Un viaggio verso l’altro – Intervista a Luca Francioso

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(di Mario Giovannini) – Musicista e scrittore, Luca Francioso è un artista nel senso più puro del termine. A cui piace contaminare, mischiare le carte, fondere le varie forme di espressione per confrontarsi sempre con nuovi stimoli. Anche l’uscita di un suo nuovo disco, che nel suo caso non è mai solo un ‘disco’ e basta, Towards the Other, è lo spunto per una chiacchierata estremamente interessante.

francioso-3Ovviamente partiamo… dalla fine: Towards the Other, che disco è e come è nata l’idea?
Towards the Other è la sintesi più vera e più sentita di questi ultimi due anni di vita, personale e collettiva, vissuti con stati d’animo spesso altalenanti. A molte delusioni dal forte retrogusto amaro, infatti, si sono alternati momenti di gioia e gratificazione davvero intensi, sia umane che artistiche, sentimenti che inevitabilmente si sono intrecciati e scontrati con gli avvenimenti piuttosto cruenti che stanno piegando e piagando questo tempo.
Il microcosmo del mio ultimo pezzetto di vita, dunque, immerso nel macrocosmo caotico e meraviglioso in cui l’ho vissuta, entrambi filtrati e decodificati da dodici suoni e sei corde e successivamente condivisi con dodici persone e altrettante storie, diverse come diverso è il loro mondo musicale.
È un disco di incontro, per lo più. Un viaggio ‘verso l’altro’ che non ha mai aspirato soltanto all’intreccio musicale che poi ne è scaturito, di cui tra l’altro sono orgogliosissimo, ma anche e soprattutto all’integrazione di più differenze, di musica e di vita. Più in generale, sono convinto che non sia l’uguaglianza a unire popoli diversi, piuttosto l’integrazione pacifica di ciò che li rende unici e dunque diversi.
È da queste riflessioni che è nato il desiderio di mettermi in gioco e di condividere con altri artisti un progetto di incontro, perché per me la musica non è mai solo musica, ma è sempre l’occasione di essere un uomo migliore, oltre che un musicista migliore.

luca-francioso-1Immagino che il lavoro abbia avuto una ‘genesi’ piuttosto lunga, anche se devo ammettere che i suoni di chitarra sono ottimi e molto omogenei tra loro.
Sì, è stata una gestazione piuttosto lunga, un processo compositivo e organizzativo iniziato nel gennaio del 2014, quando sono stato per la prima volta al NAMM di Los Angeles per alcune esibizioni live nello stand di Mark Engler, inventore del martello per chitarra The Engle, di cui sono endorser.
Il viaggio si è rivelato un importante momento di incontro, musicale e umano. Ho avuto modo di conoscere moltissimi artisti che già seguivo e che stimo, ma anche nuovi talenti della chitarra acustica con cui ho stretto fin da subito un legame d’amicizia fortemente empatico.
Una volta in Italia, ho cominciato a delineare nella mia mente i tratti di un progetto che potesse coinvolgerli tutti, inizialmente destinato ad una divulgazione esclusivamente social, attraverso la pubblicazione di video su YouTube e Facebook. Ho iniziato così a scrivere dei brani, pensando agli artisti con cui avrei voluto collaborare e li ho contattati, proponendo loro la mia idea e, soprattutto, la modalità online che avevo in mente per poterla realizzare.
Nel frattempo, come mi accade spesso, il progetto si è evoluto quasi naturalmente, fino a diventare un’idea di più largo respiro. Così ho iniziato a proporre questo tipo di collaborazione anche a chitarristi italiani, a cui sono legato per un motivo e per un altro.
Non è stato un lavoro semplice interfacciarsi con tanti artisti contemporaneamente, infatti solo a dicembre del 2014 sono riuscito a pubblicare il video del primo brano, “Il cielo che attende” con Gian Piero Ferrini. Il brano mi è piaciuto così tanto che io e Gian Piero abbiamo deciso di farne un singolo e di pubblicarlo nei più importanti store digitali.
Forse è stato in quel momento che ho capito che il progetto poteva diventare un disco, una sorta di contenitore che potesse raccogliere tutti i duetti che da quel momento in poi avrei pubblicato in rete, anche se in quel momento pensavo solo ad un album digitale, da pubblicare a Natale 2015.
Tuttavia a novembre 2015 erano solo sei i brani pubblicati in rete e volevo evitare di fare un altro EP. Così, dopo gli amici Gian Piero Ferrini, Trevor Gordon Hall, Stuart Masters, Walter Lupi, Don Alder e Antonello Fiamma, ho provato a contattarne altri e quando anche Maneli Jamal e Massimo Varini si sono uniti al progetto, ho deciso che dell’album avrei pubblicato anche il CD e non solo la versione digitale.
Il lavoro di composizione e registrazione è stato più lungo del previsto, così come quello del mix e del mastering. Mauro Santinello del True Colours Studio di Padova, il tecnico del suono con cui collaboro da anni ormai, ha fatto un lavoro incredibile con suoni provenienti da più parti del mondo, da studi diversi, registrati in modo diverso, integrandoli con maestria e ottenendo un suono complessivo ben equilibrato.

luca-francioso-coverDodici brani per dodici artisti – sembra un film! – molto diversi tra loro. Come avete lavorato sui vari brani? Sono sempre nati da idee tue poi sviluppate assieme? Anche stilisticamente hai ‘usato’ chitarristi con estrazioni estramente varie. Hai cercato di calarti nel loro modo di interpretare la chitarra per le composizioni?
Considerata la distanza che mi separa non solo dagli artisti stranieri (due americani, due canadesi, un inglese e uno ceco), ma anche da quelli italiani, fin dall’inizio del progetto ho voluto sperimentare il lavoro in rete, modalità che non avevo mai preso in considerazione per i miei precendenti album.
A parte due brani che avevo già scritto in altri contesti e per altri progetti e che ho volutamente ripescato e ‘adattato’ al mondo degli artisti a cui poi li ho proposti (mi riferisco a “Café parisien” con Cristiano Gallian e a “The Differences Unite Us” con Massimo Varini), tutti gli altri brani li ho scritti cercando di evocare il mood compositivo dell’artista a cui mi stavo rivolgendo, cercando di dare alla mia parte una certa autonomia compositiva, come se in effetti fosse un brano già finito e pronto per l’esecuzione.
Infatti, così come è accaduto con i duetti di Morning Lights, il disco che ho composto e suonato interamente con il mio amico Roberto Dalla Vecchia, volevo evitare di ‘cadere’ nella consueta prassi di accompagnamento/solo, tipica di duetti fra chitarristi, ambendo invece ad una più interessante fusione di due parti autonome, due brani finiti e a sé stanti che, nel momento dell’incontro avrebbero generato un brano del tutto nuovo.
Esattamente come accade nelle interazioni umane che viaggiano ‘verso l’altro’, quando due unicità definite e distinte diventano unicità sulla terra dell’incontro. Ecco, la terra di incontro tra me e tutti gli artisti è stata la musica.
francioso-3Il modus operandi è stato lo stesso per tutti i pezzi: una volta composta la mia parte la spedivo via email al chitarrista coinvolto nel duetto e attendevo che lui componesse la sua sopra le mie note, còmpito in effetti non facile, considerata la difficoltà di lavorare su un percorso già tracciato da me, intrecciando nuovi passi su impronte già segnate.
Tutti i chitarristi conivolti hanno lavorato così bene e così in sintonia con quanto da me scritto, che ad ascoltare i pezzi il più delle volte non si capisce quali note fa uno e quali fa l’altro, segno di quanto il viaggio ‘verso l’altro’ sia riuscito.
Alla fine del processo compositivo, ricevuta la parte del mio compagno di viaggio, spedivo le due tracce a Mauro, il quale lavorava sui suoni e mixava il brano.
La questione video è stata un po’ più complicata da gestire, perché lavorare a distanza con macchine di ripresa differenti ha creato non pochi problemi, non solo di qualità, ma anche e soprattutto di uniformità delle immagini. Me ne sono accorto fin da subito, dal primo video realizzato con Gian Piero, tant’è che alla fine è dovuto venire da Livorno nel mio studio per poterlo realizzare. Così ho preferito girare i video sempre nel mio studio (solo in un paio di occasioni non è stato così), approfittando delle tournée italiane dei chitarristi stranieri e dei concerti nel padovano dei chitarristi italiani.

Possiamo quindi considerare Towards the Other una sorta di ideale prosecuzione di “Morning lights” con Roberto Dalla Vecchia?
Sì, assolutamente! Anche con Roberto avevo lavorato con la medesima intenzione di interagire senza rinunciare né alla nostra indole solista né al desiderio di condividere le parti. Tant’è vero che anche i brani di Towards the Other, così come è accaduto in questi anni con i brani di Morning Lights, dal vivo li eseguo da solo, senza alcun timore di perderne l’efficacia. Tutte le mie parti di entrambi i dischi hanno una loro vita e reggono il peso dell’esecuzione solitaria, così da rendere quella del live e quella del disco due esperienze di ascolto differenti, che si completano l’un l’altro.

luca-francioso-4Ho notato che fai un uso piuttosto moderato dei social, che rapporto hai con questi media?
Il mondo social ha amplificato notevolmente la possibilità di divulgazione e, pur convinto che sia una realtà necessaria oggigiorno per qualsiasi attività artistica e commerciale, mi concedo con parsimonia alle sue dinamiche, perché ho sperimentato che l’uso eccessivo della vetrina che offre può diventare controproducente. Di certo non mi identifico con i numeri che i suoi contatori genera, perché sono dati del tutto indicativi e arbitrari, che non testimoniano in modo oggettivo la qualità o meno di una proposta, ma solo il suo gradimento. L’ossessiva e affannata rincorsa alle visualizzazioni e all’essere virale a tutti i costi, spesso forzando i contenuti, ha appiattito la creatività e confuso un po’ le idee, sebbene in alcuni casi e per certi versi sia riuscita a ottimizzare idee poco brillanti. Il tentativo, dunque, è quello di restare a galla in questo mondo fortemente contraddittorio, sfruttandone le potenzialità senza però restarne vittima, perché, a dirla tutta, preferisco passare il tempo sulla mia chitarra piuttosto che trascorrerlo davanti allo schermo di un computer.

Luca Francioso e Trevor Gordon Hall
Luca Francioso e Trevor Gordon Hall

Com’è vivere di musica ai tempi della crisi?
È certamente innegabile la difficoltà economica collettiva che si trascina da troppo tempo ormai, ma ad essere onesti mi preoccupa di più l’appiattimento culturale che ci sta rendondo orfani di sogni. Questo tempo nasconde beffardo la crisi di priorità con la crisi economica e fa della musica – e dell’arte in genere – un dettaglio, un accessorio di cui si può fare a meno, un capriccio di chi si se la può permettere.
Naturalmente non è così che la penso. Io credo che il linguaggio artistico sia davvero importante per una collettività, perché è il nutrimento emotivo dei suoi figli e allo stesso tempo espressione diretta del loro mondo interiore. È pericoloso metterla da parte, io credo, sostenendo che se ne può fare a meno, perché ciò che conta è essere pragmatici.
In questo confuso contesto, io provo ogni giorno ad essere me stesso, a fare la mia parte e a farla al meglio, prendendo con serenità tutto quello che arriva. Certo, ci sono momenti più faticosi di altri, ma faccio quello che amo, non perché sono fortunato, ma perché l’ho scelto.

Hai altri progetti su cui stai lavorando? Magari in campo editoriale…
Oltre all’album Towards the Other, in questi ultimi due anni mi sono concentrato molto sulla didattica, pubblicando la mia trilogia di manuali fingersyle A dita nude e mettendo in cantiere un nuovo manuale, che credo uscirà in settembre.
Ho scritto molto sul mio blog personale, pubblicando diversi articoli, racconti e poesie, cosa che amo fare almeno quanto amo suonare la chitarra. La scrittura è un linguaggio artistico che completa l’amore per la musica e di cui non potrò mai fare a meno.
Ho nel cassetto anche un nuovo progetto discografico in cui credo molto, praticamente pronto, ma non so ancora quando vedrà la luce.

luca-francioso-5Chiudiamo con la domanda di rito sulla strumentazione, anche perché so che hai delle novità.
Sì, in effetti in questi ultimi due anni ho cambiato gran parte della mia strumentazione, novità anche queste germogliate dagli stessi viaggi e dagli stessi incontri che hanno ispirato la composizione di Towards the Other.
A luglio dell’anno scorso ho iniziato una collaborazione con Cole Clark Guitars, chitarre australiane di notevole qualità e dai legni inusuali e affascinanti, e con Gold Music, l’azienza di importazione e distribuzione che le distribuisce in Italia, ottenendo un nuovo suono per la mia musica grazie alla mia Angel 2E-BB, davvero bellissima!
Dal vivo uso spesso anche la travel guitar Overhead di Journey Instruments, di cui sono endorser, una chitarra che si smonta per essere imbarcata in aereo come bagaglio a mano, dal suono davvero sorprendente.
Sono anche endorser dei cavi Reference, cavi italiani che uso sia sul palco sia in studio.
Nell’estate del 2014, inoltre, sono entrato a far parte degli artisti di Headway, utilizzando la loro D.I. EDB-2, e dal gennaio dell’anno scorso ho cominciato a collaborare con G7th The Capo.

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Infine, sono orgoglioso di rappresentare da ormai due anni il martello per chitarra The Engle, un’innovativa tecnica esecutiva che ritengo essere un’alternativa sonora davvero interessante.

 Mario Giovannini

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