Pino

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(di Daniele Bazzani) – È successo tutto così in fretta. Pino non c’è più. In realtà non è successo in fretta, sapevamo che il suo cuore gli dava problemi da molti anni. Questa volta, però, oltre al suo, anche il nostro ha avuto un problema. Mi chiedono se voglio scrivere qualcosa su di lui: io ci scriverei un libro, su uno così; anche se non sono un biografo, anche se conosco discretamente solo la prima parte della sua discografia e l’ho ‘visto’ dal vivo solo una volta.

PinoDaniele2Scrivo ‘visto’ perché non l’ho sentito. Al palasport di Caserta, molti anni fa, la gente stipata in ogni ordine di posti ha cantato tutti i pezzi DALLA-PRIMA-ALL’ULTIMA-NOTA, rendendo lo show l’unico spettacolo di doppiaggio dal vivo a cui abbia mai assistito. Peccato, perché vedevo che sul palco c’era lui, ma non so che voce avesse dal vivo, tranne per quando ha detto «grazie a tutti, arrivederci», in quel suo tipico falsetto un po’ roco. Non mi era mai capitato nulla di simile ed è stata comunque un’esperienza singolare, anche se tronca. Questo può però dare la misura di chi fosse Pino Daniele, ‘Pinuccio’, come lo chiamano affettuosamente i campani, per i quali è una vera bandiera, al pari di Totò, Maradona ed Eduardo. Oggi, che non c’è più, è in quel ristretto Olimpo di grandissimi che resteranno nella storia.

Io che non sono originario della sua terra sono però un musicista, e amare la sua musica, suonando il suo stesso strumento, mi mette in una posizione privilegiata, rispetto a molti, perché riesco a leggere fra le righe di alcune sfumature di questo immenso artista.
Sto scrivendo ma non so cosa, non ne ho un’idea chiara finché le dita non premono i tasti, ragiono a voce alta con voi che leggete, improvviso. Non ho bisogno di un canovaccio per scrivere di uno così, ho passato anni della mia vita a ridere sulle note di “Nun me scuccia’”, mentre cercavo di capire quali diavolo di note suonasse in quel meraviglioso assolo che è l’unico vero esempio di blues cantato in italiano, anzi in napoletano.
Quel fraseggio, quelle sequenze di note di una bellezza ineguagliabile, hanno ancora più significato alle orecchie di chi, come me, con il blues ci è cresciuto. Quel fraseggio lirico ma pieno di passione ha una caratteristica unica, inconfondibile, ineguagliabile: può essere stato prodotto solo da uno di noi, un italiano. Anche il miglior Jimi Hendrix, o Stevie Ray Vaughan, non avrebbero potuto fare altrettanto, non suoni così se sei americano, suoni diverso, non così. Chi fa il mio lavoro sa bene di cosa parlo, gli altri penseranno ‘questo è scemo’. Vi assicuro che non lo sono, ho passato troppo tempo a decifrare le frasi dei grandi per non sapere, con assoluta certezza, che è così.
Un giorno di molti anni fa guidavo sul Lungotevere di Roma, radio accesa, fine anni ’80. La musica in radio mi ha sempre fatto abbastanza cacare. Nella mia infinita ricerca di una stazione decente, mi imbatto in un groove strepitoso, un fraseggio di chitarra elettrica a coprire il tutto, e penso: «Oh, finalmente, un po’ di sano blues anche qui!» Chicago-style. Sembrava Son Seals o uno di loro, uno di quelli veri, mi chiedo se scoprirò mai chi sia a suonare. Aspettiamo che canti.

Ue man!
If you really enjoy
Don’t worry how much you spend
listen to me man!
I hope you understand
nu poche ’e dollars to me
e cerca ’e me capi’.

PinoDaniele3Genio.
Mi ha fottuto, io convinto che fosse un americano, e lui che non lo era. Ma se non avesse cantato, se fosse stato il finale strumentale, avrei creduto tutta la vita che fosse uno dei tanti grandi bluesman neri americani. Lui e la sua band davano quell’impressione. Sembra una piccola cosa, ma ripeto, posso assicurare che non lo è.
Chi passa parte della sua vita, come me, chiuso in una stanza a cercare di comprendere il linguaggio di altri musicisti sa bene cosa intendo: per ‘suonare’ in un certo modo, per avere quella pronuncia, quell’intenzione, devi essere cresciuto in un determinato ambiente, altrimenti è quasi impossibile. Per lui no, lui passava da quello a “Quanno chiove” a “A me me piace ’o blues” come se niente fosse, perché era di un’altra categoria, un mondo a parte. I linguaggi musicali erano assimilati e riproposti in forma assolutamente originale, spaziava da uno stile all’altro con disinvoltura, fondendo il tutto in una maniera unica, inarrivabile.“Chillo è ’nu buono guaglione” può essere uno dei tanti meravigliosi esempi: c’è dentro il flamenco misto a musica sudamericana e a quella fusion che lui amava tanto e che ha portato alla scrittura di capolavori eterni. Ma cosa arriva davvero di quel brano? Perché il groove trascinante si fonde in una sola cosa con il testo, che racconta – e non erano ancora gli anni ’80 – di un ragazzo di strada che vorrebbe essere nato in un corpo del sesso opposto. E non abbiamo la forza di intristirci alla durezza delle parole, perché la musica è troppo trascinante e le fa scivolare via come acqua sul selciato in pendenza. Come succede in “Quanno Chiove”, uno dei capolavori della musica italiana del ’900, esempio massimo di cosa la musica possa, e debba, essere.

Perché Pinuccio, prima di tutto, era un autore, di quelli con la A e le altre cinque lettere maiuscole. Ed è in momenti come questo, nei quali raccogli le idee al volo cercando qualcosa di sensato da dire, che ti accorgi che non c’è da raccogliere ma da guardare in su, perché le cose non sono in basso, ma in alto.
“Je so’ pazzo”. Come descrivere la magnificenza di un simile capolavoro? Tutta Napoli raccontata in questo brano strepitoso, con un riff blues su una ritmica folk che basta ascoltarla per trovarsi fra le vie di una città che non ha eguali al mondo. È la parte migliore di Pino Daniele, quella che ti colpisce a morte ma senza farti soffrire, quella che ti prende la mano mentre ti porta sull’orlo del precipizio. Starà a te scegliere se saltare o meno, lui lì ti ci porta sempre.
“Putesse essere allero”. Un brano di musica popolare con cambi di tonalità da standard jazz e un solo di mandolino caratterizzato da note blues. Ma come si fa? Se non sei un genio non si fa, e basta.
“E cerca ’e me capi’”. Chitarra, voce. Archi in sottofondo, solo in alcuni momenti.

E cerca ’e me capi’
vorrei strappare mille occasioni
e poi fuggir lontano
me so’ scucciato ’e parla’
e dire ogni volta
quel che ho dentro
e poi star male
e poi suonare.

Asciugo le lacrime, scusate un attimo, non riesco a scrivere. L’ho sentita mille volte ma mi fa sempre lo stesso effetto. Scusate se focalizzo l’attenzione su quei primi anni, so che anche in seguito ha scritto musica bellissima, ma non riesco a staccarmi da quelle cose.

Napule è ’na carta sporca
E nisciuno se ne ’mporta
E ognuno aspetta ’a sciorta.

Lo dico sempre di quelli grandi come lui: se fosse americano sarebbe molto, molto più famoso di così. È troppo più grande di tante mezze figure del panorama internazionale che assurgono a una fama del tutto immeritata. Troppo, lo dico di cuore. Uno così può essere solo italiano, come De Andrè, Battisti, Tenco. Solo italiano, e dobbiamo esserne orgogliosi, perché Nero a metà non sarà mai nei primi 100 dischi della tradizionale classifica di Rolling Stone, ma è un problema loro, non nostro. Non canta in inglese e quindi è tagliato fuori, ma noi sappiamo che in quella classifica dovrebbe esserci, e in una posizione piuttosto alta. Alberto Sordi avrebbe detto: «Nun so’ padrone daa lingua». Esatto.

E nun ce sta piacere
e nun ce sta piacere
nemmeno a ghi’
a fa’ ’nculo pe’ ’na sera.

PinoDaniele1Dalla classica all’elettrica, dal plettro alle dita, una tecnica meravigliosa sempre al servizio della musica. Avremmo voluto pubblicare la trascrizione integrale di “Viento” per condividerla con voi e sottolineare alcuni passaggi chitarristici e compositivi che meritano un’attenzione particolare, ma il meraviglioso mondo dell’editoria non si piega mai. Si spezzerà, ma sarà troppo tardi.
Da “Viento” a “Yes I Know My Way”, un piccolo passo per lui, un grande passo per noi, parafrasando i forse-mai-arrivati-sulla-luna astronauti americani. Tutti noi ci mettiamo una vita solo a capire come affrontare questo o quel passaggio musicale, lui sullo stesso disco metteva “Alleria” e “Musica musica”, con quegli stacchi sempre spostati a farci battere il piede a cazzo, con quel gruppo di musicisti che ha segnato un’epoca e si siede accanto a formazioni leggendarie come il sestetto di Paco de Lucía, perché gli artisti a volte sono veramente grandi grazie anche ai loro compagni di viaggio, e quelli di Pino erano, sono e saranno sempre accanto a lui e nei nostri cuori. Il sax di James Senese, i tasti bianchi e neri di Ernesto Vitolo e Joe Amoruso, i groove di Agostino Marangolo e Gigi De Rienzo, per citare alcuni di quel periodo fecondo.
Solo da Napoli poteva uscire Pino Daniele, solo in Italia possiamo godere appieno della sua musica, del suo cuore, dello sguardo disincantato che gettava sulle cose che lo circondavano, cercando di restituircene un pezzetto, a modo suo.

Ma con musica musica
indietro ti sarò
con la musica musica
posso dirti anche no
per la musica musica
quanto ho pianto non lo so
ma la musica musica
è tutto quel che ho.

Daniele Bazzani

PUBBLICATO

 

 

 


Chitarra Acustica, 02/2015, pp. 36-37

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