Didattica ignorante? – 1

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Acoustic Franciacorta 2007 (photo by Elio Berardelli)

(foto di Elio Berardelli)

1. «Le lingue dal punto di vista fonetico sono migliaia, mentre dal punto di vista psicologico ne esistono solo due: la lingua materna o primaria e tutte l’altre lingue messe insieme o seconde».
«[…] la lingua più profonda e nobile è quella lingua che la mamma trasmette con naturalezza al figlio».
(Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, 1953)
2. «I limiti della mia lingua sono i limiti del mio mondo».
(Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6, 1921)

Non scomoderò ulteriormente Ludwig Wittgenstein, né mi occuperò di pedagogia, eppure partirò dal bambino. Nessuno ha mai avanzato l’ipotesi che un bambino, per parlare, possa prima imparare le complesse regole della grammatica e della sintassi. Si richiedono almeno cinque anni di “look and learn” o, meglio, di “listen and learn” nell’ambito, essenzialmente, familiare.
L’importanza di quella che chiameremo la “lingua materna” è tale da farci riconoscere, ad esempio, che il nostro Presidente della Repubblica, persona di grande esperienza politica, culturale e di vita, è nato a Napoli, o lì vicino.
Per chi, come me, ha vissuto in città nelle quali si parlano dialetti differenti, è naturale l’osservazione che nessuno, colto o ignorante, sbaglia una sola espressione dialettale e, nei rari casi in cui si cade in errore, ci si rivolge ai ‘vecchi’ per farsi correggere. La profondità di quel linguaggio sta nell’essere trasmessa da un esempio costante, ripetuto, all’inizio della nostra vita ‘fonetica’, nelle fasi finali della maturazione del nostro Sistema Nervoso Centrale.
Se riconosciamo che la musica è paragonabile ad una lingua, potremmo trasferire alcuni concetti importanti dalla didattica linguistica alla didattica musicale, e ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore: non cerchiamo di insegnare la grammatica a chi non sa parlare. In questo modo ci hanno insegnato l’inglese, e non l’abbiamo imparato, nella scuola media. In questo modo ci hanno insegnato il latino e il greco al liceo, e certo non abbiamo imparato a parlare l’uno, né l’altro. Nel caso delle lingue morte, non c’è neanche la possibilità di ricevere dei credibili esempi.
Una persona di media cultura e di medio comportamento utilizza, a seconda del contesto, un linguaggio confidenziale ed uno formale, che assomiglia di più a quello imparato sui libri. Per “contesto” intendo, molto più degli interlocutori, l’argomento di cui si parla: difficilmente si discute di matematica, medicina o filosofia, in un linguaggio confidenziale o in dialetto. Come difficilmente si utilizzerà la migliore forma italiana nel raccontare una barzelletta. Perché?
La risposta che provo a dare è multipla: da una parte, l’inadeguatezza del linguaggio familiare o vernacolare ad una materia scientifica, umanistica o, insomma, colta. Dall’altra, la maggiore efficacia di un linguaggio spontaneo, spesso colorito in sé, per un contenuto confidenziale. Da una parte, il riferirsi con frequenza a ciò che si è letto, dall’altra riferirsi più spesso a ciò che si è ascoltato. Da una parte, cercherò di essere preciso, spesso preparerò le mie relazioni con cura, a volte scrivendole prima per verificarne la correttezza, e dall’altra mi curerò soltanto dell’efficacia e della suggestione di ciò che dirò, sarò spontaneo accettando il fatto che potrei commettere degli errori e che il rapporto con l’ascoltatore è informale.
Da una parte l’accademia, dall’altra la tradizione popolare. Da una parte, la lingua materna, dall’altra le lingue “seconde”.
Se è vero che un Accademico della Crusca si può permettere di parlare in dialetto nel suo privato, è altrettanto vero che non è plausibile che una persona che parla un dialetto e non abbia studiato l’italiano decida di parlarlo in un’occasione pubblica, e ci riesca. Sarebbe, dunque, vero che, se accettiamo il secondo suggestivo punto della citazione di Wittgenstein, chi studia ha un universo meno limitato di chi non lo fa. Francamente, ne sono convinto, anche se ho delle riserve sul campo di applicazione di questa massima, e ve ne parlerò.

Nella prossima blog entry cercherò di riferirmi più specificamente ai generi musicali e all’insegnamento secondo me appropriato, ovviamente sempre… con ‘ignoranza’.

(photo by Elio Berardelli)

1. «From the point of view of phonetics there are thousands of languages, but from a psychological viewpoint there are only two – your native tongue, or primitive language, and all the other languages put together, or second languages.»
«[…] the most profound and noble language is the one a mother naturally bestows on her child.”
(Ludwig Wittgenstein, Philosophical Investigations, 1953)
2. «The limits of my language mean the limits of my world.»
(Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6, 1921)

I won’t disturb Ludwig Wittgenstein any further, nor will I occupy myself with the science of education, and yet I will start with the child. No-one has ever put forward the hypothesis that before a child speaks, he/she should learn the complex rules of grammar and syntax. To learn a language, it takes at least five years of ‘looking and learning’, or rather ‘listening and learning’ within an environment that is in essence that of the family.
The importance of what we call our “native tongue” is such that we immediately recognize that the President of our Republic, for example, a person of great political, cultural and general experience, was born in Naples or nearby.
For people like me who have lived in cities where varying dialects are spoken, it’s natural to observe how no-one, whatever their level of education, ever makes a mistake in a phrase in their dialect and, in the rare cases where an error is made, they look at the ‘elderly’ to correct them. The depth of a dialectical language lies in its being transmitted through constant repeated examples from the beginning of our ‘phonetic’ life, during the final phases of the maturation of our central nervous system.
If we recognize the fact that music is comparable to a language, we can carry several important concepts across from linguistic didactics to musical didactics, and there is one concept in particular which is especially dear to me – let’s not try to teach grammar to those who can’t yet speak. This is how they taught us English at secondary school, and we haven’t learnt how to speak it yet. This is how they taught us Latin and Ancient Greek at high school, and we certainly haven’t learnt how to speak that either. In the case of a dead language, we don’t even have the chance of receiving credible examples.
Someone of average culture and average behaviour uses a formal language that is similar to the one used in books, as opposed to a more relaxed language according to the context. By “context” I don’t mean who we are speaking to so much as what we are speaking about. It’s unlikely that someone will use an everyday or dialectical language to discuss mathematics, medicine or philosophy, just as you wouldn’t use Queen’s English to tell a joke. Why not?
The answer I want to give is multi-faceted. On the one hand, there is the inadequacy of a familiar or vernacular language to deal with scientific, humanistic or cultural subjects. On the other hand, a spontaneous language, which is often coloured in itself, can be more effective for an intimate setting. On the one hand, we are referring for the most part to things we have read; and on the other hand, more often than not, we are referencing things we have heard. On the one hand, I will try to be precise and may well prepare what I have to say carefully, sometimes making a written note first to check its accuracy; while on the other hand I am only worried about the forcefulness and suggestiveness of what I say, so I prefer to be spontaneous and accept the fact that I may make some mistakes and that my relationship with my listener is an informal one.
On the one hand there is the academic world, and on the other hand the everyday life of the people. On the one hand our mother tongue, and on the other hand our “second” languages.
While it’s true that a high-brow academic may allow themselves to speak in dialect in private, it’s equally true that it’s not plausible for someone who only speaks in dialect and who has never studied Italian [or English in our case] to decide to speak it on a public occasion and manage to do so. It would therefore be true that if we accept the second suggestive quotation from Wittgenstein, whoever studies has a less limited universe than whoever does not. To be perfectly honest I am certain this is true, even though I personally have some reservations about this maxim’s field of application, and I’ll speak more about that later.

In my next blog entry, I’ll link my argument more closely to musical genres and discuss what kind of teaching methods I consider to be appropriate, obviously once again… with great ‘ignorance’.

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