Il decennale di Madame Guitar – In ricordo di Sergio Endrigo e John Renbourn

0
194

(di Andrea Carpi / foto di Riccardo Bostiancich) – Per la decima edizione di Madame Guitar, il direttore artistico Marco Miconi aveva immaginato di organizzare una rimpatriata tra gli artisti più graditi che avevano già partecipato al festival. Con l’improvvisa scomparsa di John Renbourn, che era stato tra i più apprezzati nell’edizione del 2009, sono però venuti a mancare i presupposti per un’iniziativa del genere. E si è tornati a un’impostazione più tradizionale, che prevede l’alternanza tra ritorni significativi e nuove scoperte, riservando uno spazio importante al ricordo di Renbourn e anche a quello di Sergio Endrigo, di cui ricorre il decimo anno dalla morte. Senza dimenticare un evento veramente speciale, come la partecipazione di Franco Cerri. Come di consueto, la rassegna si è svolta nel quarto fine settimana di settembre, da venerdì 25 a domenica 27 settembre, con concerti al teatro Garzoni di sera e nella centrale piazza Garibaldi nelle giornate di sabato e domenica, insieme alla mostra di chitarre di liuteria e alla mostra di dischi e di oggettistica da collezione.

L’apertura del concerto inaugurale del venerdì sera ha visto il ritorno del magnifico virtuoso di guitarra portuguesa, Custodio Castelo, che aveva incantato il pubblico del festival nell’edizione del 2013.

Madame-Guitar-1_Custodio-Castelo-&-Miguel-Carvalinho-con-Franco-Ori_7504
Custodio Castelo & Miguel Carvalinho con Franco Ori

In quell’occasione si era proposto come solista, impressionando in particolare per la sua potenza espressiva, la sua sensibilità interpretativa, la sua capacità di immedesimarsi anima e corpo con la musica eseguita; come dice lui stesso: «sono un musicista che parla con il suo strumento come con una signora, come un atto di affetto e amore». Quest’anno Castelo si è presentato in duo, e non era facile immaginare quale musicista avrebbe potuto figurare in qualche modo a pari livello con lui. Il chitarrista Miguel Carvalhinho, tuttavia, è sembrato proprio un partner musicale ideale per Custodio, con una simile intensità e un approccio paragonabile perfino nella postura e negli atteggiamenti, grazie anche all’affiatamento raggiunto in vent’anni di esperienze comuni. Castelo ha suonato una pregiata guitarra portuguesa ‘double face’ costruita da Oscar Cardoso, che su una cassa unita monta due manici rivolti frontalmente e posteriormente, a rappresentare l’uno il modello di guitarra di Lisbona e l’altro quello di Coimbra, associati rispettivamente allo stile del fado di Lisbona, di estrazione popolare, e di Coimbra, di estrazione colta. Carvalinho ha suonato invece una chitarra classica a 10 corde. E i toni squillanti della guitarra uniti alla dolcezza e profondità della 10 corde hanno assicurato una tessitura sonora di grande fascino per le evoluzioni dei due strumentisti, che hanno spaziato da un fado tradizionale verso preziose e articolate composizioni in movimento verso oriente, con accenti arabo-spagnoli e mediterranei, «direttamente dal cuore per il vostro cuore».
Mentre sul fondo del palco il pittore Franco Ori stava realizzando un grande e vivido ritratto di John Renbourn, la seconda parte della serata è stata consacrata interamente all’omaggio al grande chitarrista britannico, con tre musicisti che hanno rappresentato ciascuno un aspetto particolare della sua eredità musicale.

Reno Brandoni
Reno Brandoni

Reno Brandoni ha intrecciato intimamente, com’è sua consuetudine, i propri brani musicali con i suoi racconti di vita, riferiti per l’occasione al periodo del sodalizio tra Renbourn e Stefan Grossman, iniziato nel 1978 quando la loro prima tournée in duo attraversò anche l’Italia. Fu quello un periodo molto fecondo, l’incontro di due musicisti assai diversi tra loro, che decisero di unirsi dando vita a qualcosa di nuovo per la chitarra acustica. Reno ne fu un giovanissimo e fortunato testimone, poiché – dopo aver preso lezioni da Grossman, che a quei tempi si era stabilito vicino Roma – ebbe l’onore di iniziare ad accompagnarli come musicista spalla nelle loro tournée italiane per una decina di anni. E così i suoi ricordi si sono dipanati dalle prime esortazioni di John e Stefan, affinché trovasse una propria voce musicale per distinguersi da loro, a quando suonava in concerto la base di “Mississippi Blues”, per dare più libero sfogo alle loro improvvisazioni; dai momenti di confidenza con John sui propri amori giovanili, al comune amore per la pesca in barca, fino alla sorpresa di “Bella terra” da Palermo Snow, composizione che John aveva voluto dedicare alle esclamazioni di soddisfazione di Reno verso la propria terra di origine, quando i loro viaggi li portavano in direzione della costa siciliana.
Ljubo Majstorović è un chitarrista che lo stesso Renbourn segnalò a Marco Miconi, dopo averlo conosciuto a metà degli anni ’80. È nato a Dubrovnik in Croazia, dove ha studiato musica classica fin da bambino, e si è trasferito successivamente in Svizzera, dove ha studiato jazz fino a conquistare un premio nazionale con un suo trio.

Ljubo Majstorovich
Ljubo Majstorovich

Interessato alla world music e all’improvvisazione, è un musicista schivo, che compone preferibilmente per il teatro e il balletto, e non è particolarmente incline a esibirsi in concerto o a registrare la propria musica, pur gestendo uno studio di registrazione. A Tricesimo ha suonato una piccola chitarra elettrica autocostruita, collegata con il computer a un sistema di effetti e in grado di riprodurre anche il suono della chitarra acustica. Ha eseguito lunghe e articolate composizioni di atmosfera, dal carattere di colonne sonore, ricche di arpeggi fingerstyle virtuosistici e improvvisazioni, tra cui l’inedita “Dubrovnik After Dark”, ispirata al bombardamento di Dubrovnik del 1991, e due brani come “Spinning the Thread of Life” e “Ballad”, presenti nel disco antologico The International Guitar Festival (Acoustic Music Records, 1994), dove figurano anche chitarristi come lo stesso Renbourn, Pierre Bensusan, Tim Sparks e Peter Finger. In definitiva, in questo ricordo dedicato a Renbourn, Majstorović ha dato l’impressione di evocarne in qualche modo il lato più contemporaneo, più aperto alle sperimentazioni e ai toni jazzistici, come nei Pentangle di Reflection o nei primi spericolati duetti con Bert Jansch.

Wizz Jones
Wizz Jones

Negli ultimi tre anni Wizz Jones e John Renbourn avevano intrapreso parecchi tour insieme. E Wizz, quella maledetta sera del 25 marzo scorso, aveva atteso John invano, in quel locale di Glasgow dove doveva tenersi il loro concerto. Durante quei tour avevano anche registrato il materiale per un loro disco insieme, che speriamo possa essere pubblicato. Dovevano inoltre suonare insieme anche qui al teatro Garzoni, ma ora a Wizz non rimane che celebrare la memoria del suo stimato collega di una vita, che aveva conosciuto in un club nel lontano 1963, sbalordito da come quel giovane ragazzo sapeva suonare certi brani di Davey Graham. Avevano partecipato entrambi all’edizione 2009 di Madame Guitar, e in quell’occasione Renbourn aveva tenuto anche un memorabile seminario intitolato Blues to Fingerstyle Guitar, dedicato alla genesi dello stile chitarristico che diede l’impronta al cosiddetto folk baroque britannico. Ebbene, nel suo concerto di quest’anno, Wizz è parso proprio incarnare quel glorioso periodo fondativo, descritto così bene da John: è partito dal basso monotonico di “Glory of Love” di Big Bill Broonzy, uno dei primi e più influenti bluesman ad essersi esibito in Gran Bretagna, passando poi per il basso alternato di “Got the Blues, Can’t Be Satisfied” di Mississippi John Hurt, fino all’adozione delle invenzioni stilistiche di Davey Graham, come nell’arrangiamento che quest’ultimo fece di “Sermonette” di Cannonball Adderley nel proprio album The Guitar Player del 1963, per approdare al trasferimento di tutte queste tecniche nella composizione di canzoni originali, come “National Seven” di Wizz Jones e Alan Tunbridge, ripresa da Renbourn nel suo primo album del 1965. Il set si è avviato alla conclusione con due canzoni che Wizz e John cantavano insieme in tour: “Strolling Down the Highway” di Bert Jansch e “Cocaine Blues” dal repertorio di Reverend Gary Davis.

Il secondo concerto del sabato sera è stato aperto da un frizzante Andrea Valeri, che abbiamo già incontrato in piena attività ad Acoustic Franciacorta, ma che qui a Madame Guitar si è speso fino all’inverosimile.

Andrea Valeri & Friends
Andrea Valeri & Friends

Tra il pomeriggio di venerdì e la mattina di sabato ha tenuto due incontri-seminari che hanno destato entusiasmo tra i partecipanti, i ragazzi di due scuole medie rispettivamente di Udine e Tricesimo. E dopo il concerto serale, nella mattinata di domenica, ha presentato in piazza Garibaldi quella che è la sua grande novità, il progetto Andrea Valeri & Friends, band di amici con Luigi Nannetti al flauto traverso, Roberto Cecchetti al violino, Andrea Caggiari al basso e Giacomo Bacelloni alla batteria. A parte la preparazione e la serietà dei giovani amici, colpisce ancora una volta la lucidità delle scelte professionali di Andrea, che ha saputo costruire un ensemble perfettamente aderente alla propria dimensione musicale, mantenendo saldamente al centro il ruolo melodico-armonico della sua chitarra fingerstyle, accompagnato da due strumenti melodici dal temperamento diverso, caratterizzanti ma non invasivi, e da una ritmica sufficientemente solida senza strafare. Il risultato, applicato alle brillanti composizioni di Andrea che conosciamo, è stato di sicuro effetto.
Come già in Franciacorta, sia nel concerto in teatro che in quello in piazza, Valeri ha poi chiamato sul palco il suo ‘babbo’ australiano Michael Fix, che a sua volta ha portato con sé in tour il figlio ventitreenne Adrian al cajon e allo stomp box, con il quale ha inciso il suo ultimo album Fix.

Adrian & Michael Fix
Adrian & Michael Fix

In entrambi i set il pubblico ha apprezzato con calore.
Tornando al concerto serale, è stata poi la volta di Paul Metsers, vecchio pallino di Marco Miconi, tra i suoi preferiti in quel gruppo di musicisti britannici poco noti da noi, che fin dai primi tempi del Folkest – a partire dal 1979 quando si chiamava ancora Fieste di Chểnti – venivano a suonare con una certa regolarità in Friuli.

Paul Metzers
Paul Metzers

Nato in Olanda e cresciuto in Nuova Zelanda, Metsers venne a stabilirsi in Inghilterra nel 1980, quando la sua canzone “Farewell to the Gold” fu portata alla notorietà da Nic Jones, uno dei più stimati cantanti e chitarristi folk inglesi, che purtroppo da lì a poco avrebbe dovuto interrompere la sua carriera per lunghissimo tempo, in seguito ai postumi di un grave incidente stradale. Tra il 1981 e il 1987 Metsers incise cinque album di canzoni originali, nello stile tipico dei singer-songwriter emersi dal folk revival britannico, come ad esempio Ralph McTell e Allan Taylor, e con testi importanti legati spesso a temi ambientali. Nel 1989, però, per poter stare più vicino alla famiglia, decise di smettere di far musica e cominciò a fare il falegname e a costruire giocattoli per bambini. Da allora è sparito dalle scene, finché Miconi non è riuscito a ritrovare tracce di una sua saltuaria attività musicale locale e ha insistito per invitarlo a Madame Guitar, riuscendoci alla fine. La mia prima impressione, ascoltandolo suonare al teatro Garzoni, con quel suo aspetto gioviale, comunicativo e limpido, è stata di associarlo a quella tradizione e a quel contesto culturale che fanno capo a un folksinger come Pete Seeger, in particolare per il costante invito a partecipare al canto che Metsers ama rivolgere al pubblico. Le sue canzoni, infatti, sulla scia della lezione di Woody Guthrie, sono raffinate ma dirette, e i suoi ritornelli sono sempre sufficientemente semplici e brevi per poter essere ripresi facilmente; come il ritornello di “Riversong”, per esempio: «Flow river, slow river / Lifegiver, long liver / Flow river, slow river / Carry me home». I suoi accompagnamenti di chitarra, d’altra parte, non sono mai banali e fanno spesso ricorso ad accordature aperte e alternative, come il drop D (DADGBE) e l’open G (DGDGBD) in “A Song for You at Last”, l’open C (CGCGCE) in “Say you will”, EADGBC in “Peace Must Come” o EADGCC in “Need for Wings”. Da quando ha deciso di smettere di suonare in pubblico, non per questo però ha deciso di smettere di scrivere canzoni, così abbiamo potuto ascoltare anche nuove canzoni inedite e attuali, come “Lampedusa” sul viaggio di una famiglia di rifugiati dalla Libia verso Lampedusa, o “Freedom”, dedicata a Aung San Suu Kyi. In conclusione del concerto, ripreso anche nel pomeriggio di domenica in piazza, Metsers ci ha regalato infine la sua ultima canzone in ‘anteprima mondiale’, “Sweet Swallow” sulle migrazioni delle rondini, con il ritornello da cantare in coro: «May you survive sweet swallow, may you survive».
La serata si è poi conclusa con un set molto speciale. Antonio Forcione non è nuovo ai nostri festival di chitarra acustica; personalmente, l’ho visto più volte in veste di solista e una volta in duo con il percussionista brasiliano Adriano Adewale qui a Madame Guitar nel 2011, ma non mi era ancora capitato di assistere all’esibizione dell’Antonio Forcione Quartet al completo, oltre che con Adewale anche con la violoncellista di origine nigeriana Jenny Adejayan e il brasiliano Matheus Nova al basso acustico: una miscela di atmosfere latine e africane che rappresenta al meglio l’universo musicale del chitarrista.

Antonio Forcione Quartet
Antonio Forcione Quartet

Antonio poi era in grande forma e, appena più loquace del solito, in vena di dediche significative: “Tears of Joy” dall’album omonimo, «dedicata al grande Paco de Lucía»; “Madiba’s Jive” da Sketches of Africa, «in tributo a Nelson Mandela», così come “Song for Zimbabwe”, «dedicata a tutta la bella gente che abbiamo incontrato in quel paese, eccetto il signor Robert Mugabe». Per concludere con la strepitosa “Tarantella” da Touch Wood, dove il violoncello di Jenny Adejayan sembrava evocare a tratti i passaggi del violinista-terapeuta Luigi Stifani nella famosa “Pizzica tarantata” di Nardò in Puglia, registrata nel 1966 dagli etnomusicologi Diego Carpitella e Roberto Leydi; come ha sottolineato Antonio: «una tarantella suonata da una musicista nigeriana nata a Londra mi dà ancora più soddisfazione!» E poi, tra gli applausi, giusto il tempo per annunciare che «a novembre a Londra faremo un tributo al grande Pino Daniele con il bravissimo cantante Benito Madonia».
Dopo l’anteprima del chitarrista Faustino Fernandez il giorno prima in piazza, in trio con Tomas Navarro alla seconda chitarra e Daniel Lopez al cajon, il terzo e conclusivo concerto serale di domenica si è aperto con il Cuarteto Faustino Fernandez al completo, con l’aggiunta di Angel Valdegrama alle tastiere.

Cuarteto Faustino Fernandez
Cuarteto Faustino Fernandez

Il flamenco non esiste soltanto nei grandissimi nomi, ma è una fucina continua di artisti di altissimo livello. E non a caso l’Unesco, alla fine del 2010, ha finalmente inserito il flamenco nella lista rappresentativa del “Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità”. È quello che Fernandez, originario della Murcia nel Sud-Est della Spagna, ha voluto sottolineare con fierezza e, soprattutto, con la completa assunzione di responsabilità da parte sua e dei suoi compagni come musicisti consapevoli del proprio ruolo culturale e sociale: «Adesso che il flamenco è diventato patrimonio dell’umanità, è importante divulgarlo e farlo conoscere fuori dalla Spagna, insegnarlo come si studia al Conservatorio la musica classica, il jazz, il blues, non solo in Spagna ma anche all’estero». E i quattro musicisti si sono dimostrati del tutto all’altezza della situazione. Accanto ai palos più classici del flamenco, come la “Bulería” e la “Granaína”, ricordiamo il tipico esempio di ‘andata e ritorno’ con l’arrangiamento della canzone messicana “Besame mucho” e l’entusiasmante finale di “Entre dos aguas” in omaggio a Paco de Lucía.

Luca Stricagnoli
Luca Stricagnoli

Fa una certa impressione, guardando la copertina della pagina Facebook di Luca Stricagnoli (ho imparato dalla sua voce che il cognome si pronuncia con l’accento sulla ‘o’…), notare tra i suoi concerti di questo periodo due sole date italiane, tra cui questa di Tricesimo, accanto a una lunga lista di date in Inghilterra, Russia e Germania. Ma quando decideremo di prestare attenzione ai giovani talenti che ci crescono in casa? Luca è un fenomeno, per la sua tecnica chitarristica, per la sua tenuta del palco, per la sua fantasia nell’arrangiare nei minimi dettagli brani famosi, senza ricorrere a basi e loop di sostegno, ma anche per le sue promettenti composizioni originali come “The showman” e “Somewhere”. E poterlo vedere dal vivo, non soltanto nei video pubblicati dalla CandyRat, è importante per rendersene conto veramente, ne è una conferma definitiva. Sul palco si è presentato con sei chitarre, perlopiù della liuteria Serracini di Ciampino: tre gli sono servite per il tema principale de “L’ultimo dei Mohicani”, con l’archetto in una mano; e cinque, se ho contato bene, per “Misirlou” di Dick Dale da Pulp Fiction, con un coltello da cucina, una scatola di sardine e i piedi senza scarpe.

Arriviamo così all’evento clou dell’intero festival, con Franco Cerri & Antonio Onorato. Cerri, l’icona senza tempo del jazz italiano, dopo una giornata passata in studio a Udine per registrare un nuovo disco con Onorato, ha dato inizio alla mattinata di domenica con la presentazione nella sala del Municipio del suo libro autobiografico Sarò Franco, scritto in collaborazione con Pierluigi Sassetti, nonché della sua nuova splendida chitarra Suprema costruita da Mirko Borghino, presente per l’occasione.

Antonio Onorato e Franco Cerri
Antonio Onorato e Franco Cerri

Ad aprire il set nel concerto serale è stato poi Antonio Onorato, esponente affermato di un jazz italiano di nuova generazione, aperto alla sperimentazione e alle musiche del mondo: su una chitarra acustica in accordatura alternativa, per assecondare i caratteri modali e partenopei del brano, ha presentato una lunga reinterpretazione piena di fascino della celebre canzone napoletana “Tammurriata nera”, musicata da E. A. Mario nel 1944. Quindi ha chiamato sul palco Cerri ed è iniziata così una raffinatissima e gentile jam session, attraverso una carrellata di standard scelti all’impronta in perfetto stile jazzistico, con “Corcovado”, “Someday My Prince Will Come” e tutte le altre. Una grandissima emozione.
Altrettanto emozionante il finale, dedicato a celebrare i dieci anni dalla scomparsa dell’indimenticabile Sergio Endrigo, che coincidono con i dieci anni di vita di Madame Guitar. Con il ritratto gigante del cantautore, dipinto il giorno prima da Franco Ori e già sistemato sul palco, è salita in scena la solare e simpaticissima figlia di Sergio, Claudia Endrigo, che ha esordito dicendo: «Proverò a cantare, visto che oltre che molto emozionata, non faccio la cantante di professione e per di più sono influenzata».

Claudia Endrigo
Claudia Endrigo

E, per cominciare, ha scelto una canzone meno nota ma tra le sue preferite, la title track dell’ultimo album in italiano del padre, “Altre emozioni” del 2003, accompagnata per l’occasione da Andrea Valeri & Friends. Poi «la canzone simbolo di papà», “Io che amo solo te”, con il coro del pubblico e la chitarra di Valeri. E infine la rituale “Madame Guitar”, che lei stessa ha permesso di usare come titolo ed emblema del festival, con tutti i musicisti sul palco ad abbracciare la sua esecuzione, sempre con la chitarra di Andrea.

Madame Guitar non è, per sua fortuna, solamente un festival a teatro: come abbiamo già accennato, c’è una parte abbondante di musica in piazza, quella parte che è servita a Tricesimo per far comprendere ai non addetti ai lavori che un festival di chitarra non è solo per gli specialisti, ma che ognuno può trovare un artista, un brano, un momento di ispirazione altrui che fa bene anche a sé. E così, anno dopo anno, la piazza è sempre più affollata, i dischi acquistati dal pubblico più diverso sono sempre più numerosi e – da quanto ci ha detto Marco Miconi – del festival si parla sempre di più e durante tutto l’anno, con richieste di riascoltare artisti già stati al festival o di anticipazioni sulle novità della prossima edizione. Anche quest’anno c’era gente in piazza sin da sabato mattina, nonostante poche gocce di pioggia avessero indotto gli organizzatori a ripiegare sotto la loggia del Municipio per i due set previsti. A ciò si è aggiunto anche il simpatico – e ormai quasi abituale – contrattempo di un matrimonio (del resto i sabati di settembre sono sempre gettonatissimi!), proprio in Municipio e proprio a quell’ora, ed è stato curioso vedere sposi e invitati sfilare tra i musicisti da un lato e il pubblico seduto dall’altro.

Interessanti e tecnicamente molto bravi i Sybell (Cristina Spadotto e Federico Stefanutti), friulani e al primo concerto in veste acustica, dopo un’importante esperienza della Spadotto all’Elettrika Rock con la formazione femminile Pink Armada.

Sybell
Sybell

Dal canto suo Valter Tessaris, ancora una volta, ha posto al pubblico l’interrogativo di come un chitarrista così bravo non abbia il riscontro che si merita. A meno che non sia lui stesso a schivare i riflettori e continuare a fare il busker.

Valter Tessaris
Valter Tessaris

Pomeriggio con il sole e allora l’impianto ritorna in piazza e permette al pubblico, più numeroso della mattinata, di ascoltare nelle migliori condizioni la brillante sequenza di chitarristi previsti dal programma: dalle interessanti e convincenti cover di brani rock di successo da parte di Gavino Loche, all’inaspettata qualità tecnica e specialmente del canto di Matteo Bognolo, in arte Matteo E. Basta; grande slide e una voce che si prende rischi con decisione, ha emozionato il sempre più attento pubblico nell’esecuzione di suoi brani originali, che vorremmo poter risentire al più presto. E poi Alberto Ziliotto, cresciuto moltissimo nello stile e nella qualità della proposta chitarristica rispetto a esibizioni precedenti, specialmente al suo primo incontro in punta di piedi con Madame nel 2010.

Gavino Loche
Gavino Loche
Matteo E. Basta
Matteo E. Basta
Alberto Zillotto
Alberto Zillotto

Nel pomeriggio di domenica Gianfranco Lugano, tecnico del suono responsabile della musica in piazza, si è generosamente offerto di sostituire i previsti Esmeralda & Lillo, assenti per indisposizione. Originale e versatile multistrumentista di Tricesimo, ha suonato con gruppi storici friulani come il Grop Tradizionâl Furlan e gli Strepitz, costruisce strumenti come l’arpa celtica, cornamuse, pive e una mandola tenore. Interessante il repertorio proposto: una “Allemande” di Giorgio Mainerio, trascrizione di pezzi popolari in voga nel ’500 in Friuli, sulla mandola; “Il nuovo mondo”, composizione originale di stile ‘romantico’ su base di pianoforte; “Il figlio del mare” dal suo album Est, sul baglama con base; e la rinascimentale “Contradinetta” sulla mandola.

Antonello Fiamma è un altro più che promettente giovane virtuoso: vincitore del premio ADGPA al miglior chitarrista emergente, che gli ha permesso di suonare al Festival Guitare di Issoudun in Francia, è guardato con attenzione dalla CandyRat e dalla Cole Clark, di cui suona una Triumph2 nuova fiammante. Tra cover di brani famosi e brani originali pubblicati nel suo EP autoprodotto The Round Path, ci hanno colpito in particolare i suoi arrangiamenti in picking con walking bass di due successi dello swing italiano: “Un Bacio a Mezzanotte” di Gorni Kramer e A. Rizzi, e “Perduto amore (in cerca di te)” di Testoni e Sciorilli.

Antonello Fiamma
Antonello Fiamma

Infine il Trio Bisiak-Giangaspero-Zullian, formato da Tommaso Bisiak al flauto traverso, Sergio Giangaspero alla chitarra e Andrea Zullian al contrabbasso, ci hanno condotto in un viaggio tra Brasile e Argentina, con composizioni di Pixinguinha, Machado, Nazareth e soprattutto l’integrale Histoire du tango di Astor Piazzolla, con “Bordello, 1900”, “Cafe, 1930” e “Night Club, 1960”.

Trio Bisiak Giangaspero Zullian
Trio Bisiak Giangaspero Zullian

Andrea Carpi

Grazie a Marco Miconi per aver colmato alcune lacune informative.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui