Pericolose tracce di musica – Intervista a Daniele Bazzani

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(di Mario Giovannini) – Per presentare Daniele Bazzani, ammesso che ce ne sia bisogno, si potrebbero raccontare molte cose. Dalla lunga carriera professionale, prima in diverse formazioni dell’area romana, poi come solista, in duo e in trio. Si potrebbe parlare dei numerosi, lusinghieri apprezzamenti, che Tomy Emmanuel ha espresso nei suoi confronti o raccontare di quante volte è stato invitato a suonare alla CAAS di Nashville. Ma personalmente ritengo che il tratto fondamentale del suo essere musicista, e professionista nell’accezione più pura del termine, sia la continua maturazione, lo studio, la voglia di crescere negli anni. Pochi musicisti sono in grado, a distanza di poco tempo, di dimostrare una continua evoluzione, senza mai adagiarsi sulle stesse cose, che magari funzionano ma dopo un po’… Ogni volta che lo risento suonare, anche a breve distanza, mi rendo conto che ha qualcosa di nuovo da dire. Ecco, questa forse è la sua peculiarità più interessante; oltre a una tecnica e un controllo dello strumento che, forse perché li usa sempre al servizio della musica e non dello spettacolo, passano un po’ in secondo piano, ma hanno pochi eguali non solo nel nostro paese. L’uscita del suo ultimo disco è l’occasione giusta per fare quattro chiacchiere su musica e dintorni.

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Do Not Open (It May Contain Traces of Music): partiamo da qui, che disco è e come è nato questo strano titolo? Sicuramente è stato ben ponderato, visto che sono passati diversi anni dal precedente…
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Mah, è un po’ casuale un po’ no. Nel senso che intanto mi piaceva il gioco di parole, sai le etichette sui cibi, mi sembra divertente a prescindere. Poi c’è una considerazione abbastanza critica verso quello che mi circonda e di cui mi sono trovato a scrivere diverse volte, il fatto che in un momento storico come questo si dia molta importanza all’immagine perché tutto è dipendente dai video. In questo modo, per come la vedo io, la musica passa in secondo piano. Noi, dell’ambito fingerstyle acustico, stiamo vivendo una fase molto particolare perché lo strumento viene utilizzato in molti modi diversi, e alcuni di questi (piuttosto spettacolari, va detto) hanno una grande presa sul videoascoltatore medio, secondo me in maniera esagerata. Io dico sempre che se la musica la ascoltassimo senza vederla, molte cose le ‘casseremmo’ senza indugi, ma non è così e dobbiamo farci i conti. Ecco perché la seconda parte del titolo è si divertente ma anche critica, perché io in giro, di musica che mi attragga davvero, ne sento poca, almeno per quanto riguarda il mio strumento. Con questo non voglio dire che il mio disco sia bello e gli altri no, per carità, la parte di significato divertente deve sempre prevalere, è quella che mi interessa davvero.

Ho visto una foto che hai pubblicato su facebook della parata di chitarre pronte ad andare in studio, sono poi servite tutte?
Si, ho utilizzato la mia fida Larrivée OM-10 degli anni ’90 e la Martin OM-28v su quasi tutti i brani; poi un brano ciascuna con altre chitarre, la vecchia Gibson L-00, la mia classica Bruno Tozzi del 1982, una Taylor baritona gentilmente prestata da Your Music (negozio di Roma) e la piccola Stanford sull’unico brano cantato del disco, quello dedicato a Nick Drake e cantato in maniera splendida da Barbara Eramo.

In sala di registrazione come avete lavorato?
Benissimo, alla fine del primo giorno avevamo finito! Ho scelto il Forward Studio di Grottaferrata non solo perché ci lavora il mio amico Marcello Spiridioni (per molti anni tecnico del suono alla RCA, si occupava dei master) ma perché sia per la ripresa che per il mastering sono fra i migliori e meglio dotati di strumentazione in assoluto, ci tenevo che la cosa fosse fatta bene. Quando sono arrivato in studio Stefano Quarta, il tecnico del suono, aveva già montato i due piccoli microfoni DPA sul supporto ed è bastato suonare qualcosa per capire che eravamo sulla strada giusta. Venivo da un mese e più durante il quale avevo suonato ogni giorno tutti i brani del disco per impararli ed essere sicuro di saperli, non volevo perdere tempo in studio, ma essere pronto. A quel punto ho iniziato a suonare, cambiavo chitarre a seconda dei brani con i microfoni sempre in posizione, arrivati alle sei di sera mi sono accorto che avevo finito i pezzi! Alcuni li ho suonati una volta sola ed ho tenuto quella, non sono un maniaco e preferisco che si senta qualche imprecisione piuttosto che un chirurgico perfezionismo di esecuzione. Il giorno successivo ho provato a risuonare qualcosa ma ero davvero scarico, si vede che il primo giorno mi ha provato abbastanza! Quel pomeriggio però è venuta Barbara e abbiamo registrato qualche take del brano suonato insieme, fino a quella finale sul disco. Finito il missaggio il lavoro è andato al piano superiore dove c’è la sala master, e Marcello e Carmine Simeone hanno fatto un lavoro splendido, rispettando parametri cari al mondo dell’alta fedeltà, praticamente nessuna compressione. Il disco suona davvero bene e potrebbe essere usato come test per impianti audio, a quello che dicono anche loro.

DanieleBazzani-chit-b&wSulla composizione degli originali come lavori in fase di stesura del brano?
Bella domanda… alcuni brani escono molto velocemente, di altri ho magari una parte e mi ci vogliono anni per chiuderli, davvero non sono molto prolifico. Del resto i sei anni fra questo disco e il precedente stanno a testimoniarlo abbastanza chiaramente. Credo ci sia un tempo per tutto, come cantavano i Byrds su “Turn, Turn, Turn”, finché non ‘sento’ la necessità di scrivere cerco di non forzarmi. È anche vero, come diceva Picasso che «L’ispirazione arriva quando decide lei, ma se ti trova che dipingi è meglio». Un paio di canzoni erano abbastanza vecchie, altre sono più recenti, il brano dedicato a Drake lo avevo da molto ma gli ho dato una forma di recente, quando poi ho contattato Barbara per chiederle se voleva cantarlo.

C’è poi una fase di arrangiamento dei brani?
Di solito parto da un’idea e lavoro su quella, non so bene cosa tu intenda per ‘arrangiamento’ quando si tratta di materiale originale, però forse è il mettere insieme tutto… come ti dicevo, a volte mi piace un’idea ma non so come continuarla, allora tengo sempre a mente John Lennon per il quale scrivere canzoni era mettere insieme molti piccoli pezzi, a volte faccio così, cerco di trovare qualcosa che possa andar bene con quello che già ho, e spesso la cosa si rivela piuttosto complicata. Comunque, cerco di partire sempre da una linea melodica, di solito è quello il punto iniziale, le considero canzoni senza parole.

Che rapporto hai con le accordature alternative? Mi sembra di ricordare buono…
Ottimo! Ricordi bene, sono la linfa vitale per il nostro strumento e ci danno modo di esplorare sempre territori nuovi. Senza accordature alternative non so cosa avrei scritto, in effetti! È bellissimo poter mettere le mani sullo strumento e sentir uscire combinazioni di suoni nuove, inaspettate, è davvero molto stimolante.

DanieleBazzani-chit-b&wIl chitarrista fingerstyle affronta spesso generi musicali differenti. Ci sono cose che ti piacciono più di altre?
In effetti no. Mi piacerebbe poter suonare di tutto e credo sia anche possibile, solo che non so farlo io!

Com’è vivere di musica ai tempi della crisi? È una domanda che sta diventando un triste leitmotiv
Durissima. Questa semplice, innocente (magari…) domanda, apre una porta, un portone di risposte! Il nostro lavoro di musicisti è in ginocchio, del resto un po’ tutto il nostro paese lo è, ed il superfluo (cioè apparentemente l’arte) è uno dei primi campi a risentirne.

Ora su cosa stai lavorando? Che progetti hai?
Intanto sto programmando un giro di concerti che mi porterà oltre che in Italia in Germania, Belgio, Olanda, forse Francia. Dovrei muovermi a settembre e penso lo farò in macchina, come si faceva un tempo, voglio vedere chilometri di strada e fermarmi dove mi pare, invece che aspettare decollo e atterraggio come si fa ultimamente, con il terrore che mi perdano la chitarra!
Poi sto scrivendo canzoni, quelle vere con le parole, in inglese, e la formazione preposta a suonarle è molto particolare: voce femminile, la mia voce, chitarra acustica e mandolino. È una sorta di pop-folk che ci stiamo divertendo molto a suonare, ma abbiamo fatto solo una manciata di prove ed è forse presto per dire cosa succederà. Però una decina di pezzi sono praticamente chiusi.

Sei stato una firma storica di Chitarre e collabori con Chitarra Acustica fin dal primo numero, come vedi la situazione in Italia in questo campo?
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Quale campo? Potrei scrivere «vedi sopra»… l’editoria è in ginocchio, anche a causa dell’eccessiva quantità di informazioni gratuite disponibili in rete, molte di qualità ma molte altre no. Io penso di questo settore quello che penso di altri, ci vogliono competenza ed esperienza, che si accumulano solo nel corso degli anni, e ci vuole selezione fatta a priori; il livello sta scendendo vertiginosamente, speriamo che la situazione si riprenda. Io ricordo l’attesa che avevo per avere fra le mani il nuovo numero di Guitar Player, per dire (avevo la fortuna di trovarlo in edicola vicino casa), e ogni volta la copertina, le interviste, i test di strumenti erano una gioia; molta della mia formazione musicale è passata anche da quello. Oggi non esiste una vera alternativa, c’è molto di più ma non sai mai cosa stai leggendo, la qualità è davvero bassa, a volte. Prendi anche il settore delle trascrizioni musicali: in rete trovi di tutto, al 99% fatto male. Sapessi quanti studenti mi sottopongono cose suonate da arrangiamenti e trascrizioni trovate sul web, ce ne fosse una giusta. Saranno pure gratis, ma io i soldi migliori della mia vita li ho spesi comprando le trascrizioni che John Stropes ha fatto di Michael Hedges o Leo Kottke, o quelle che Craig Dobbins ha fatto di Chet Atkins o Jerry Reed, in quel modo ho capito cose che avrebbe potuto spiegarmi solo l’autore del brano. Oggi il concetto di ‘spendere’ per qualcosa è saltato del tutto. Come la qualità.

E che effetto fa stare dall’altra parte, a rispondere?
In effetti è la prima volta! Il mio ruolo di intervistatore mi ha sempre precluso la possibilità di essere io al di qua, sarei sembrato un raccomandato mentre stavo solo facendo ciò che faccio da sempre, il musicista.

L’ultima domanda è di rito sulla strumentazione, hai qualche novità interessante?
Nessuna novità, in effetti, è da qualche tempo che penso di cambiare i sistemi di amplificazione sulle mie acustiche, poi ci suono live e penso: «Ma chi me lo fa fare?» Con il trio di cui ti dicevo poco fa abbiamo la pazza idea di suonare live senza amplificazione, solo con microfoni a condensatore, ma è un delirio e si può fare solo in posti molto silenziosi e con un fonico all’altezza, altrimenti è davvero impossibile.

Mario Giovannini

 

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