Un sogno oceanico – Intervista a Bob Bonastre

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(di Dario Fornara) – Bob Bonastre, chitarrista francese, musicista eclettico, carissimo amico, è capace di fondere in un unico genere sonorità europee a elementi che sembrano arrivare direttamente dal mondo arabo, una musica nella quale convivono l’influenza del jazz moderno e la possibilità di attingere a suoni e melodie etniche mediterranee. Una tavolozza di colori infinita e una voce assolutamente unica, personale, capace di vocalizzi tanto improbabili quanto originali, uniti a una tecnica sullo strumento sicura ed efficace. Bob Bonastre ha recentemente pubblicato Ocean Dream, un CD che raccoglie l’eredità di tutto il proprio percorso musicale.

Ciao Bob, sono passati cinque anni dall’ultima volta che Chitarra Acustica [luglio 2011] ha avuto il piacere di intervistarti; mi sembra ci siano alcune novità, come ad esempio il tuo recente CD Ocean Dream. Cosa è successo in questo arco di tempo e cosa ti ha portato a realizzare questo tuo ultimo lavoro?
Ciao Dario, ho incontrato alcuni problemi di salute che mi hanno un po affaticato e rallentato, anche se la situazione ora è in gran parte migliorata. Ho approfittato di questo tempo per pensare al mio percorso, non solo a quello musicale, ho riflettuto anche sul mio percorso umano. Ho voluto quindi ‘assemblare’ la persona che sono rispetto a quello che suono, in altre parole ho cercato di ‘raccontare la mia vita’ in musica. Sono anche arrivato alla naturale conclusione che era tempo di condividere quest’esperienza con altri musicisti, una richiesta tra l’altro avanzata anche dal mio produttore. Oggi posso dire che quest’album è quello del quale sono più soddisfatto, rappresenta un buon equilibrio tra emozioni ed energia pura.

Ocean Dream sembra il naturale proseguimento del discorso aperto con il precedente Grace: la ‘tua’ sonorità appare sempre di più come un elemento consolidato e imprescindibile del tuo stile. Come mi dicevi, nel tuo nuovo lavoro ti avvali della collaborazione di altri musicisti, ce ne vuoi parlare? In ogni caso, è evidente come anche in questo contesto di trio la tua personalità emerga in modo preponderante!
Ho lavorato molto sulla ‘mia’ qualità sonora, sia in studio che sul palco: avere un suono denso, pieno, mi permette di evitare di riempire lo spazio con troppe note. Sogno di avvicinarmi alla qualità timbrica del piano di Keith Jarrett, dove si sentono distintamente tutte le note, con le varie dinamiche e i vari suoni. Tutto questo è anche parte del mio percorso musicale: unire la qualità sonora di un musicista classico con il sapere armonico di un musicista di jazz; Ralph Towner in questo è un grande maestro. Per quanto riguarda i musicisti che hanno lavorato con me, avevo ascoltato il fisarmonicista David Venitucci suonare dal vivo in trio, e la sua capacità armonica mi ha colpito da subito; è anche un grande improvvisatore. Christophe Wallemme, il bassista, appariva in un video su YouTube dove suonava un ‘solo’ piuttosto folle, pieno di creatività. Non lo conoscevo personalmente, come anche David che avevo incontrato soltanto un paio di volte precedentemente; entrambi mi hanno dato subito la loro fiducia. Ho fatto un paio di prove con ciascuno di loro e siamo quindi entrati in studio, dove abbiamo registrato insieme cinque brani del CD. Ho scritto personalmente tutte le musiche, David e Christophe hanno contribuito proponendo alcuni passaggi, alcune soluzioni.

In questo tuo lavoro in alcuni brani si respira un’atmosfera marcatamente francese, penso al brano “Paris Novembre”, mentre in altri l’arrangiamento si sposta decisamente verso altri continenti – “The Shaman’s Call” – quasi a voler mettere a fuoco e rimarcare certe tue influenze differenti, esaltandone appunto la diversità…
In “Paris Novembre” è stato per me come sentirmi uno straniero, all’interno di questo mio lavoro! Non ho mai cantato dei veri e propri testi nei miei dischi, mentre questa musica è molto nell’ambiente ‘parigino’. Una mattina ero seduto nella mia cucina, davanti a una tazza di caffè, e in mezz’ora ho scritto la musica e le parole. È stato per me come vivere un’esperienza di channelling, come se l’universo mi stesse inviando tutto questo dicendomi: «Questa canzone devi scriverla e devi registrarla!» Sono poi una persona estremamente sensibile e quello che è accaduto recentemente a Parigi mi ha veramente colpito al cuore, come del resto ha colpito quello di tante altre persone. Parlando della mia musica, penso che ci sia una sorta di mistero, che unisce elementi della mia vita concreta ad altri della mia vita spirituale. “The Shaman’s Call” parla anche di un’avventura che ho vissuto, un’esperienza di contatto con una ‘realtà altra’, proveniente delle culture pigmee del Gabon. “Tears of Hope” è un brano molto influenzato dalla cultura indiana. “Le passage” parla invece d’amore e di compassione, ispirandosi alla dottrina buddista.

Nel CD è presente un brano dedicato ai tuoi ‘amici’ italiani, ce ne vuoi parlare?
Sono innamorato dell’Italia, della sua cultura, della sua ‘arte del vivere’. In Italia ho incontrato molte belle persone, alcuni sono citati sulla copertina, altri si riconosceranno nel brano. Diciamo che ogni concerto che faccio in Italia è l’occasione per rivedere degli amici e condividere con loro qualche bel momento. Sono molto latino: il Sud dell’Europa ha una cultura nella quale mi trovo bene!

Quanto spazio trova la tua musica in Francia? In Italia, come sai, al di fuori dei contesti ufficiali rappresentati dai festival non è molto semplice trovare spazi per questo tipo di proposta!
Il problema è lo stesso anche in Francia, magari anche più accentuato! Il mondo della cultura è stato distrutto dalla politica, mentre la stessa mentalità francese, che cerca di preservare il proprio patrimonio prima di aprirsi ad altri generi, rende tutto ancora più difficile. Oggi esiste un pubblico per la chitarra, ma sempre abbastanza… ‘conservatore’. Il jazz manouche è quasi un’istituzione nazionale, mentre i fan del picking guardano soltanto dall’altra parte dell’Atlantico. Per i musicisti come me resta un piccolo spazio, e riuscire a suonare all’estero, come faccio in Germania o in Italia, diventa qualcosa di veramente importante. Però, questo è il mio primo album prodotto in Francia, ora la mia etichetta [Arts et Spectacles] e il mio produttore sono francesi, e spero che questo mi permetterà di trovare spazi maggiori nel mio paese.

Siamo una rivista di chitarristi e, anche se penso di conoscere già la tua risposta, vorrei che ci parlassi dello strumento che ormai da qualche anno accompagna la tua attività musicale: una classica Dupont vero?
Si, è sempre il mio strumento principale, anche se sul disco ho suonato pure una dodici corde, che a causa di una tendinite non ho potuto utilizzare quanto avrei voluto. Ora mi piacerebbe cominciare a utilizzarla con più continuità! La suono accordata mezzo tono sotto, sia per la suonabilità che per la grazia del timbro. Quanto alla mia CFN 30 di Maurice Dupont, ha la qualità di una chitarra classica da concerto, ma è estremamente comoda da suonare grazie alla tastiera più stretta e al manico particolarmente agile. Inoltre, oggi non escludo la possibilità di tornare sul palco con una chitarra elettrica, che è stata per molto tempo il mio strumento principale, anche se dovrei preparare un repertorio differente.

Che sistema di amplificazione usi sul palco? Effetti, pedali?
In Francia, da tempo uso il mio amplificatore AER Compact Classic Pro, che assomiglia al piccolo 60 watt, ma ha una tecnologia molto più elaborata, perfetta per gli strumenti acustici. In viaggio porto con me soltanto i miei pedali: una DI-preamp Venue di LR Baggs, un pedale Immerse di Neunaber, che è una fantastica unità di riverbero e offre anche altri effetti di modulazione, e una Loop Station della Boss. Sulla mia chitarra è montato un sistema di amplificazione Fishman Ellipse Blend, che trasferisce il suono agli effetti. Un microfono esterno posizionato davanti alla chitarra aggiunge il suono naturale dello strumento: in genere i due sistemi lavorano bilanciati al cinquanta per cento.

Un’ultima domanda riguardo ai tuoi progetti futuri… personalmente spero di rivederti presto nel nostro paese!
Suonerò di più in Francia, ma presenterò presto il mio album anche in Germania, in Ungheria e, spero, dai miei amici italiani! Alcuni stanno vicino a Roma (non sono mai sceso più in basso della vostra capitale), altri vivono in un ‘Paese a Sei Corde’, ma so che li conosci bene… E vi invito a seguirmi sul mio sito www.bob-bonastre.com.

Dario Fornara
www.dariofornara.it

 

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