Otto anni con Fabrizio De André

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(di Reno Brandoni) Giorgio Cordini è un musicista pragmatico, uno di quelli che ti parla guardandoti negli occhi. Non si nasconde dietro corteggiamenti in cerca di un’opportunità, ti dice ciò che pensa, sia quando le cose lo entusiasmano, sia quando deve criticarti. Non accade sempre così nel nostro ambiente: spesso i like postati sui social o anche quelli riferiti di persona, nascondo un’indifferenza totale nei confronti dell’argomento che commentano; ma sono ‘utili’, ti servono per acquisire credito. Giorgio invece è sempre schietto e leale, è questo che ho apprezzato subito di lui. Per questo ogni mio progetto, ogni mio disco, l’ho sottoposto a lui in attesa di un giudizio. Sapevo che non mi avrebbe mai mentito per compiacermi. Il nostro è un rapporto senza compromessi, che mi ha permesso nel tempo di crescere e individuare meglio i miei difetti e i miei pregi. Per questo è fondamentale avere un amico come Giorgio, è il tuo specchio sincero, il fratello che ognuno di noi sognerebbe di avere.

Quando mi ha chiamato per chiedermi se ero interessato alla pubblicazione del suo libro I miei otto anni con Fabrizio De André, ho detto subito di sì, senza leggere neanche una pagina. Conoscevo i suoi racconti e il suo appassionato rapporto con Fabrizio. Ero certo che Giorgio avrebbe messo in quelle pagine tutto il cuore e l’affetto che nutriva verso il cantautore. Ho letto il libro quando era già pronto per la pubblicazione, non ho voluto nessuna anticipazione, volevo viverlo da semplice lettore, con l’emozione e la curiosità che si ha sfogliando un nuovo volume. Ho ritrovato la storia di Fabrizio De André raccontata da dietro il palco, accompagnata da storie inedite, aneddoti e leggende, ma soprattutto ho ritrovato Giorgio, con la sua umiltà e la sua costante franchezza. Gli anni passano e noi siamo sempre qui a raccontarci storie, a fare progetti, a condividere insieme un pezzo della nostra vita. Amicizia, stima e talento hanno fatto il resto.

Che effetto ti fa essere intervistato nella tua nuova veste di scrittore?

È una veste insolita: ho vissuto la mia vita circondato da musica e chitarre, e tutte le cose che ho realizzato hanno sempre avuto a che fare direttamente con l’arte di produrre dei suoni e quindi dischi, CD e in generale progetti musicali. Se qualcuno tre anni fa mi avesse detto che avrei scritto un libro, gli avrei dato dello squilibrato. Invece eccomi qui a parlare di un libro che ho scritto proprio io.

L’anniversario della scomparsa di Fabrizio è solo l’occasione. Quelle storie, quegli aneddoti che racconti nei vari capitoli li avevi dentro: li ho ascoltati tante volte, meritavano di essere trascritti. Come hai vissuto questa scelta e che difficoltà hai incontrato? Non ti è sembrato di privarti di qualcosa di personale?

Forse, a non farmi soffrire di una sorta di privazione, è stato proprio il fatto che molti di questi aneddoti contenuti nel mio libro li avevo raccontati tante volte; e quindi non li consideravo più dei miei piccoli segreti: quattro o cinque episodi che si trovano nel libro erano già noti, e la mia unica preoccupazione è stata quella di descriverli per iscritto con la stessa efficacia con cui avevo imparato a esporli durante i miei concerti. Sono tutti gli altri – quelli che non avevo mai raccontato, e sono più di una decina – che fino a poco fa ignoravo se avrebbero potuto interessare e piacere a dei lettori appassionati di Fabrizio De André. E, a proposito, devo dire che i riscontri avuti fin qui sono rassicuranti ed estremamente positivi.

Per me scrivere è anche un modo per affrancarmi da alcuni episodi della vita. Molte frasi spesso hanno un effetto terapeutico. Vorrei sapere se per te questo libro ha avuto lo stesso effetto. Sono evidenti la stima, il rispetto e l’ammirazione che avevi per Fabrizio, e sicuramente la sua scomparsa ti ha lasciato un vuoto. Ti è servito ripercorrere i tuoi otto anni con lui?

In effetti scrivere è un po’ come leggere, moltiplicato per dieci. Mi spiego meglio: quando leggi, scopri nuove cose e su quelle scoperte rifletti e magari fai dei collegamenti con altri tuoi pensieri, situazioni, persone che conosci e che ami. Ti si apre un nuovo mondo, entri in una dimensione che non credevi ti potesse appartenere. Ecco, scrivere è ancora più stimolante, perché nello sforzo di ricordare, di trovare le parole giuste per descrivere, nel cercare degli esempi per rendere più comprensibile il tuo racconto, scorgi nuovi orizzonti, ampli la tua visuale e intravedi nuove prospettive. E la tua memoria sembra trovare nuovi stimoli e nuove energie. Non è un caso che, appena cominciato il mio lavoro di ‘scrittore’, avevo in mente soltanto i quattro-cinque episodi che a volte raccontavo durante i concerti, e pochi giorni dopo erano già diventati una ventina…

Te l’ho detto a voce e mi piace anche ripeterlo: quasi sempre nei libri che raccontano di De André c’è un tentativo da parte dell’autore di distanziarsi, di far valere la propria personalità, come se temesse di essere oscurato dal carisma di Fabrizio. Tu invece sembri compiacerti nel farti sopraffare della sua presenza. Mi sembra un grande atto di amore, umiltà e riconoscenza. Doti che molti musicisti dovrebbero avere.

In realtà io ci ho messo qualche anno per superare quella che si potrebbe chiamare ‘sindrome da soggezione’. Fabrizio De André era uno dei miei miti ed era stato uno dei miei riferimenti fin da quand’ero quindicenne. Per lungo tempo collaborare con lui è stato particolarmente difficile, perché ho continuato a vivere, pur lavorando al suo fianco, nell’incapacità di risolvere questa situazione di naturale distanza in cui mi ponevo rispetto a lui; un po’ per rispetto, un po’ perché intimorito dalla sua personalità così forte. Una volta raggiunta la confidenza che sognavo di avere con lui fin dall’inizio, il nostro rapporto è diventato più fluido e disinvolto. Ma non ho mai smesso di nutrire nei suoi confronti una stima smisurata e, probabilmente, questo mio atteggiamento si manifesta leggendo il libro.

Stai presentando in giro il libro: come si svolge la presentazione e qual è l’atteggiamento del pubblico? Sono curiosi, interessati ?

Le varie presentazioni che ho tenuto fin qui mi hanno dato enormi soddisfazioni: è un po’ come verificare che il lavoro che ho realizzato con impegno e passione è stato ben fatto. L’interesse del pubblico è sempre altissimo e le numerose domande che scaturiscono al termine di ogni presentazione ne sono la prova concreta. In genere racconto com’è nata l’idea di scrivere il libro, partendo dalla mia convinzione che noi musicisti, che abbiamo avuto la fortuna di lavorare al fianco di Fabrizio, abbiamo il dovere morale di mantenere vivo il suo ricordo e di continuare a esserne testimoni. Quando si presenta l’occasione, faccio anche leggere alcuni brani del libro e, naturalmente, non faccio mai mancare l’esecuzione di qualche canzone che magari ha dei riferimenti a qualche aneddoto.

È bello conoscere i retroscena degli spettacoli con Fabrizio de André. Qual era il suo rapporto in genere con i musicisti?

L’esperienza che ho avuto con lui risale al periodo dalla fine del 1990 in poi. In quegli anni l’ho sempre trovato molto ben disposto ed estremamente collaborativo. Certo, pretendeva da ogni musicista il massimo impegno e la più grande dedizione, ma il rapporto personale era sempre amichevole e affettuoso.

Come si sviluppavano gli arrangiamenti, partecipavate tutti?

Era raro che durante le prove si sperimentassero nuovi arrangiamenti. Solitamente Fabrizio affidava la direzione artistica a un musicista di sua fiducia – all’inizio Mauro Pagani, poi Piero Milesi, Mark Harris – il quale si occupava degli arrangiamenti, che comunque ricalcavano per lo più le versioni originali prodotte in studio, a parte alcuni brani ripresi insieme a lui dalla PFM e divenuti a loro volta degli standard: mi riferisco a canzoni come “Bocca di rosa”, “Amico fragile”, “Il pescatore”, “Andrea”. Per quanto mi riguarda, ci sono state delle eccezioni in un paio di occasioni. La prima si riferisce proprio al primo periodo, cioè alle prove della tournée Le nuvole. In scaletta c’era anche “La canzone di Marinella” e Fabrizio, in uno dei primi giorni di prove, decise di affidare a me e Michele Ascolese l’arrangiamento del brano. Avrebbe dovuto ricordare – disse – quello della PFM, ma avrebbe dovuto risultare meno rock, molto più morbido e popolare, e completamente acustico. Michele ed io collaborammo con entusiasmo alla riuscita dell’arrangiamento, che ebbe un riscontro più che positivo e venne apprezzato da Fabrizio; la versione è quella dell’album 1991 Concerti. Fabrizio, che era davvero lungimirante, raggiunse così un duplice scopo, quello di avere un nuovo arrangiamento e, soprattutto, quello di far conoscere da vicino i suoi due chitarristi, che con lui avrebbero collaborato per otto anni. In effetti quell’episodio è stato il punto di partenza di un’amicizia tra me e Michele, che non è mai venuta meno nel tempo e che tuttora continua.

L’altro episodio si riferisce al tour di Anime salve e in particolare al brano che s’intitola “Cose che dimentico”. Questa canzone era stata a suo tempo registrata da Cristiano De André. Cristiano, nel corso del tour, avrebbe avuto uno spazio personale nel quale avrebbe eseguito quattro suoi brani, i cui arrangiamenti erano stati affidati a me, visto che in quel periodo avevo partecipato a una sua tournée e conoscevo bene il suo repertorio. “Cose che dimentico” sarebbe stata cantata da lui in coppia con Fabrizio, quindi si doveva aggiustare la tonalità del pezzo e – inoltre – gli altri componenti della band l’avrebbero dovuta imparare. Non fu un lavoro facilissimo, ma mi diede grande soddisfazione, perché alla fine Fabrizio era molto contento del risultato; la versione è contenuta nell’album triplo In direzione ostinata e contraria [2005].

Come avvenivano le prove?

Era lo stesso Fabrizio che di giorno in giorno decideva il da farsi: ogni giornata veniva dedicata alla prova di un paio di brani, non di più. Al massimo si ripassava qualche canzone che ancora non lo convinceva. Negli ultimi giorni di prova si eseguivano i brani dal primo all’ultimo, nella stessa sequenza che avremmo poi portato in concerto. A volte, quando qualche esecuzione non appariva abbastanza efficace, ci si soffermava a verificare i motivi per cui qualcosa non funzionava e, in quei frangenti, era innanzitutto il direttore artistico a intervenire; ma ognuno di noi poteva dare la sua opinione. Alla fine comunque era sempre Fabrizio a decidere. A volte accadeva che si impuntava, perché uno dei musicisti non eseguiva la sua parte, magari un assolo o un riff particolarmente significativo, con un’interpretazione che lui ritenesse corretta. E allora erano guai, perché finché le esecuzioni non erano per lui perfette, si continuava a provare e riprovare il brano in questione. La sua meticolosità e la sua accuratezza si manifestavano in queste occasioni, insieme alla sua determinazione nel voler ottenere il massimo da ognuno dei suoi collaboratori.

C’è qualche episodio che non hai raccontato nel libro? Un aneddoto che hai escluso?

Quando ho considerato terminato il lavoro di scrittura, per alcuni giorni mi è venuto spontaneo allontanarmi dall’idea di rileggere il libro e di ripensare a sostanziali modifiche o aggiunte. Poi invece, nel riprenderlo per il normale compito di correzione e revisione, pian piano mi sono venuti alla mente altri episodi e alcuni di questi – ho pensato – avrei potuto inserirli nel libro. Ma poi mi sono reso conto che il libro era ciò che già avevo scritto, con una traccia ben organizzata e ormai compiuta; e ho pensato che aveva un senso così com’era stato concepito e ultimato. I nuovi aneddoti che cominciavano ad affiorare nella mia memoria, avrebbero potuto essere altro e magari far parte di una nuova storia…

Allora, Giorgio, ti è piaciuta questa esperienza da narratore? Pensi che la replicherai?

Fino a poco tempo fa ero convinto che I miei otto anni con Fabrizio De André sarebbe stato il mio primo e ultimo libro. Ora, dopo aver appena iniziato a raccogliere le prime soddisfazioni, comincio a pensare che non è proprio da esculdere l’idea di riprendere a scrivere e realizzare qualche altro lavoro come scrittore… Ma è solo una vaga idea. Per ora penso soprattutto a promuovere il mio libro, a presentarlo in giro per l’Italia e a farlo conoscere agli appassionati di Fabrizio.

Reno Brandoni

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