sabato, 1 Ottobre , 2022

Joachim Cooder

Joachim Cooder

Il suono del passato è ancora vivo

di Irene Sparacello

È uscito lo scorso ottobre l’album dal titolo Over That Road I’m Bound, debutto con la Nonesuch Records. Joachim Cooder, californiano classe ’78, polistrumentista e ricercato percussionista, può vantare nella sua ventennale esperienza la partecipazione alle famose session del Buena Vista Social Club e al tour che ne seguì. In questo suo terzo album dopo Love on a Real Train (2012) e Fuchsia Machu Picchu (2017), ha rielaborato alcune canzoni di Uncle Dave Macon – figura chiave nell’evoluzione della musica americana del secolo scorso, suonatore di banjo, cantante, compositore e comico – accompagnandosi con una mbira elettrica sviluppata su cinque ottave dalla Array Instruments. Ha suonato con lui la sua band, il cui elemento di rilievo è il padre, il grande chitarrista Ry Cooder, che qui suona anche il banjo, il basso e fa pure da backing vocalist. Abbiamo raggiunto Joachim telefonicamente nella sua casa nel cuore della California.

Come stai, Joachim? Tu ti trovi in California, in uno degli angoli del mondo che preferisco. Luoghi dell’anima, lontano dalla frenesia turistica.

«Sto bene, grazie, e mi fa piacere sentire questo tuo apprezzamento. Tu in che parte dell’Italia ti trovi?»

 Vicino Modena. Guardo fuori e vedo solo nebbia.

«Oh, deve essere meraviglioso! Non appena si potrà ricominciare a viaggiare mi fiondo lì!»

 Anche a me fa piacere sentire questo, e nonostante fosse una domanda che avevo preparato per la fine dell’intervista, te la faccio ora: qual è il tuo rapporto con l’Italia?

«Prima di tutto, ho lontane origini italiane. Da parte di mio padre. Sua madre, mia nonna paterna, è arrivata in California da bambina, assieme ai suoi genitori e a mio zio, e si stabilirono a Santa Barbara.»

 Di quale parte dell’Italia sono originari?

«Oddio, non ricordo esattamente… Sai cosa faccio allora? Aspetta un attimo che mando un messaggio a mio padre e glielo chiedo. Ecco. Ora aspettiamo che risponda… Sai, tempo fa, alcuni fan di papà ci avevano anche spiegato come ottenere i documenti italiani, ma poi purtroppo… Sai come sono queste cose, si perdono per strada e non se ne è fatto più niente.»

 Tua mamma invece?

«Il cognome di mia madre da ragazza è Titleman: ha origini russo-ebraiche, da qualche parte, non so bene… [ride

Insomma non hai studiato, non sei pronto…

«[ridiamo] Hai ragione! Però so che il fratello di mia madre è un produttore musicale e lui e mio padre per un periodo erano coinquilini. E un giorno la sorella del produttore lo venne a trovare e fu così che i miei genitori si incontrarono. C’è musica nelle mie origini, sia da parte di padre che da parte di madre. Una bella connessione, eh?»

 Fantastico. Ti invidio! Ecco, possiamo entrare ora nel vivo dell’intervista, vedo di assumere un tono più formale…

«No, aspetta, che è arrivata la risposta di mio padre: è Parma. La famiglia di mia nonna ha origini dalla zona di Parma.»

 Ma è qua vicino! Perfetto, magari c’è Giuseppe Verdi tra i tuoi antenati, non mi stupirei! [ridiamo] E sono felicissima della risposta in diretta di tuo padre, così è come se avesse preso parte all’intervista anche lui. Sai che la prima cosa che ho fatto, quando ho messo piede a Los Angeles per la prima volta, è stata quella di andare in libreria a comprare Los Angeles Stories di Ry Cooder? Era appena uscito.

«Ah, è un bel ricordo!»

 E una bella lettura! E ora sono qui a intervistare suo figlio! Bene, dunque, tornando a te, parliamo del tuo disco. So che tua figlia è stata importante nel processo di creazione. Mi affascina il fatto che qualcuno che hai creato possa aiutarti, a sua volta, a creare qualcosa. Gli album, del resto, dicono siano quasi come dei figli. Puoi dirci di più al riguardo?

«Il tutto ha avuto inizio una volta che ho portato i miei figli a far visita a mio padre. Paloma avrà avuto due anni e mezzo, e il maschietto era appena nato. Papà si era messo a suonare il banjo per loro. Lo faceva proprio nella maniera in cui suonava per me quando ero piccolo. Mi suonava le canzoni per bambini di Woody Guthrie, che sono sempre senza tempo; infatti le amo ancora. Mi trovavo in un’altra stanza e, ad un certo punto, l’ho sentito suonare qualcosa di familiare. Così gli ho chiesto da lontano: “Cos’è che stai suonando?” E lui: “‘Morning Blues’ di Uncle Dave Macon!” E allora li ho raggiunti nella stanza e ho visto i miei figli come ipnotizzati, in maniera evidente! Ho preso la mbira e ho iniziato a suonare assieme a papà. Poi ho imparato bene la canzone e da allora ho cominciato a suonarla sempre per i miei bimbi. L’ho inserita anche nei miei live, ed è successo che la gente continuava a venire nei camerini per chiedermi di quella canzone e a ripetermi quanto fosse bella. Ho sentito come se fosse scattato qualcosa di speciale, così ho comprato un cofanetto di dieci CD di Uncle Dave. E mia figlia si è fissata con il CD numero 5, tanto che ogni mattina, appena sveglia, si sedeva a tavola e – prima ancora della colazione –chiedeva di ascoltarlo. Perciò era Uncle Dave tutte le mattine, e in un ordine specifico che decideva lei. Presto ho imparato a suonare altre sue canzoni, specialmente quelle preferite da mia figlia, e a quel punto ho pensato che sarebbe stato bello registrarle. E così è stato.»

Pensi di aver avuto, a un certo punto, questo tipo di influenza nelle scelte musicali di tuo padre, come tua figlia ha avuto per te?

«Sai che non ci ho mai pensato? Vediamo… Il periodo in cui gli sono stato particolarmente attorno, da piccolo, è stato quello in cui componeva colonne sonore per il cinema. Mi sedevo e lo guardavo suonare davanti alle stesse scene, ripetutamente più e più volte, ed ero affascinato da tutto il processo. Ma anziché il fatto di aver influenzato in maniera specifica le sue scelte, credo si sia trattato di un divertente viaggio musicale, in cui certamente la connessione familiare deve aver avuto un peso nel corso di queste decadi condivise, dove evidentemente è esistito un parallelo fra il rapporto tra me e lui e quello tra mia figlia e me. È stato solo un po’ diverso.»

 Possiamo dire che tu hai realizzato quest’album anche a beneficio di tutte le nuove generazioni, che altrimenti difficilmente si sarebbero mai imbattute nelle canzoni di Uncle Dave Macon: hai sempre avuto questa riverenza, questo legame con la vecchia musica e i vecchi musicisti?

«Sì, è stato così sin da quando ero molto piccolo e mio padre mi portava in giro con sé, intendo prima che iniziassi a suonare con lui. Ricordo quando faceva concerti con John Lee Hooker: John doveva avere più o meno ottant’anni in quel periodo. Oppure quando mi portava a sentire del rhythm & blues: si trattava sempre di persone di una certa età. E pensa ai musicisti del Buena Vista Social Club, negli anni ’80! Ho imparato a stare accanto a persone molto più grandi me, non parlo solo di musicisti, ma di quelle persone che hanno vissuto abbastanza da esprimere una certa grazia e conoscenza, una certa tranquillità… Sono sempre stato in qualche modo cosciente di quanto fosse importante, fin dalla giovane età, dagli otto anni all’incirca. Ricordo che sentivo John Lee Hooker inventare delle parole, per non parlare di quelle che pronunciava alla sua maniera. Era proprio un linguaggio molto diverso rispetto a quello che ero abituato a sentire. E credo che oggi i giovani si perdano un po’ tutto questo. Forse anche per colpa di Internet, che ci connette prettamente con ciò che va per la maggiore; e ciò che va per la maggiore è fatto da gente molto giovane. Dunque mi sento molto fortunato per essere stato esposto a queste cose da piccolo, grazie a un periodo e a un ambiente favorevoli. È stato formativo sia per quanto riguarda la musica, sia in generale, nella vita.»

A proposito del Buena Vista Social Club, la collaborazione è iniziata grazie tuo padre, che si è avvicinato a un gruppo di cantanti e musicisti cubani. In una concezione politicizzata e polarizzata della società, la commistione di americani e cubani assieme la trovo meravigliosa, anche per il fattore età di cui parlavamo. Che cosa pensi che abbia significato per loro?

«La loro esperienza deve essere stata qualcosa di incredibile, di unico. Immagina di vivere qualcosa di simile venendo da Cuba, che era tagliata fuori da tutto, non solo per il grande riconoscimento che finalmente ottennero, ma anche per l’immensa popolarità che ne conseguì. Penso in particolare a Ibrahim Ferrer, che era così con i piedi per terra, ma al tempo stesso così spirituale. Era rimasto orfano a dodici anni e portava sempre con sé questa cintura del padre con dei cimeli dentro, che per lui era la cosa più potente del mondo. Era il suo talismano, che gli dava forza, diceva. La sua casa era sempre piena di gente, ammiratori o viaggiatori che si fermavano, che arrivavano a qualunque ora del giorno e della notte, anche solo per stare vicino a lui. Ebbene, io sono già stanco se devo badare ai miei figli che giocano per due ore, mentre lui – alla sua età – non importava quanto fosse stanco: lui accoglieva sempre tutti e dava loro ascolto.»

 Tuo padre è un famoso chitarrista e tu sei un polistrumentista che ha iniziato con la batteria. Com’è andata?

«Da quando io posso ricordare – avevo quattro anni per la precisione – mi ero fissato con Jim Keltner, il batterista con il quale mio padre suonò per gran parte della mia gioventù. Infatti Jim ha suonato in quasi tutti i dischi da solista di mio padre. La chitarra d’altra parte non mi diceva niente, non ho mai provato a suonarla, mentre la batteria sì, grazie a questo batterista in modo particolare. Erano i primi anni ’80 e Jim aveva tutta quella strumentazione elettronica, i drum pads e quelle lucine a intermittenza: era tutto talmente eccitante per me, che mi arrampicavo sul set mentre lui suonava. Una volta stavano provando o registrando a casa mia, e durante una pausa mi misi al suo posto a suonare: Jim rimase così impressionato, da regalarmi poco dopo la mia prima batteria. Questo mi ha dato poi la possibilità di suonare con mio padre. Papà non è che mi avesse mai incoraggiato a suonare la chitarra e, se ci pensi, non avrebbe avuto molto senso: sarebbe stato molto deprimente essere il figlio chitarrista di Ry Cooder che non può competere con il padre! [ride] Come percussionista, invece, potevo avere un vero ruolo. E l’ho avuto, ha funzionato!»

 Se non sbaglio, hai detto che “Morning Blues” di Uncle Dave ha una qualità vagamente ultraterrena: devo dire che ho la stessa sensazione ascoltando il tuo album, e non è qualcosa che normalmente direi di un album in una recensione. È forse la mbira elettrica a cui facevi riferimento prima?

«Quando suono la mbira, mi metto seduto, la prendo in grembo e le mie dita iniziano a muoversi, iniziano come a formare delle sequenze, degli schemi, senza un’intenzione precisa da parte mia. Ogni volta che la suono mi dico: “Ora vediamo cosa succede…” Entro in uno stato che possiamo chiamare meditativo e lascio andare la mia mente. Non so più quale canzone di Uncle Dave andrò a suonare dopo, mi lascio semplicemente trasportare. È come andare in trance e tutti seguono. Ma c’è anche una qualità propria delle canzoni di Uncle Dave, che sono semplici e molto orecchiabili: approcciare la sua musica in quel modo è così affascinante. Ed è stata una scoperta casuale, sentendo quelle melodie fluttuare. A volte, se i pezzi sono troppo veloci da seguire insieme al banjo, li rallentiamo ed entriamo in questa zona ‘magica’.»

 Uncle Dave fu anche considerato la prima star del Grand Ole Opry [programma radiofonico di musica country, nonché il più antico programma radiofonico americano trasmesso ininterrottamente dal 1925 – ndr]. Qual è il tuo rapporto con la radio?

«Io amo la radio… Attualmente, con i podcast, puoi ascoltare contenuti diversi sul tuo cellulare o sul tuo laptop, il che va benissimo. Ma poi sono in tantissimi a fare i curators di questi podcast, come si dice oggi. E io odio questa parola, perché la usano tutti; è un tipo di espressione che mi fa andare in bestia, perché è prevalente in ogni discorso. Tornando a noi, la radio invece ha ancora questa grande qualità di essere un semplice segnale, che viene trasmesso nel mondo e la gente vi si connette. Ed è una cosa così antica, che trovo sia romantica e misteriosa. I podcast possono essere certamente di qualità, ma non hanno quel mistero. A me piace l’idea di guidare attraverso il paese e di ritrovarmi in certe zone, dove puoi sentire solo Top Pop Country e incroci i camion Chevy, dai quali senti arrivare la stessa musica e ci si saluta a vicenda. Oppure in certe altre zone dove, soprattutto di notte, si ascolta della roba rarissima e tante cose nuove da scoprire. Alcune stazioni suonano cose che nessun’altra stazione passa. Io amo tutto questo!»

 È importante mantenere la tradizione. C’è il villaggio globale sì, ma abbiamo ancora queste magnifiche differenze e tradizioni che dobbiamo preservare. Secondo te, il vecchio country e il blues sono ancora vivi?

«Molto spesso andiamo a Nashville per suonare su dei dischi o per fare un concerto. E i giovani lì sono più orientati verso la vecchia musica. Da qui nasce l’Americana music che, come sai, è una definizione recente. Non vuol dire che sia tutta musica di alto livello, ma vuol dire che c’è un sentimento di appartenenza a qualcosa che è datato e che si ha voglia di mantenere vivo. Io amo buttarmi sulla vecchia musica, per tanti motivi: il linguaggio, il modo diverso di suonare… Sento che non è di questo tempo e ha una qualità unica che mi dà una certa emozione. Ecco perché mi ha colpito il fatto che mia figlia ascoltasse Uncle Dave come se fosse ancora vivo. Non si rendeva conto che stava ascoltando qualcosa di cent’anni fa. Per lei, era un personaggio vivente che la faceva ridere. Era come se si aspettasse di vederlo entrare dalla porta da un momento all’altro. Forse è anche per il fatto che noi in casa non suoniamo musica della Disney e tutto quello che fanno ascoltare ai bambini oggi. Cerchiamo di ‘preservarli’ il più possibile, finché ci riusciamo. Così non storcono il naso se sentono il fruscio di un vecchio disco. Noi facciamo così.»

 E autori emergenti, c’è qualcuno che ti piace in particolare e che vorresti suggerirci?

«Musica nuova? [lunga pausa, poi ride

 “No” è una risposta accettabile…

«Non vorrei dire di no, sto pensando… Non ne sto alla larga in maniera aggressiva. Per esserci, qualcosa c’è: ascolto delle novità, ma a pensarci bene non è roba tanto nuova. Metto qualche CD relativamente nuovo in macchina, quando mio figlio non dorme e uso l’espediente della macchina – come fanno in molti, come farete anche voi in Italia, no? – per fargli fare un sonnellino. A volte andiamo così lontano che non voglio neanche pensare a quanta benzina consumo! Ma tra un po’ questi giretti notturni non saranno più necessari, e mi mancheranno. I figli crescono così in fretta, che mi mancheranno anche le parole dette alla loro maniera. Fra un po’ useranno parole tipo curator… [ride

A proposito di girare, qual è il tuo ricordo preferito nella tua lunga esperienza in giro per il mondo?

«Ho un bellissimo ricordo di tre concerti di fila ad Amsterdam. Avevamo affittato quelle tipiche bici con il cestino di legno e, con tutta la band, sotto una leggera pioggerellina d’atmosfera, pedalavamo dall’hotel per andare a suonare.»

Over That Road I’m Bound, mi piace questo titolo! Su quale strada sei diretto? «Italia, naturalmente! Se potessi verrei subito. Mi hanno appena detto che c’è in programma qualcosa per l’anno prossimo. Non vedo l’ora di tornarci a suonare, ma anche per restare un po’ dopo i concerti, per riconnettermi con le mie radici e imparare a cucinare bene. Tra l’altro c’è stato un periodo in cui non pensavo che la musica potesse diventare veramente il mio lavoro, non ci vedevo ancora un futuro. Così un mio amico, che aveva un ristorante, mi suggerì di provare a fare il cuoco, e lì ho imparato tante cose. Sono un cuoco mancato! Ho imparato anche a fare la pasta alla Norma da un amico siciliano. Preparatevi, perché sarò prontissimo!»

Irene Sparacello

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