Del talento e del mestiere

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(foto di Elio Berardelli)

(di Reno Brandoni) – Ricordate quel film in cui l’attore, bussando alla porta dell’indovino, riceveva un timido: «Chi è?» La risposta del protagonista, ovvia ed esilarante, era: «Cominciamo bene!» Sembrava una gag, invece quella scena racchiudeva molto della nostra epoca.

Brandoni-Berardelli-thumbAnalizziamola insieme. Se sei un indovino, per definizione non dovresti porre domande, ma dare solo risposte. Se invece il tuo lavoro è solo un ‘mestiere’, cerca almeno di essere professionale. A chi bussa rispondi semplicemente: «Avanti!»
Riassumo: o hai i poteri vantati, o hai la professionalità per ‘esercitarli’…
Portiamo il tutto sulla chitarra: o hai talento, o hai professionalità. Talune volte hai entrambi, ma qui entra in funzione il fattore 3 C, in cui la prima C indica una parte anatomica del corpo, e le altre due… la stessa identica parte!
Il talento si ha come dono. La professionalità si acquisisce col duro lavoro. Non so dirvi quale sia meglio, ma entrambe portano al medesimo risultato: avere qualcosa da comunicare. Molti continueranno a dire che talento e professionalità possono convivere, certo. Ma sarebbe come avere la moglie bella e ricca, o la botte piena e la ‘solita’ moglie ubriaca… Poi, a cosa serva la moglie ubriaca non l’ho mai capito: alla mia di solito viene sempre un gran mal di testa, preannuncio di una forzata ‘notte bianca’.
Conosco musicisti che scrivono cose meravigliose, ma non conoscono il nome delle note. Altri, invece, che sono in grado di realizzare arrangiamenti complessi scrivendo le parti per tutti gli strumenti, senza neanche avere a disposizione uno strumento, ma utilizzando esclusivamente la loro immaginazione e il suono prodotto dal loro cervello.
Fantasia, arte, stile. Ma soprattutto presunzione e sicurezza, voglia di osare avendo fiducia nelle proprie intuizioni. Infatti il semplice brano o il sofisticato arrangiamento possono essere banali o geniali: lì sta proprio la differenza tra il vero musicista… e l’indovino che chiede: «Chi è?»
Sono annoiato dagli sviluppi armonici ovvi, ma anche da quelli eccessivamente complessi e presuntuosamente pretenziosi. Non per forza bisogna suonare ‘difficile’ per dire qualcosa. E non per forza devo suonare lento e in minore per evocare un po’ di romanticismo. Devi suonare per raccontarti. Solo allora potrai sembrare banale o interessante. Ma fammi sentire chi sei, non nasconderti dietro un’inutile curata esibizione di te stesso. Sii te stesso, con il rischio che questo comporta.

La musica può essere professione o divertimento. Ma di sicuro è arte e come tale va gestita e giudicata. Un brutto quadro credo sia facile da comprendere. Un’opera futuristica forse farà più fatica a esprimere il proprio potenziale, ma alla fine riuscirà ad emergere.
La chitarra, raccontata da insistente ‘tamburellare’, spesso nasconde note dietro un’esposizione clownesca di abilità ed esercizio, che poco hanno a che fare con la musica. Per cui, evitate di bussare sulla vostra chitarra quando non è propriamente necessario; correreste il rischio di sentirvi rispondere un inaspettato: «Chi è?»
Buon fingerpicking!

Reno Brandoni

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