato il nuovo idolo 2019-2020! «Scusa, ti scansi che non ci servi più?»

Perché non è musica, è televisione.

I discorsi si intrecciano, non è tutto bianco o tutto nero: i cantanti di merda c’erano anche negli anni ’60 e la gente, di musica, in buona parte non ha mai capito granché. Qualche bella voce si ascolta pure, è ovvio, ma veniamo alla seconda parte del discorso.
Se i musicisti non trovano più alcun modo di andare avanti, cosa fanno? Cercano una soluzione. Se la soluzione è partecipare a un talent ci si prova, perché no? La risposta è semplice. E non si lavora più per sé stessi, scrivendo, costruendo progetti: tutto quello che è sempre naturalmente successo. Si guarda alla prossima selezione sperando di essere presi. Ma presi a fare che, ce lo siamo chiesto? Cosa avremo da offrire di nostro, se non avremo costruito nulla tranne il nostro migliore sorriso da sfoggiare davanti a una telecamera? Perché poi, se non ti prendono sei uno sfigato, se ti prendono e non vinci sei ancora più uno sfigato. Vincere è una percentuale talmente bassa che non la prendo in considerazione, perché l’eccezione non conferma la regola.
Non ho parlato del lato trash della cosa. Mi immagino io che, in diretta nazionale, suono un mio brano giudicato da Simona Ventura. E non dormo per notti intere.

Daniele Bazzani

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