mercoledì, 5 Ottobre , 2022

Ry Cooder – Un uomo per tutte le stagioni

Ry Cooder

Un uomo per tutte le stagioni

di Marco Manusso

Musicologo, etnomusicologo, ricercatore, melomane, archeologo, interprete, produttore, autore, promulgatore, mago del bottleneck, archivista, esperto di musica popolare americana, ma – a prescindere dal fatto che non si dovrebbero usare etichette o categorie – Ry Cooder capita proprio ‘a fagiolo’… Cooder è praticamente esente da qualsiasi etichetta perché, come un certo John Mayall in Inghilterra, ha ricoperto qualsiasi ruolo, da artista a esperto di slide, da socio di Taj Mahal e turnista con gli Stones a cittadino onorario di Cuba… Insomma, un ‘uomo per tutte le stagioni’ ma, a differenza di Thomas More, il nostro Cooder non deve combattere con Enrico VIII e Anna Bolena, come vorrebbe il film di Fred Zinnemann, ma è libero di traghettarsi da uno stile all’altro, prendendo sempre come riferimento geografico un lontano campo di cotone del Mississippi in compagnia di un ragazzo che amava sguazzare nel ‘fango’ (leggi Muddy Waters).

Da quel lontano campo di cotone ne è passata di musica sotto i ponti delle sue chitarre e Cooder, instancabile, ha continuato a ricercare, a reinterpretare o a riarrangiare, da colto illetterato, ogni genere che gli si presentasse alla porta. E quando non si presentava nessuno, è andato in giro per il mondo a scoprire territori inesplorati o sconosciuti al grosso pubblico, per caricarli a bordo del suo carrozzone multietnico.

Abitualmente l’uomo bianco che si cimenta con il blues rimane sempre un povero ‘viso pallido’, che cerca di imitare goffamente un urlo di dolore che arriva dalla lontana Africa e che – nota dopo nota – si allontana sempre di più… Ma quando c’è la passione, la cultura e la voglia di condividere le proprie emozioni o le proprie scoperte musicali, il blues si fa addomesticare, grato di essere diffuso, promulgato e pronto a impollinare tutto quello che incontra.

Cooder e Mayall, il suo cugino britannico molto bluesy e poco Brexit, sono stati come le api che, volando di fiore in fiore, portano il polline ovunque (le api stanno scomparendo, ma se è per questo anche personaggi come Cooder e Mayall…).

Non dobbiamo dimenticarci che, a monte di tutto, c’è sempre mister Alan Lomax, il grande etnomusicologo che ha contribuito sensibilmente alla diffusione del folklore e del blues in America e in Inghilterra. I capolavori di Robert Johnson, ovvero le ventinove mitiche registrazioni, sarebbero rimaste sepolte in quel lontano 16 agosto del 1938 a Greenwood, se non fosse stato per gli sforzi di personaggi come Lomax.

Ry Cooder

I musicisti inglesi, molto meno razzisti dei loro coetanei d’oltreoceano, si aggiravano per la Swinging London con il 33 giri King of the Delta Blues Singers sotto al braccio, come segno distintivo e fiore all’occhiello. Fortunatamente la cultura della vecchia Europa ha sempre affascinato e influenzato l’America, volutamente ignara del valore dei musicisti di colore, ma sempre pronta a rubare loro ogni idea valida. Questo concetto non è applicabile a Cooder, il cui passaporto – carico dei timbri di tutto il mondo – gli ha permesso di viaggiare, tanto fisicamente quanto con la musica, in territori lontani e sconosciuti ai più.

Spesso si è travestito da hawaiano con la complicità di Gabby Pahinui, ha attraversato nottetempo il confine fra Texas e Messico in compagnia della fisarmonica di Flaco Jiménez, si è ubriacato col whiskey scadente degli anni ’20 per assimilare il jazz del proibizionismo, ha acceso bastoncini d’incenso in compagnia dei raga di Vishwa Mohan Bhatt, ha visitato Timbuktu con Ali Farka Touré: la curiosità musicale di Cooder non ha limiti. E sulle corde dei suoi strumenti Ry scivola con il suo bottleneck, pronto a inseguire tanto un morning ragaquanto un rhythm’n’blues degli anni ’50. Lui, inquilino del mondo e cittadino onorario di Cuba, non ha mai una fissa dimora: un musicista che ha cominciato a esibirsi al fianco di un colosso come Taj Mahal, per poi essere invitato a suonare nei dischi dei Rolling Stones, e che ha fondato i Little Village con John Hiatt, ha ingentilito le immagini di Wim Wenders con la tristezza del blues di Blind Willie Johnson, ha prestato il suo slide tagliente alla chitarra (in playback) di Ralph Macchio in Mississippi Adventure, ma che sicuramente verrà ricordato per aver prodotto il film documentario Buena Vista Social Club.

Tutte queste informazioni però sono troppo ‘wikipediose’, ed io vorrei contribuire con la mia personale esperienza nei confronti di mister Ryland Peter Cooder. Questo signore mi ha fatto scoprire le delizie del bottleneck, il pathos (quasi partenopeo) delle canzoni Tex-Mex, le meraviglie del rhythm’n’blues, la profondità e la religiosità della musica indiana o africana, contrapposte alla follia di alcuni arrangiamenti che sembrano usciti dalla mente ‘psichedelica’ del cappellaio matto di Lewis Carroll. Cooder mi ha insegnato a essere curioso, vorace, anarchico, ad avere un formidabile appetito per tutto quello che affolla un pentagramma, a prescindere dalle latitudini o dalle longitudini, e soprattutto a non rimanere mai confinati nella nostra comfort zone, quel fasullo ‘mare della tranquillità’ (non è farina del mio sacco), fuori dal quale abitano i nostri sogni. Cooder mi ha insegnato, e io non sono così sicuro di averlo imparato, a lasciare che la musica fluisca libera – magari imperfetta, ma sincera – e che la pulsione ritmica sia il tessuto su cui ‘ricamare’ le nostre note o, se preferite, ‘scivolare’ con la fluidità del nostro bottleneck, rigorosamente di vetro e molto massiccio, così come lo preferisce il maestro Ry.

Scrivere di Cooder senza che si possa ascoltare in sequenza la sua sterminata produzione – e senza poter sorridere compiaciuti ascoltando le sue versioni di “Get Rhythm” o “Little Sister”, o intenerirsi con la struggente “He’ll Have to Go” di Jim Reeves traghettata in Messico – è molto riduttivo. Tuttavia, mi auguro personalmente che quei pochi chitarristi che non conoscono il nostro amico Ry siano stimolati ad andare a investigare sul Web, alla ricerca di una ‘somma teologica’ cooderiana, magari col sorriso pensando a chi – come il sottoscritto – ha dovuto a suo tempo peregrinare alla ricerca di un fantomatico negozio di dischi in grado di fornire qualche vinile o CD della sconfinata produzione, o – fortuna insperata – un bootleg di qualche concerto live.

Cooder ha fatto diventare il suo slide in Paris, Texas, il film di Wenders premiato con la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1984, un monumento al bottleneck scolpendo in ogni nota il blues di “Dark Was the Night (Cold Was the Ground)”.

Se vogliamo attribuirgli un record, dobbiamo dire che il suo disco Bop Till You Drop del 1979, oltre a riportare al successo una hit di Elvis come “Little Sister”, può essere considerato come il primo album ad essere stato registrato digitalmente.

La sua curiosità si è spinta fino al throat singing dei cantanti di Tuva, per coadiuvare nel 1993 il danzatore e guaritore navajo Jones Benally nella colonna sonora del film Geronimo.

La sua chitarra, elettrica, acustica, bottleneck, Weissenborn, oppure una lunga serie di ‘rottami’ da cui ricavare – come l’amico e collaboratore David Lindley – suoni particolari o particolarmente Lo-Fi, accompagna canzoni, vecchie, nuove o antiche. Il suo fraseggio è sempre a suo agio, tanto nel calypso quanto nel ragtime, tanto nel blues del Delta quanto nel son cubano. Il timbro della sua chitarra si riconosce a chilometri di distanza, tanto mentre insegue Joseph Spence fino alle Bahamas, quanto mentre sta intagliando un classico come “All Shook Up” con il suo bottleneck affilato. La sua chitarra non ha una nazionalità precisa e può muoversi nelle acque fangose del Mississippi, oppure nuotare a Okinawa nell’arcipelago giapponese, o magari sottolineare la voce di Jagger in “Memo From Turner”, con la collezione sconfinata di strumenti antichi, rari, strani, amplificatori e chitarre hand made che portano le firme di Dana Bourgeois (“The Bourgeois Blues”) o di Howard Dumble (“Borderline”), lap steel Rickenbacker degli anni ’30, Guyatone degli anni ’60, per finire con le due Stratocaster, sempre degli anni ’60, totalmente ‘frankensteinizzate’ con pickup esteticamente orrendi, ma dal suono originalissimo e potente.

A questo proposito, ovvero entrando nel mondo ‘scivoloso’ dello slide, bisogna ricordare una distinzione fondamentale che Cooder fa a proposito delle accordature ‘aperte’: l’accordatura in Sol aperto (dai bassi ai cantini Re Sol Re Sol Si Re) viene considerata dal sommo Ry un’accordatura country blues, sottolineando che sul cantino (Re) troviamo la quinta dell’accordo, che ci permette di scivolare sulla fondamentale (Sol) al quinto tasto; mentre l’accordatura in Mi aperto (Mi Si Mi Sol# Si Mi) è considerata più blues, con la sostanziale differenza che sul cantino troviamo la fondamentale (Mi) che può essere portata a terza minore, terza maggiore o quinta a seconda del tasto su cui posizioniamo il bottleneck. Si tratta di gusti e di sonorità differenti, che possono diventare ancora più ‘differenti’ perché l’accordatura in Sol aperto può essere innalzata in La aperto, così come quella in Mi aperto può essere abbassata in Re: ottima abitudine per non stressare troppo lo strumento, soprattutto se si tratta di una chitarra acustica; mentre con le chitarre resofoniche si può osare, tanto hanno l’attaccacorde e sono molto robuste.

Comunque, prima di arrivare alle ultime produzioni o alle collaborazioni con il figlio Joachim, bisogna citare alcune pietre miliari che bisognerebbe aver ascoltato. E qui ritorno a sottolineare che oggi è estremamente facile, gironzolando sul Web, trovare qualche disco degli anni ’70 come Into the Purple Valley (1972), Chicken Skin Music (1976), Jazz (1978) e il già citato Bop Till You Drop (1979). Sicuramente le vostre orecchie ringrazieranno!

Coda slide

L’elettricità ha ampliato gli orizzonti della chitarra, l’ha resa intellegibile tra gli strumenti dell’orchestra, e l’elettronica ha portato tutta una serie di possibilità sonore in continua evoluzione. Ma è disarmante come dei semplici tubi di metallo o di vetro siano in grado di stravolgere totalmente l’approccio sullo strumento e potenziarne l’espressività.

Era il 1809 quando i missionari approdarono alle Hawaii e, molto probabilmente, sono stati loro a portare le prime chitarre, anche se altri fonti sostengono che siano stati i cowboy messicani a far conoscere, nel 1830, la chitarra ai nativi. A prescindere da come siano andati i fatti, la chitarra, già molto in voga a Honolulu, diventò ancora più popolare quando la usarono per accompagnare i canti durante l’incoronazione di Re Kalākaua nel 1883.

L’approccio chitarristico degli hawaiani è sempre stato molto anarchico, e i musicisti locali tenevano la chitarra di piatto sulle ginocchia e usavano accordature alternative (slack key). Ma determinante è stato il contributo di Joseph Kekuku, il quale scoprì un ‘meraviglioso e nostalgico suono’ facendo scivolare un pettine sulle corde. La leggenda vuole che Kekuku, molto giovane, camminando lungo le rotaie della ferrovia con la sua chitarra a tracolla, trovasse un pezzo di ferro (chiodo, bullone) e che, facendolo scivolare sulle corde, scoprisse un nuovo modo di suonare.

Questo modo alternativo fece il giro del mondo, e i bluesman del Delta sperimentarono i loro coltelli a serramanico per poi approdare ai ‘colli di bottiglia’ (bottleneck). Robert Johnson non si era certo documentato sulle accordature aperte di Sol Hoopi (‘Sol’ era il suo nome e non l’accordatura) e sicuramente ignorava l’esistenza di Joseph Kekuku, ma il suo bottleneck scorreva sulle corde alla ricerca di un suono simile alla voce umana e al fischio del treno. Il maestro ispiratore di Robert Johnson e Muddy Waters era stato Son House, ma già a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 ‘scivolavano’ sulle corde i nomi di Blind Willie Johnson e Tampa Red.

Elmore James si accomodò sulla scia di Robert Johnson, così come fece Mick Taylor con Robert Nighthawk e Earl Hooker. Howlin’ Wolf insegnò, negli anni ’70, i rudimenti al giovane Clapton, così come Duane Allman e Ry Cooder presero il testimone dalle mani di Blind Willie McTell. Stiamo parlando ovviamente di slide elettrico, ma lo stile rimane sempre quello. Poca importanza ha che il vecchio collo di bottiglia possa essere sostituito da una bottiglietta di Coricidin o da un tubo di metallo. E, a prescindere da pickup e ampli, le corde restano sempre sei…

John Lennon è stato visto usare un accendino di plastica. Johnny Winter ha spesso utilizzato uno slide ricavato dal manubrio di una motocicletta. Santo & Johnny adoperavano il tone bar, ovvero un enorme proiettile, lo stesso dei suonatori di pedal steel. E questo duo, considerato erroneamente molto commerciale, ha influenzato la maggior parte dei chitarristi inglesi con in testa Hank Marvin e Jeff Beck.

Marvin è stato tra i primi a sperimentare, magistralmente, l’invenzione che Leo Fender aveva applicato alla Stratocaster per imitare il suono della chitarra hawaiana: la leva vibrato. Mentre Jeff Beck si dedicava al bottleneck nella sua “Beck’s Bolero”, per poi diventare il guru della leva vibrato e ricevere tutta l’eredità di Hank mescolandola alle sonorità di Santo & Johnny.

Bob Brozman consigliava di indossare il bottleneck sul mignolo della sinistra, in modo da avere le altre dita libere per gli accordi. Ma Duane Allman lo portava sull’anulare (e così continua a fare il ‘nipotino’ Derek Trucks) mentre Bonnie Raitt lo porta sul medio, a testimonianza che ogni dito può essere quello giusto.

Bottleneck è anarchia in continua evoluzione. Negli ultimi anni il visionario Sonny Landreth ha portato la chitarra slide ai livelli più alti, e l’instancabile Bob Brozman – scivolando a bordo del suo tappeto magico attraverso le più svariate culture del mondo – ci ha fatto scoprire il talento di artisti lontani come Debashish Bhattacharya.

Questa è solo la punta dell’iceberg. Ma se il bottleneck è anarchia, siamo tutti autorizzati a provare l’ebbrezza di una ‘scivolata’ sulle corde, a cavallo tra la tradizione e la sperimentazione.

Marco Manusso

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