Sara Romano “Saudagorìa”

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Giunta al secondo appuntamento discografico, dopo il disco d’esordio intitolato Ciricò (2016), la cantautrice Sara Romano presenta il suo Saudagorìa. Già dal titolo l’artista palermitana vuole mettere l’accento sull’importanza che riserva ai testi delle sue canzoni. Infatti con questo neologismo, risultante dalla fusione di due termini, vuole segnalare il sentimento di fondo che sottende un po’ tutti i brani, quello della malinconia evocata dal termine brasiliano saudade, a cui accosta il termine italiano ‘allegorìa’, per spiegare il senso di mancanza di tutto ciò che ci farebbe stare bene e che ci viene sottratto dalla politica, dalla storia e dalle ideologie.

Nel suo complesso, il disco suona con un rispetto tutto suo per l’ascoltatore, il quale può trovarvi dei testi molto curati, sia in italiano che in siciliano (ce n’è addirittura uno nella lingua degli elfi, dall’universo immaginario di Tolkien, intitolato “D.A.N.A.”), inseriti in un paesaggio sonoro discreto, arioso, dove alla voce accompagnata dalla chitarra di Sara, spesso arpeggiata, si aggiungono preziosi abbellimenti di viola e violino suonati da Michele Gazich, e di chitarra elettrica ad opera di Marco Corrao, entrambi produttori artistici del progetto. Le canzoni subiscono le fascinazioni del folk, del country e del blues. La loro dimensione intimista suscita suggestioni sonore fatte di pochi elementi, sufficienti a creare un mondo misterioso e immaginifico. A suggellare il tutto, la bella voce calda di Sara Romano interpreta mentre racconta.

Tra i pezzi più interessanti, spiccano la title track, dove il violino sottolinea con glissandi delicati la malinconia per un amore che è andato via e che ha deluso; “Nella neve”, il pezzo d’apertura, dove una chitarra elettrica baritono insieme con la viola intrecciano sentimenti di attesa e malinconia per una maternità negata; “La strega”, dove la chitarra acustica marca un ritmo sincopato con la tecnica del palm mute, allegorìa sonora della donna forte contro cui si scaglia il pregiudizio, e dove la pedal steel di Alex Valle fa volare il pezzo verso territori bluegrass. Per finire, “Unni unni”, ispirata alla ballata tradizionale gaelica “Sadhbh Ni Bhruinneallaigh”, che racconta in siciliano il viaggio di un cavaliere errante partito alla ricerca di un’avventura verso una terra incantata, dentro una cornice folk leggera di suoni quasi irlandesi.

Un bel disco dalle forti radici folk rivestite con un suono internazionale.

Gabriele Longo

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