Quando una settimana non basta più – Come studiare (6)

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La cadenza più classica delle lezioni, quando si cerca di imparare a suonare uno strumento, è quella settimanale: sette giorni sono un lasso di tempo più o meno sufficiente a imparare cose nuove ed essere pronti a fare un piccolo passo in avanti.
Questo ovviamente passa per molti e diversi fattori:
a) che si affronti un percorso adeguato preparato con cura dal docente;
b) che si studi con regolarità (non si dovrebbe saltare più di uno, massimo due giorni di studio);
c) che si tenga conto del fatto che non tutte le lezioni sono uguali e noi non siamo costanti nel recepirle; quindi a volte una settimana basterà, altre no.
Daniele_BazzaniDetto questo, vediamo di capirne di più. In particolare, visto che siamo su una rivista e un sito e dedicati alla chitarra acustica, affronto questo tema in maniera specifica, ma ogni cosa può essere rapportata ad altri campi, come sempre.
Per imparare a suonare la chitarra fingerstyle c’è bisogno di tecnica – tanta tecnica, in modo da essere pronti ad affrontare le numerose difficoltà che lo stile impone – e di molto altro, che arriva solo con il tempo: si parla di dinamica, interpretazione, capacità di ‘dare vita’ a note scritte su un foglio.
Per quanto riguarda il primo aspetto – non per niente si dice: «Impara l’arte e mettila da parte» – è un percorso costante fatto di salite, pianure e – poche volte! – discese. So di non dire nulla di originale, ma si studia spesso senza apparenti risultati per diverso tempo e poi, tutto a un tratto, ‘entrano’ tutta una serie di meccanismi come per magia, spiazzandoci e facendoci domandare: «Come è possibile? Ieri non mi veniva».
La tecnica si studia e poi va mantenuta. Si può affrontare in molti modi e c’è chi pratica regolarmente e chi invece suona e basta: va bene tutto, ognuno ha il proprio metodo. La settimana è un lasso di tempo buono soprattutto se calibrato: possiamo studiare arpeggi, scale, legature, qualsiasi cosa purché ci sia il tempo di assimilarla; il tutto guidati da qualcuno che capisca cosa stiamo facendo.
A un certo punto del percorso entrano anche dei brani, prima molto semplici, poi sempre più complessi. Anche in questa fase, la prima, bisogna capire bene cosa sottoporre allo studente e che risultati aspettarsi: non tutti (quasi nessuno in verità) riescono ad essere ‘davvero’ regolari, e quindi ci vuole tanta pazienza. Resta il fatto che, se chi studia si applica, si va avanti abbastanza tranquillamente.
La chitarra classica, con la sua didattica, è per noi un esempio meraviglioso: c’è musica a volontà da suonare, scritta nei secoli da grandi compositori e didatti, musica che permette allo studente di arrivare molto in alto suonando non semplici e noiosi esercizi, ma musica vera. È quello che stiamo cercando di fare con Fingerpicking.net: creare un percorso didattico per la chitarra acustica, percorso che ancora non esiste vista la ‘recente’ scoperta dello strumento da parte del grande pubblico. Perché è vero che da inizio ’900 i bluesman hanno suonato per noi e, da allora, si è andati avanti. Ma la chitarra acustica come strumento solista ha iniziato a svilupparsi davvero solo dagli anni ’60, quindi in tempi recenti, e la didattica di solito non arriva insieme ai primi esempi di una disciplina, ma molto tempo dopo.

L'ultimo libro di Daniele Bazzani
L’ultimo libro di Daniele Bazzani (clicca qui per leggere la recensione)

Torno all’argomento. Dato per scontato che si abbia un sufficiente numero di brani di livello adatto a iniziare, brani che di solito potremo studiare uno a settimana, si parla di parecchio tempo prima di cominciare ad affrontare quelli che sono a metà tra lo studio e la composizione (anche se pure quelli semplici dovrebbero esserlo), brani di difficoltà crescente ma non troppo elevata, nei quali possiamo veramente provare a mettere l’anima, oltre al corpo (cioè la tecnica).
Arrivati a questo punto, e il momento cambia per ciascuno di noi, l’insegnante dovrà metterci in guardia e iniziare davvero a romperci le scatole – perché se non lo fa lui che è pagato per farlo, chi altri? – su come dovremo suonare. Vediamo quindi che aspetti entrano in ballo.
Intanto, e non ci mettiamo molto a capirlo, dobbiamo mettere da parte l’idea di ‘uno a settimana’. Per brani più complessi ce ne possono volere molte, anche mesi.
Lo studio a questo punto si compone di diverse fasi: la prima è quella dell’acquisizione tecnica dei vari passaggi; dobbiamo cercare di suonare ‘tutto’ dall’inizio alla fine senza grossi problemi, anche a velocità ridotta, per poi aumentare gradualmente. Parlo per esperienza: molte volte mi è capitato di studiare un brano così lentamente che l’originale mi sembrava inarrivabile, salvo poi ritrovarmi, dopo qualche tempo che lo studiavo senza ascoltarlo, a suonarlo… più veloce dell’originale! Quindi non preoccupiamoci di quanto andiamo veloci, cerchiamo di fissare il tutto e renderlo una cosa unica.
A un certo punto… viene bene e non sbagliamo quasi più: ecco che crediamo di aver finito, pronti a passare ad altro. Sbagliato! È proprio il momento di iniziare a divertirsi: ci si può concentrare sulla musica, sull’interpretazione, possiamo giocare a fare i musicisti per davvero. In questo il ruolo dell’insegnante è fondamentale: un orecchio esterno nota cose che suonando non possiamo ascoltare, come fa un registratore (che è sempre bene usare per capire davvero cosa stiamo suonando e come) e come farebbe il pubblico, non dimentichiamolo.
Il momento è cruciale: le prime volte davvero crediamo di stare ‘suonando’, ma stiamo solo ‘eseguendo’ il pezzo. Rendersi conto dell’interpretazione che si dà è impossibile all’inizio: bisogna andare per gradi, provare a cantarci il tema in testa mentre lo suoniamo, cercare di non affrettare passaggi semplici rallentando quelli più complessi; sono tutte cose che suonano banali, se dette così, ma vi assicuro che succedono sempre.

Daniele Bazzani (foto di Simone Cecchetti)
Daniele Bazzani (foto di Simone Cecchetti)

Ecco che un singolo brano può tenerci occupati per mesi, possiamo impararlo a memoria per averlo in repertorio e dedicarci completamente all’esecuzione: mentre prima pensavamo solamente a non sbagliare, ora l’approccio è tutto diverso. Nasce e cresce il musicista che abbiamo dentro. Ciò di cui non ci rendiamo conto – anche in fase avanzata di studio – è quanto differisca la nostra percezione di ciò che suoniamo da quello che realmente esce: stare su un brano molto a lungo ci permette intanto di affinare i passaggi, che ci fanno suonare come degli “imbranati” se non eseguiti alla perfezione, e poi di dargli anche un colore e un’anima, perché l’interpretazione può differire molto da un musicista all’altro, e noi stessi potremo suonare in maniera differente a seconda del periodo. Senza contare che lo stesso brano non ha ‘una sola’ maniera di essere suonato: se un passaggio viene eseguito in un determinato modo il successivo potrebbe essere influenzato e via così fino alla fine, dandoci la libertà di cambiare in corso d’opera ciò che credevamo stabilito. Anche se per fare ciò è necessaria una grande padronanza della materia.
Tutto ciò per dire che lo studio non finisce mai. Immaginate se, invece di esercizi, si tratta di composizioni vere e proprie, se vi state preparando per un concerto o per la vostra prima esibizione in occasione di un Open Mic: il lavoro cresce in maniera esponenziale e i brani ci sottopongono difficoltà sempre diverse.
Mi rendo conto che sono solo parole: avere le mani sulla chitarra e dover suonare non è spiegabile, ma spero di aver dato qualche indicazione utile a non tralasciare alcun aspetto del percorso di studio, che, appunto, non finisce mai.

Daniele Bazzani

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 07/2014, pp.58-59

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