Ridatemi le case discografiche

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(di Daniele Bazzani) – Sto diventando insofferente, ormai le cose che sento dire sull’odierna situazione musicale mi innervosiscono. Al punto che, invece di scrivere di chitarra acustica, che è quello che dovrei fare sulle pagine di questa rivista, mi ritrovo a incazzarmi da solo su quello che mi circonda o che sento dire da tempo, luoghi comuni e banalità che vorrei in piccola parte provare ad affrontare qui di seguito.

George Martin - Beatles
George Martin con i Beatles

La più grande, o una delle più grandi, è quella che riguarda il decesso oramai appurato delle case discografiche, con grande gioia apparente di tutti, soprattutto di quei sedicenti artisti che in una casa discografica non hanno mai messo piede, e mai lo avrebbero fatto, solo e unicamente per la qualità del loro lavoro, che è scarso.
Poi però ci sono pure i radical chic, o gli idioti in genere, ai quali basta uno scricchiolio del sistema in cui vivono per gridare al miracolo o alla verità rivelata.
Sappiamo bene, e sono passati diversi anni dal suo avvento per parlarne con un minimo di lucidità, che Internet ha cambiato tutto. Ha messo tutti (apparentemente) sullo stesso piano, ha ucciso i colossi che dominavano e straziavano il mercato mondiale impedendo agli ‘artisti veri’ di avere la visibilità che meritavano, ha concesso (finalmente secondo molti) lo spazio che ognuno merita di avere.
No. Non è vero, purtroppo.

Andy Warhol fu profetico quando disse che un giorno tutti avrebbero avuto i propri quindici minuti di notorietà; non so se la citazione fosse proprio questa o la abbinasse alla televisione, ma la ricordo così… Il che equivale a dire che se tutti sono famosi, nessuno lo è davvero. Tutti colpevoli, nessun colpevole, è storia nota dalle nostre parti.
Vorrei partire da un concetto: ‘tutta’ (e sottolineo T-U-T-T-A) la musica con cui sono/siamo cresciuti è passata per una casa discografica; almeno quella del ’900: i Beatles, Bob Dylan, i Rolling Stones, Jimi Hendrix, i Pink Floyd, i Genesis, Muddy Waters, Elvis, i Nirvana, i Radiohead, Jeff Buckley, Nick Drake (fermatemi!)…Tutta.
Vi siete mai chiesti perché? Perché ci sono stati dei signori che di lavoro hanno fatto i talent scout, gli scopritori di talenti, o che quantomeno si smazzavano le vagonate di nastri inutili che arrivavano, selezionando i migliori e facendoli entrare in quel meccanismo che li portava a incidere un disco, ad essere ascoltati in radio e magari, se lo meritavano davvero, a diventare più o meno famosi.
Adesso, vi prego: non pensate, dite o scrivete qualcosa sui casi in cui i discografici hanno toppato, tipo quelli della Decca di Londra che mandarono via i Beatles prima che la EMI li mettesse sotto contratto. Vi scongiuro. Non voglio conoscere casi limite usati per argomentare tesi inutili. Non ce la posso fare. Il discorso è serio e comprende in realtà molto più delle poche cose che posso scrivere qui.
Un amico che per anni ha lavorato in un importante negozio di dischi di Roma, oggi megastore, mi disse che un’importante etichetta finanziava tutto il reparto di musica classica (che vendeva pochissimo) grazie ai dischi di un noto artista pop. Che bastardi eh?
Immaginate di entrare in un negozio di scarpe, che funzioni come oggi il web funziona per la musica: improvvisamente tutti si mettono a fare un paio di sandali, mocassini, scarpe da ginnastica, qualsiasi cosa, solo che pochi le fanno bene e molti, la maggior parte, le fanno da schifo. Vi trovereste a girare per un negozio infinito, guardando modelli e provando cose di cui non sapete nulla, se si romperanno il giorno dopo o vi distruggeranno la schiena in venti secondi, o chissà cosa. Lo so, la musica si può ascoltare, le scarpe vanno provate, ok, cercate di capire cosa sto tentando di dire.
Immaginate un supermercato (quanto mi piacciono i supermercati per le metafore!) infinito, con miliardi di banchi di frutta, verdura, carne, biscotti… Non sapete nulla, non potete assaggiare niente, dovete fare la spesa a caso. Il rischio di morire è dietro l’angolo perché su quel prodotto potrebbero non essere stati fatti i normali controlli. Bel problema eh?
Sento già i profeti del web: «Ma io ascolto prima su Spotify e poi se mi piace compro».
Seeeeeee. E io ci credo. Ha, ha, ha!
E se i dentisti non fossero laureati? E se i professori all’università avessero fatto solo le elementari? E se il fisioterapista stesse improvvisando? Sento già la risposta: «Eh ma per l’arte mica serve un diploma». Ok, è proprio per questo che qualche tipo di selezione all’ingresso va fatta.

Il problema vero è che per tutte le attività è necessaria una selezione. Che si vendano automobili, polli surgelati, accendini o borse da spiaggia, ci vuole qualcuno che vagli le proposte dei produttori, corra il rischio di scegliere quelle che ritiene migliori e le prenda nel proprio punto vendita, per proporcele.
Perché a questo punto entra in gioco il meccanismo che fa davvero funzionare il mercato, la fiducia. Se in un ristorante si mangia bene, ci potrò portare degli amici senza rischiare figuracce. Se in un negozio di frutta il gestore mi consiglia roba buona, tornerò da lui a comprare. Se un locale fa buona musica, andrò la sera a sentire concerti senza neanche leggere chi suona, perché è il posto che garantisce. L’ho fatto per anni, ora è praticamente impossibile.
Ciò accade per un solo e unico motivo: perché c’è qualcuno che ha fatto il lavoro sporco per noi, si è preso la briga (si è rotto le palle) di provare tutto per farci avere la migliore selezione possibile; così lui è contento e noi anche.
Ma il povero produttore di scarpe che fa scarpe schifose e che nessuno compra? Ve ne è mai davvero fregato qualcosa? Vi siete mai fatti dei problemi? Non credo proprio. Anzi credo pensereste: «Se fa scarpe del cavolo è giusto che non lo sappia nessuno».

E allora perché la musica dovrebbe vivere di regole diverse?

George Martin - Beatles
George Martin e i Beatles

Inutile dire che tutti meritiamo una possibilità, perché è un discorso molto romantico, all’inizio. Poi, però, se uno apre bocca e canta una chiavica, una canzone di merda, ma perché devo perderci tempo io che ho una vita sola? Perché devo passare la mia vita su YouTube a cercare uno stramaledetto video con sotto una musica decente, dovendo scegliere fra milioni di cose all’apparenza uguali? Sapendo bene, peraltro, che gli artisti migliori non si sanno vendere bene come altri, che nel loro lavoro fanno ridere, ma si offrono in maniera più convincente? Gli artisti veri pensano solo alla musica, il resto non conta, è tempo perso. Ci devono pensare altri, ci dovrebbero pensare altri, preposti a farlo; persone che non hanno qualità ‘artistiche’, ma ne hanno di ugualmente importanti e che vanno sfruttate.
Anche in questo caso sento i commenti sul fatto che il mondo è cambiato, bla, bla, bla.
Ogni attività va esaltata al massimo: non si può pensare di fare dieci lavori tutti bene. È come sul web: oggi è pieno di ragazzetti in gamba che con tre o quattro software ‘craccati’ offrono prodotti a basso costo e a zero qualità, perché fanno i grafici, programmano (si fa per dire), mettono idee (qualcuna anche buona) e distruggono il mercato azzerando tutto con prezzi ridicoli.
Attenzione, so bene che tutto questo discorso potrebbe suonare come: «Non tutti hanno il diritto di provarci». Assolutamente no, il punto non è questo e spero di aver chiarito bene cosa intendo.
Potrebbe esserci il nuovo Jimi Hendrix nascosto chissà dove, che cerca disperatamente di far si che il mondo lo scopra, ma è coperto da milioni di ragazzini urlanti che postano video inutili rendendo impossibile a noi di scoprirlo.
Torno alla musica e chiudo con una riflessione che porterà ad altro, più avanti: se pensavate di aver finalmente guadagnato la vostra ‘libertà’ di fare musica, perché con una webcam e un microfono siete lì, come tutti gli altri, pronti a lanciarvi nel grande mondo delle note, vi hanno già fottuti.
I talent show altro non sono che una selezione (ce le fanno anche vedere in tv, le selezioni, guadagnandoci soldi, ma chi se ne frega?) di band o solisti, la scelta viene fatta prima (ma va?) e propinata sotto forma di spettacolo, dal produttore al consumatore, ma il guadagno è tutto e solo loro.
Con la differenza che mentre prima le case discografiche rischiavano, perché nessuno poteva garantire (ok avevano i loro modi) il successo a un artista, oggi il solo passaggio televisivo già frutta una vagonata di soldi, perché ai cantanti danno le canzoni di cui detengono i diritti, quindi anche se l’interprete di turno lo buttano al cesso un minuto dopo l’ultima puntata, loro i soldi li hanno già fatti.
So bene che le case discografiche avevano a servizio anche gente incompetente, e che hanno fatto i loro interessi per andare avanti, guadagnando tanto, ma voi se foste in quella posizione provereste a vendere i Led Zeppelin o un gruppo di idioti? E dai, su.
Penso ad Ahmet Ertegun, Leonard Chess, John Hammond, George Martin.
E ho tanta voglia di piangere.

Daniele Bazzani

PUBBLICATO

 Chitarra Acustica, 2/2015, pp. 10-11

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