Una festa a quattro mani – Intervista al Bruskers Guitar Duo

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(di Mario Giovannini) – I Bruskers Guitar Duo – al secolo Matteo Minozzi ed Eugenio Polacchini – sono la dimostrazione lampante del fatto che diverse personalità possono contribuire a creare una tensione che, in musica, paga. Hanno stili diversi ma complementari, che si incontrano sul terreno comune della passione. Per l’uscita del loro nuovo disco un’intervista non potevano proprio negarcela.

Bruskers-Guitar-Duo-Four-Hands-Party-coverFour Hands Party, e già il titolo è una dichiarazione di intenti, che disco è?Eugenio – È un disco che, sicuramente, ci descrive e rappresenta pienamente. Non è più presente, come negli altri lavori, un genere musicale predominante, ma la tracklist spazia dalle colonne sonore, allo swing, al pop, alla rivisitazione di musica tradizionale coreana, ai brani originali. Ora, ancora più che in passato, il repertorio è principalmente un momento di confronto e un terreno comune su cui costruire i nostri arrangiamenti o comporre la nostra musica, ma soprattutto, occasione di ‘divertirci a 4 mani’. Nei primi due lavori il jazz era stato un po’ il filo conduttore e il ‘pretesto’ per incontrarci, pur non essendo noi jazzisti, ma ora le scelte sono state in parte differenti e descrivono meglio anche la nostra dimensione live.
Come racconta il titolo, noi ci divertiamo molto a suonare insieme e a scrivere i nostri arrangiamenti, e speriamo che questo atteggiamento positivo riesca ad attraversare la barriera fisica del disco, anche se rimango sempre convinto che la nostra resa migliore sia dal vivo.

Matteo – Il nuovo disco arriva dopo un lungo periodo di ‘incubazione’ rispetto al precedente (Addition è del 2011), ritardo dovuto a una serie di imprevisti di percorso, tra cui il terremoto che nel 2012 ha interessato la nostra area. In questa occasione abbiamo perso la nostra sala prove, per un certo tempo pure la serenità, ma alla fine tutto la musica ha continuato ad avere la meglio… e siamo ancora qui a suonare! Il titolo Four Hands Party rappresenta l’ennesima conferma del nostro desiderio di voler costruire il progetto Bruskers come Guitar Duo, frutto della totale compartecipazione delle idee, lavoro meticoloso e talvolta impegnativo ma sempre affrontato in modo positivo e allegro… quasi come fosse, appunto, una festa. Il disco è stato lavorato completamente da noi durante le fasi di registrazione e postproduzione (approntando una personalissima sala di registrazione ed editing perfettamente adeguata e funzionale alle nostre esigenze); per il mastering, operazione estremamente delicata, ci siamo affidati a uno studio specializzato a Chicago. Abbiamo curato pure i dettagli relativi alla grafica del CD approfittando della fortuna di avere un fotografo professionista in famiglia, Giancarlo Polacchini, ‘risorsa’ che peraltro sfruttiamo pure nella realizzazione dei nostri videoclip. Four Hands Party è quindi il risultato di un lungo lavoro autogestito che parte dall’idea creativa musicale e finisce con la materializzazione del disco fra le nostre mani, è il desiderio di poter curare tutti i minimi dettagli, sempre e costantemente in maniera serena, sinergica e ‘festosa’.

Bruskers Guitar Duo
Bruskers Guitar Duo

Personalmente ritengo che il giusto mix tra brani originali e arrangiamenti sia sempre una buona idea. Sia dal vivo che su disco. Ci avete ragionato a tavolino sulla scaletta dei brani o è stato tutto più istintivo?
M. – Rimaniamo effettivamente convinti che la scelta di un repertorio bilanciato fra brani noti e inediti possa essere la soluzione migliore. Il nostro spazia attraverso diversi generi musicali tutti ‘filtrati’ attraverso la nostra predisposizione stilistica. La scelta dei brani è talvolta inizialmente casuale ma il processo di arrangiamento è particolarmente severo e alla fine sopravvivono solamente i pezzi che ci permettono di esprimere completamente il nostro punto di vista. Spesso il lavoro di rivisitazione musicale è talmente imponente che per noi è paragonabile alla fatica di scrivere un brano nuovo. Non è raro quindi che il processo di scrittura musicale sia lungo e faticoso e che, talvolta, alcuni pezzi vengano abbandonati poiché non soddisfacenti. Inoltre, è nostra abitudine sperimentare anticipatamente nei concerti i brani da includere nel disco, analizzarne l’impatto sul pubblico e migliorarne di conseguenza la scrittura e l’esecuzione. Solo dopo un’attenta analisi, la scaletta è approvata! Al momento la formula mix funziona bene: sebbene spesso i nostri brani originali vengano molto apprezzati, non ce la sentiamo di abbandonare la scelta di arrangiare quelli di autori ben più famosi di noi… rivedendoli addirittura da capo a coda.

E. – Per quanto riguarda i titoli inseriti nella scaletta, in questo disco c’è molto poco di ragionato a tavolino. Alcuni brani li abbiamo registrati ora, anche se li suoniamo dal vivo da molto tempo, dopo esplicita richiesta delle persone che venivano ai concerti e volevamo portarsi a casa una parte del live. E’ stato così ad esempio per “Fragile” e la colonna sonora del film “Le avventure di Pinocchio”. Altri brani ci sono stati consigliati da amici e conoscenti che ci hanno suggerito di provare a rivederli secondo il nostro punto di vista. A volte questi suggerimenti non ci hanno convinto molto, altre volte sono stati veramente azzeccati, abbiamo arrangiato questi brani e subito inseriti nel disco e nei programmi dei concerti. E’ stato così per “Fly Me To The Moon” o “Segura Ele”. Altri pezzi compaiono per svariati motivi, come quelli tradizionali coreani, che ci sono stati richiesti per un progetto discografico uscito in Corea nel 2015 e li abbiamo poi riregistrati per Four Hands Party.
La scelta dei brani da inserire nel disco è stata quindi molto istintiva e “figlia” del confronto con le persone dopo molti concerti e dialoghi con amici musicisti o conoscenti.

Bruskers-Guitar-Duo-2016-3Come avete lavorato in fase di arrangiamento dei brani?
E. – Ci capita spesso di lavorare in modi diversi a seconda del brano. A volte uno di noi propone un’idea e successivamente la si sviluppa, approva o boccia insieme, altre volte si comincia insieme a dare un’identità e un mood al brano. Non abbiamo un procedimento standard. E’ curioso il fatto che per certi brani il processo sia molto rapido e si possa lavorare subito a dinamiche, dettagli, obbligati, soli ecc, mentre altre volte scartiamo tante differenti versioni prima di approvare quella definitiva. Di solito registriamo il lavoro che facciamo e lo valutiamo uno o due giorni dopo. Non sempre, infatti, l’entusiasmo delle prove che finiscono a tarda notte corrisponde a un lavoro convincente anche a mente fresca. Per fortuna però non è sempre così!

M. – Come già ribadito il processo di arrangiamento è lungo e frutto di laboriose sedute di prova. Suonando ormai insieme da parecchi anni abbiamo sviluppato una precisa sensibilità su come distribuire i compiti di ciascuno.. è qualcosa di innato. Abbiamo cercato di catturare in un libro (Una Chitarra per DUO) il nostro metodo di lavoro sbalordendoci a volte di come determinate scelte giungano istintive mentre altre siano frutto di elaborate operazioni mentali che avvengono comunque in maniera altrettanto spontanea. Nel tentativo di ‘capire e studiare’ noi stessi (e non è detto che ci siamo ancora riusciti) abbiamo scoperto quanto frastagliata ed elaborata sia la nostra opera di arrangiamento… insomma ci stiamo ancora lavorando. L’unica sicurezza che abbiamo è che tutto deve scaturire da una sana, democratica, costruttiva e corale discussione musicale.

Sulla composizione degli originali invece cambia qualcosa in fase di stesura del brano?
M. – È imprescindibile che l’idea iniziale provenga dal singolo (il brano può nascere da un’esperienza personale, da un viaggio, dal desiderio di esporre un pensiero) ma ancora una volta la condivisione è fondamentale per la buona riuscita della stesura. La discussione, oltre a permettere di focalizzare o di scoprire la migliore strada espressiva, crea i presupposti per permettere ad entrambi di sentirsi ‘autori’ del brano, cosicché da non venir meno all’aspetto fondamentale del nostro Guitar Duo ovvero la sinergia. Un aneddoto significativo è costituito dalla traccia “Viva Rakija” (omaggio a un interessante liquore scoperto durante la partecipazione a un festival chitarristico in Bulgaria) inizialmente proposta come un valzer in 3/4 e poi è diventata un pezzo funky-lounge in 4/4… questa scelta può essere interpretata come buona attitudine a mettere in discussione le proprie idee o come eccessiva confusione mentale!

E. – Riguardo agli originali il lavoro in parte cambia. Il nucleo principale di tema e accordi di solito viene scritto da uno dei due, poi insieme cerchiamo di lavorare il brano come se fosse stato scritto da un terzo. A volte, durante la fase di lavoro insieme cambiamo proprio l’intenzione generale del pezzo, aggiungiamo parti e modifichiamo anche armonia e melodia.
In questo disco io ho lavorato alla composizione di “You’re Wrong, I’m Right” (ai concerti saremo lieti di spiegare questo titolo curioso!) mentre Matteo ha scritto il nucleo di “Viva Rakija”. Ci risulta quasi impossibile scrivere completamente a quattro mani, la musica d’altronde nasce da un momento di ispirazione, un’esperienza, un viaggio o un istante a cui diamo particolare importanza che è intimo e personale. Credo che comporre completamente insieme ci porterebbe ad essere meno spontanei.

Bruskers-Guitar-Duo750(2)Come va il vostro rapporto con le accordature alternative? Continua a interessarvi poco questo tipo di sperimentazione?
E. – Eh, eh, domanda spinosa! Sappiamo che le accordature aperte amplierebbero ulteriormente le sfumature a disposizione, ma confesso che spesso impieghiamo talmente tanto tempo a lavorare sugli arrangiamenti che quasi abbiamo bisogno di restringere un po’ la tavolozza di colori. Usare accordature alternative, magari pure differenti tra di noi, potrebbe essere una bella possibilità, ma ancora non l’abbiamo esplorata. Esiste però un vincolo pratico molto importante. Con le corde in nylon l’accordatura è molto meno immediata e stabile che con le steel strings e quindi utilizzare accordature alternative nei concerti risulterebbe impossibile se non portandoci almeno due chitarre a testa, e nelle trasferte in aereo sarebbe difficile. Diversamente, si verrebbero a creare lunghi tempi morti di accordatura all’interno del concerto, ed è proprio quello che cerchiamo di evitare. Per lo stesso motivo spesso, ad esempio, ci alterniamo nelle presentazioni dei brani in base alle singole necessità di accordatura. Aggiriamo così imbarazzanti silenzi durante lo spettacolo. Spesso chi non è chitarrista non capisce tutte queste necessità di accordatura e finiremmo per annoiare.
Quindi da un certo punto di vista la scelta di non utilizzare accordature alternative è pure un’esigenza di spettacolo. Nel disco però, liberi da questi vincoli, pur non utilizzando accordature aperte o simili, abbiamo finalmente girato le chiavi delle meccaniche nei brani lenti “Fragile” e “Arirang”, suonandoli entrambi con le chitarre abbassate di un semitono per creare sonorità più avvolgenti e calde. Nel mio caso in “Arirang” utilizzo la sesta corda accordata in Re, nel disco è diventata quindi un Do#.

M. – Personalmente ho ancora qualche difficoltà ad applicare la strategia delle accordature aperte. Studio molto volentieri brani di altri autori scritti con i più disparati sistemi di accordatura e mi stupisco ogni volta degli impressionanti risultati sonori. Per lunghe settimane una delle mie chitarre è costantemente accordata in maniera ‘differente’ e con quella studio per diletto. Purtroppo il limite di non comprendere con precisione quello che sto suonando, relativo al fatto che non riesco ancora a sapere in tempo reale quali note le mie dita stanno producendo essendo la chitarra accordata differentemente, mi blocca. E’ un limite mentale che spero che il tempo mi porti a oltrepassare poiché riconosco che le accordature aperte rappresentano effettivamente un’altra dimensione, che è meritevole di essere presa in considerazione.

Il chitarrista fingerstyle affronta spesso generi musicali differenti. Ci sono cose che vi piacciono più di altre?
M. – Da sempre abbiamo cercato di includere diversi generi musicali nel nostro repertorio poiché non abbiamo preconcetti verso nessun tipo di espressione culturale. Arriviamo da background musicali differenti, ascoltiamo entrambi tanta musica e ognuno ha le proprie preferenze che spesso non hanno molto a che fare con la chitarra, quindi l’affermazione ‘ci piace tutto” è probabilmente vera. Cosa diversa è riuscire a includere questa vastità musicale nel nostro repertorio chitarristico: vi sono talvolta limiti espressivi del nostro strumento rispetto al brano che si vuole arrangiare. Un desiderio futuro potrebbe essere quello di includere brani tratti del repertorio classico, dato che più volte ci è stato domandato come mai non questo non capiti. E’ una scelta che un po’ ci intimorisce poiché è fin troppo facile inciampare in un risultato pacchiano. In Four Hands Party abbiamo cercato, prima volta per noi, di rivedere un brano approcciandoci a esso con una visione tipica della musica classica: la famosa “Fly Me To The Moon” ha un’introduzione (e un finale) che ricorda sonorità della musica barocca.

E. – Come dicevamo poco prima, la scelta dei brani del nostro repertorio varia tra diversi generi musicali. Riflette a volte le singole preferenze oppure ciò che piace a entrambi. Personalmente ho un background prevalentemente classico, ma ho sempre suonato anche altro, approfondendolo però da solo. Quando posso cerco di far emergere un po’ la mia formazione, inserendo qua e là alcune sonorità o tecniche non propriamente moderne o jazz.
Dal punto di vista tecnico invece credo che dalla mia impostazione sia evidente la mia provenienza dalla chitarra classica rispetto a Matteo, che è il più ‘moderno’ tra i due. Questo diverso background si riflette non solo nel modo in cui teniamo la chitarra, ma anche nelle scelte sonore, stilistiche o tecniche che facciamo. Matteo usa ad esempio molto spesso il palm muting, ha uno stile più ritmico rispetto a me e spesso solistico/accordale a seconda delle necessità, io utilizzo di più gli arpeggi e cerco di mettere un po’ di polifonia in quello che suono. Anche la costruzione dei nostri soli è differente. E’ ovviamente questo solo un aspetto, è ovvio che ognuno di noi in tanti anni di musica insieme è stato influenzato dall’altro, io ho modificato in parte la mia tecnica o le mie scelte e lo stesso è stato per Matteo.

bruskersSiete ‘reduci’ da due tour piuttosto impegnativi, prima in Corea e poi negli USA. Come è stata questa esperienza? Tra l’altro siete in procinto di ripartire, se non sbaglio…
E. – Le esperienze in Corea e negli USA sono state indubbiamente fantastiche. Certamente molto diverse, ma da entrambe ci siamo arricchiti molto e abbiamo avuto modo di confrontarci con un pubblico nuovo e molto differente rispetto a quello a cui siamo abituati. Il tour negli USA è stato il terzo e di tre settimane, più lungo rispetto ai precedenti, e ci ha portato a suonare anche in sale o auditorium stupendi. E’ stata sinceramente una bella soddisfazione e speriamo di tornarci molto presto. Conoscevamo un po’ meglio il nostro pubblico, ma abbiamo capito che ogni volta si scoprono cose nuove. Io ad esempio mi sono innamorato di New Orleans, è una città dove si respira musica continuamente.
In Corea è stata invece un’esperienza più breve, ma comunque molto intensa. Abbiamo suonato principalmente a Seoul, ma tutto era nuovo. Dal modo di applaudire ai concerti, al cibo, all’ordine quasi imbarazzante che abbiamo trovato ovunque, la Corea è stata una scoperta, una bella scoperta.

M. – Entrambi i tour sono stati entusiasmanti! La Corea del Sud è stata un’esperienza intensa poiché ci siamo confrontati con una cultura molto differente dalla nostra. È stato il coronamento del progetto che ci aveva coinvolto nella registrazione di due brani tradizionali coreani per un paio di compilation uscite lo scorso anno (Time After Time 5 & 6). Abbiamo svolto alcuni concerti nella capitale Seoul, gigantesca metropoli, al tempo stesso caotica e frettolosa ma sorprendentemente pulita e vivibile, imparando a capire la risposta del pubblico spesso timido e discreto, ma attento e rispettoso. Abbiamo avuto l’occasione di suonare “Arirang”, una sorta di inno nazionale coreano non ufficiale, e abbiamo visto le persone emozionarsi fin quasi alle lacrime: struggente. I brani (“I’m Seventeen Years Old” e “Arirang”) ci sono talmente piaciuti che li abbiamo registrati di nuovo per il nostro disco.
Il tour negli Stati Uniti è stato altrettanto gratificante e fecondo di emozioni. Quasi tre settimane di viaggio con numerosi concerti in luoghi strepitosi come il teatro “Le Petit Trianon” a San Jose, dove hanno suonato chitarristi strepitosi come Roland Dyens, i vincitori del GFA, il Brasil Guitar Duo, Eliot Fisk, oppure l’auditorium presso il “The Mint Museum” a New Orleans. Nel nostro viaggio abbiamo attraversato la California, il Nevada con la scintillante Las Vegas e la Louisiana restando affascinati e storditi dalla bellezza di New Orleans… la culla del jazz! Fra un po’ si riparte per un altro giretto in Aprile in Germania, ormai nostra seconda casa di concerti, e poi probabilmente un festival presso le Isole Canarie in Spagna a Ottobre.

Com’è vivere di musica ai tempi della crisi? È una domanda che faccio a tutti, visti i tempi che corrono…
M. – Vivere di musica è affascinante ma difficile. Affascinante poiché è per noi la realizzazione della fatidica domanda che ciascuno di noi si è sentito fare da bambino: «Cosa vuoi fare da grande?» Provate a immaginare qual era la nostra risposta! Vivere di musica è difficile poiché non vi è continuità, soprattutto qui in Italia (e per questa ragione stiamo intrecciando una rete di contatti in giro per il mondo). Noi siamo fortunati poiché siamo insegnanti di strumento presso la Scuola di Musica Fondazione C. e G. Andreoli (in provincia di Modena): è un impiego appassionante e gratificante che ci permette di avere comunque una sicurezza economica e la sufficiente libertà per proseguire nella nostra attività di musicisti.

E. – Ah, ah, che bella domanda! Quando me lo chiedono, io spesso rispondo così: a un mio allievo non consiglierei mai questa vita, ma ogni giorno ripartirei da capo nel mio percorso. Sicuramente è un modo di vivere che richiede grandissimi sacrifici. Da quando sei studente e i tuoi amici ti chiedono di uscire e tu devi rimanere a casa a studiare, ai compromessi che si fanno successivamente per cercare di conciliare al meglio le ore di insegnamento con lo studio necessario, al fatto di dover accettare che le proprie scelte di vita non siano sempre facili o accettabili per le persone che ci stanno vicine. È poi quasi imprescindibile il fatto che l’attività concertistica sia da abbinare a quella didattica. Personalmente credo che siano veramente in pochi, anzi in pochissimi, se parliamo di chitarristi, quelli che si possono permettere una vita fatta di soli concerti. Certo, è il sogno di ogni musicista, ma poi bisogna confrontarsi con la vita quotidiana. Per fortuna amo anche insegnare, quindi questa scelta non mi pesa. Certo se potessi ridurrei un po’ le ore di insegnamento!

Ora su cosa state lavorando? Quali saranno i vostri prossimi progetti?
E. – Ora abbiamo un disco da promuovere e portare dal vivo il più possibile! Negli USA abbiamo fatto i nostri primi dodici concerti dall’uscita del nuovo disco, speriamo ce ne siano anche molti di più in futuro. Poi, nei prossimi mesi, oltre ai festival e concerti in Italia torneremo di certo in Germania, dove troviamo sempre un’ottima e calda accoglienza. Presto inizieremo a pianificare il tour negli USA per il 2017 ed entro l’anno probabilmente torneremo anche in Corea del Sud. Dal punto di vista didattico stiamo lavorando al secondo volume del nostro libro Una Chitarra per… DUO, edito da Fingerpicking.net, e alla trascrizione dei nostri arrangiamenti, che spesso ci vengono richiesti. Purtroppo al momento ne abbiamo trascritti sono alcuni. È un lavoro molto lungo.

M. – Ora è il momento di promuovere in ogni angolo del pianeta il nostro nuovo disco! Progetto impegnativo… eh, eh. Una bella notizia che ci ha reso molto felici è comunque che Four Hands Party verrà distribuito da IRD (International Record Distribution) e quindi la possibilità di vedere il nostro disco sugli scaffali dei negozi è concreta.

L’ultima domanda è di rito sulla vostra strumentazione. So che ci sono state delle novità dall’ultima volta che ne abbiamo parlato.
M. – La novità principale è il fatto di essere passati entrambi a suonare chitarre Cordoba. Nel mio caso è stato un passaggio importante, poiché le differenze con la precedente silent guitar della Frameworks sono considerevoli. Sentire di nuovo il corpo dello strumento addosso è piacevole e fornisce un maggior controllo. Inoltre, adesso posso permettermi di esplorare anch’io, con pazienza, il mondo delle percussioni sulla chitarra! Siamo soddisfatti delle nostre chitarre e personalmente pure del sistema di amplificazione scelto ovvero il “Perlucens” di HeartSound del buon Roberto Fontanot. La ciliegina sulla torta, e in fatto di suoni siamo molto pignoli, è l’amplificatore One ForStrings 8 di ACUS Sound Engineering. Infine, e qui nulla è cambiato, da sempre entrambi adoperiamo le corde Savarez, che per il chitarrismo classico sono un must.

E. – Sì ci sono state parecchie novità dall’ultima volta. Ora utilizziamo entrambi chitarre Cordoba, abbiamo iniziato una collaborazione con questa interessante e dinamica azienda statunitense nel 2013. Io ho utilizzato per un periodo il modello C7 CE a spalla mancante, mentre da pochi mesi ho ricominciato a utilizzare una chitarra classica di forma tradizionale, è il modello C12. Per quanto riguarda gli amplificatori ora utilizziamo gli Acus, nel nostro specifico caso il modello One ForStrings 8. Credo che abbia un ottimo bilanciamento tra potenza e fedeltà. Si adatta molto bene alle nostre esigenze e ne siamo pienamente soddisfatti. Poi è un’azienda italiana, e questo ci fa molto piacere. Per l’inizio di questa collaborazione ringraziamo anche Aramini Strumenti Musicali. Le corde che utilizzo invece sono sempre le stesse: Savarez Corum, quindi al carbonio, nei modelli Alliance e Cantiga.

Mario Giovannini

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