Non sopporto i tributi perché tifo Zeman

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(di Daniele Bazzani) – Sono cosciente del fatto che con un solo scritto mi attirerò le antipatie di diverse categorie di persone. Ma va bene così, le cose che scrivo sono per me un modo di dire ciò che penso, non che abbiano importanza perché sono io a dirle; le utilizzo spesso come metafore per arrivare a concetti anche apparentemente lontani dall’argomento.

Beatles_webQuali sarebbero i tributi che non sopporto? (molti giustamente penseranno: «E chi se ne frega ce lo metti?») Sono le cosiddette tribute band, quelle che, con annessi e connessi, tentano di riproporre il repertorio di una band del passato o del presente (mai del futuro, ci torno a breve), quindi esistita davvero, nella maniera più fedele possibile.
Perché scrivo «tentano»? Perché non si può clonare qualcuno già esistito, si cade nel ridicolo. È ovviamente ciò che penso solo io e non ha nessuna intenzione di risultare offensivo, tutt’altro. Mi piacerebbe comunicare a chi tenta di farlo il disagio che provo nell’ascoltare la musica di uno dei miei idoli riproposta ‘così fedelmente’ da risultare palesemente fasulla, non ce posso fa’ niente, ragazzi, me vengono i brividi. Scusate la franchezza, vi voglio bene e vi sono vicino, ma è più forte di me.

Detto questo, che è cosa di minima importanza per chiunque tranne me, devo però essere onesto, sennò risulto spocchioso. Molti anni fa, in tempi non sospetti, io e il mio amico e grande cantante Alessandro Pitoni tentammo di mettere su una band per suonare la musica di quello che è forse il nostro artista preferito, Tom Waits: voce, chitarra elettrica (ah, quel delay corto alla Marc Ribot), basso, sax, pianoforte, batteria. Facemmo una sola prova, suonando dei brani da Rain Dogs pressoché identici agli originali, che emozione! La band era composta da musicisti di spessore e ci divertimmo un sacco. Erano talmente di spessore che risultò impossibile rivedersi a causa degli impegni di tutti: lì iniziammo e lì finimmo. Mi divertii davvero tanto, erano gli anni ’90 e la moda dei ‘tributi’ non esisteva: noi, poveri inconsapevoli, anticipammo un fenomeno destinato a cambiare la natura stessa della musica live per chissà quanto tempo.

Che fortuna però, lo capisco solo a distanza di molti anni.
Suono da sempre la chitarra elettrica in una band, non sempre la stessa, ma amo suonare i brani di altri artisti, è stata la scuola più importante, che mi ha permesso di crescere come musicista; ed è per questo che continuo a farlo, spero di non dover smettere mai. Quanta musica meravigliosa c’è da suonare, e quanta ne vorrei scoprire ancora! La cosa più divertente è prendere un brano che tutti conoscono e cercargli una forma nuova, sorprendere l’ascoltatore, mettere del tuo dove non si immagina ce ne possa essere, diventare parte attiva, in poche parole, di ciò che proponi.
Non ‘imitare’.
Andreste a vedere una mostra sapendo che sono esposti quadri finti? Identici agli originali, ma finti? Una Gioconda fasulla, un Urlo tarocco, una Starry Night ‘made in China’?
Non credo proprio. E allora, mi chiedo e vi chiedo, perché con la musica sì?

Ho raccontato del mio tentativo simile, per far capire che comprendo bene le motivazioni che spingono a un tale ‘gesto folle’; non mi ergo su un piedistallo a giudicare. Molti non scrivono musica propria e si divertono a suonare quella dei loro beniamini: non c’è niente di male, dico sul serio. Potrei criticare tutto il sistema della musica live, che sta sopravvivendo a fatica e nel quale a suonare sono ‘quasi’ solo band di imitatori, ma non lo farò: il pubblico sceglie cosa vedere, e se sceglie quel tipo di show io non posso né voglio dire nulla.
Mi limito a constatare però una cosa, e arrivo così alla seconda parte del titolo: la musica, l’arte in genere, esiste perché qualcuno ha deciso di fare qualcosa di nuovo, magari sbagliando, rischiando di fare una schifezza, ma nuovo, che non c’era, o mascherato talmente bene da risultare originale.
Mi viene a questo punto in mente la celebre frase che sentii da Paco de Lucía che citava Stravinskij; suonava più o meno così: «I grandi musicisti prendono spunto dagli altri, noi geni copiamo direttamente». Ho riso e ho poi riflettuto; amo chi ha il dono della sintesi intelligente, propositiva: poche parole nascondono millenni di sviluppo del pensiero musicale e artistico.
Cosa voglio dire? Che la musica che amiamo esiste solo perché qualcuno ha deciso di rischiare con la propria faccia, mettendosi in gioco ed esponendosi al pubblico giudizio (che di solito è impietoso con chi osa, e non lo è affatto con chi scopiazza) per ‘cercare’ una strada nuova, diversa.

Proverò a prendere la band che amo di più, i Beatles, per fare un paio di esempi. Al mondo esistono centinaia, migliaia, di tribute band dei quattro di Liverpool; io le chiamo le ‘Gigi Sabani Band’ (pace all’anima sua, che però sapeva di stare imitando). Di alcune mi hanno parlato in maniera entusiastica: «Oh, devi assolutamente sentire questi, tu che ami i Bealtes»… La mia reazione è l’accapponaggio della pelle (perdonate il neologismo). Sempre e comunque. Conosco troppo bene la voce di John o di Paul e le sfumature di ogni loro canzone per riuscire anche solo a non rabbrividire di fronte a quel tipo di tentativo. Del resto è tutta la vita che cerco di capire le differenze fra cose microscopiche in musica; quelle palesi ormai sono imponenti come montagne. È l’assenza di personalità, il mettersi una parrucca e comprare vestiti identici, scimmiottando mosse, che mi preoccupa. La musica esiste e va avanti solo perché ci si fa influenzare facendo proprie le cose, non per imitazione.
Dal vivo ancora mi capita di suonare brani di Lennon-McCartney, solo che cerco di far capire che sono io a farlo; non vorrei che qualcuno si sbagliasse: «Ehi, voi, non sono morto, né inglese, sono io! Eeeeehiiii!»
Se i nostri amatissimi scarafaggi si fossero fermati ad Amburgo, suonando solo “Lend Me Your Comb” o “Hippy Hippy Shake”, avremmo perso qualcosa, o no? Quella palestra è servita, non lo si può negare, ma il resto è quello che ci ha sconvolti, che ha cambiato tutto, per sempre. Perché hanno fatto quel coraggioso, piccolo, grande passo.
L’altro esempio è la cover di “With a Little Help from My Friends” che Joe Cocker cantò a Woodstock. Devo dire altro? So già che avete capito cosa intendo: la sua versione è straordinaria, credo più bella dell’originale ed è una cosa che non accade di frequente; nella maggioranza dei casi un’interpretazione non migliora quanto già fatto, soprattutto se viene da giganti come i Beatles. Ma in quella circostanza si capisce molto di ciò che sto cercando di dire: se proviamo ad esserci anche quando non siamo protagonisti e non siamo autori, se tentiamo di mettere un pezzettino del nostro modo di essere in qualcosa che è di altri, il mondo potrà goderne in maniera nuova; la ‘vecchia’ canzone resterà, la nostra non sarà migliore, solo diversa, e qualcosa si sarà mosso.
Pensate a Jeff Buckley e alla sua straordinaria versione di un capolavoro come “Hallelujah” di Leonard Cohen: non è meraviglioso sapere oggi cosa Jeff ha sentito in quel brano? Se avesse replicato l’originale pedissequamente quanto avremmo perso?

Ecco perché tifo il Maestro, il grandissimo, l’inimitabile Zdenek Zeman. Per la sua onestà di pensiero, per il suo voler proporre qualcosa, a tutti i costi. Sa bene che è un gioco e non gli importa vincere o perdere: lui è lì per farci divertire, perché abbiamo pagato un biglietto e – se lo spettacolo è più bello – ci guadagniamo tutti. Certo, i tifosi che vedono la loro squadra soccombere in malo modo forse non saranno d’accordo: meglio quel sofferto 1 a 0 con gol in contropiede al 94° minuto dopo aver demeritato, tanto solo l’albo d’oro verrà ricordato… E invece no, c’è chi, come me e pochi altri, ancora ama sognare, perché dai sogni per fortuna ci si sveglia, ma dalla triste realtà, purtroppo, no.

Daniele Bazzani

PUBBLICATO

 

 

 


Chitarra Acustica, 01/2015, pp.8-9

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