Scelte e non scelte

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Una sera d’inverno, un viaggiatore entra in un bar.

«Desidera» chiede il barman.

«Vorrei un caffè» risponde l’avventore.

«Mi dispiace, stiamo chiudendo, la macchina del caffè è spenta».

«Allora mi dia un tè… al limone».

«Purtroppo l’acqua la riscaldo con la stessa macchina del caffè, l’unica cosa che posso darle è una bibita. La può prendere da solo, dal frigo».

L’infreddolito cliente si avvia verso il frigorifero prelevando una lattina.

«Posso sedermi un attimo? Qui dentro finalmente c’è un po’ di calore».

«Mi dispiace, come le dicevo stiamo chiudendo, dovrebbe uscire».

Risultato finale: il bisogno di qualcosa di caldo e di un riparo è stato soddisfatto con una bibita gelata da consumare all’aperto! Esattamente il contrario di quanto desiderato originariamente dal consumatore.

Si chiama strategia di marketing, scienza stimolatrice del consumismo.

Cosa succede con la musica?

Quante volte avete selezionato un brano sulle piattaforme digitali musicali per trovarvi coinvolti in una playlist di brani sconosciuti, non desiderati, che qualcun altro, decidendo per voi, ha dichiarato compatibili con il vostro gusto?

Certo è molto comodo entrare nella sezione “Mood” di una delle piattaforme digitali più famose e selezionare il proprio stato d’animo: “No stress”, “Canta sotto la doccia”, “Wake Up Happy” o decine di altri, per ricevere la musica che sicuramente accompagnerà degnamente il vostro umore…

È come andare al ristorante dicendo al cameriere: «Ho fame, faccia lei». Siete sicuri che vi porterà il meglio? Oppure sceglierà la pietanza più conveniente in termini di profitto, o con la scadenza più prossima?

Che tristezza: datemi un menù, che voglio scegliere! Capisco (ma anche no) la degustazione guidata di un grande chef. Ma che io debba accettare passivamente le scelte degli altri, proprio non lo sopporto.

Certo, anche sulle piattaforme digitali è possibile scegliere. Selezionare un artista o un singolo brano, e trovarsi sommersi da tutta la musica assimilabile al termine ricercato. Questo già è più sano, anche se la mia visione va un po’ oltre. E si rifa ai meccanismi costruiti per essere su quelle piattaforme, per apparire in primo piano, per trovarsi sincronizzato e bombardato tra la diffusione radiofonica e la playlist del momento.

Mi è successo ultimamente di aver disprezzato fortemente un brano, e averlo poi gradito dopo una serie infinita di ascolti passivi. Non sono io che ho cambiato gusto – e non ci sarebbe niente di male – ma è l’azione promozionale che mi ha reso orecchiabile e piacevole una canzone obiettivamente inaccettabile. Perché il gusto lo forgi, lo cambi, con la pressione, l’invadenza, l’insistenza.

Vorrei ricordare il mio approccio, assolutamente liberale, a sostegno del motto «ognuno faccia ciò che gli pare». Non critico o condanno nessuno per le sue scelte, e comprendo anche l’utilità e la comodità di non dover pensare, scegliere, informarsi, quando c’è un altro che lo fa per te. Credo comunque che le ‘non scelte’ siano in ogni caso delle ‘scelte’. È come quando uno dice: «Io non ho votato, posso permettermi di criticare chiunque». In realtà ha votato, esprimendo un’opinione semplice: «Che facciano gli altri!» Questa mancanza di volontà, questo lasciare agli altri la responsabilità, è il male che ci perseguita. È la sfiducia creata da una civiltà sopraffatta dai bisogni, spesso reali, ma tante volte inventati o creati ad hoc, che ci dà l’illusione di scegliere, mentre continuiamo a essere scelti. Determinazione e destrezza sono stati sostituiti da incertezza e pigrizia. Così, tutto diventa più semplice e controllabile. E quando qualcuno vi dice che in fondo non fa male a nessuno, attenzione, perché è li che abbiamo toccato il fondo.

Non so perché, ma continuo a sentirmi Indifeso.

Buon fingerpicking!

Reno Brandoni

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