L’equivoco tecnico

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People often speak about technique on the guitar, too often in a wrong way. I try to express some thoughts about that, widening the talking to how it’s used.

To play our instrument we must learn to master the peculiarities:
1. We use the right hand in most cases to pluck strings, but it’s used to mute or stop vibrating notes that ended their work, or don’t have to bother other notes.
2. Left hand is to finger notes the right hand must play, but have to let other open strings or fretted notes free to ring.
3. The two hands must play together: if each one plays its part perfectly but not in sync, it’s useless.

All these things may sound like banalities, but handling the whole thing while playing is complicated. Because this is just the beginning, then we have to make music.

We must take care of our sound to play the best out of our guitars, and we should at the same time try to give an interpretation to what we play or it’s better to leave a midi software do our job.

I’d like to spend a few words on things too often left aside.

As acoustic guitar players, we can look at the classical world as a fingesrtyle example: nylon string guitars are played by classical players more or less as we do that; Segovia was a fingerstyle player, in the end, playing with his fingers. Our instrument is a polyphonic one and the polyphony that classical composers reached is probably unsurpassed today, even if, as I see it, in recent times the best composers-guitarists are writing for steel-string. I don’t see the equivalents of Michael Hedges, Leo Kottke, Pierre Bensusan, Jerry Reed, Tommy Emmanuel in the classical world, I might be wrong. But this is not the point, I don’t want to be polemic, on the contrary. I look at the ‘academic’ world with curiosity and attention: technique (other than composition) has reached an amazing development, looking at the hands of a classically trained musician makes impression. We should learn a lot from the dedication they have for the instrument, even if in the end I’d rather listen to contemporary acoustic players, but that doesn’t mean I cannot learn new things while listening to wonderful music.

Our expressivity comes from our right hand: I use to say that our voice is in our fingers, and if we speak with a warm, deep voice is better than if we do that with a nasal-DaffyDuck-kind of voice. Lots of players don’t put attention to the position of the right hand, while is well known that moving it toward the soundhole or the bridge is equivalent to a radical change of equalization. For this reason we should work a lot on technique with arpeggios, scales, various combinations to obtain the best possible independence, so to be prepared to play pretty hard things with a good sound, volume and timber variations when necessary. It’s boring, I know, but the way to heaven is not paved.

Not to say about the left hand, more trouble.

Having said this I’d like to emphasize another aspect of what people and the other players see of us. For a professional musician is not too hard to amaze someone else with a few technical ‘fireworks’, of any kind. Problem is that musicians are not interested in (and they don’t have to) astonish nobody: we have to worry about making music, it’s the only important thing, that will remain.

What people don’t see ‘from the outside is how hard is to make a melody work in a slow song, keeping the notes that have to ring while we change chord or position: it’s an obscure job but keeps standing everything we do. Producing good sounds while doing all this is very complicated.

Too often I see young talents worrying about how many sounds or noises they can get out of their guitars beating them in any possible way, or how many grooves they can play. I like that, but percussions are an instrument worth to be explored, and if a good groove doesn’t have a melody on top, it’s going anywhere.

I don’t want to sound old or related to some movement (I don’t think they exist): Michael Hedges is a musician that influenced me deeply, but his words “I’m not trying to play the guitar, I’m trying to make music” have almost no connection in most of his followers. Having said this, let’s welcome any new thing, I’m waiting for the new “Aerial Boundaries”: vain waiting, until now.

I’m not saying that all songs have to be slow or we don’t have to explore new possibilities, let’s just make sure that we don’t forget the reason why we left: a long trip in search of music.Si parla spesso di tecnica chitarristica, molto spesso in maniera errata. Provo a fare qualche considerazione al riguardo, allargando il discorso anche a come viene usata.

Per suonare il nostro strumento, come ogni altro, bisogna imparare a gestirne le caratteristiche:
1. La mano destra serve nella maggior parte dei casi a pizzicare le corde, ma serve anche a non far suonare, o a far smettere di vibrare, note che hanno esaurito la loro funzione, o che non devono dar fastidio ad altre.
2. La mano sinistra serve a diteggiare le note che la destra deve suonare, ma non deve limitarsi a questo, deve anche lasciare libere di vibrare corde a vuoto o note diteggiate che fanno comunque parte dell’esecuzione.
3. Le due mani devono suonare insieme: se ognuna suona la propria parte perfettamente ma non in sincronia con l’altra, è tutto inutile.

Sembrano banalità, dette così, ma gestire tutto mentre si suona è davvero complicato. Anche perché questo è solo l’inizio, poi bisogna anche produrre musica.

Si deve pensare a curare il suono per tirar fuori il meglio dai nostri strumenti, e si dovrebbe anche cercare di interpretare la musica suonata, altrimenti tanto vale far suonare un programma con suoni midi al posto nostro.

Vorrei soffermarmi su qualche aspetto che spesso si tralascia o viene messo in secondo piano rispetto ad altri.

Da chitarristi acustici, abbiamo un grande esempio di chitarra fingerstyle nel mondo classico: la sei corde in nylon è suonata dai classici come da noi acustici; Segovia in fondo era un chitarrista fingerstyle, visto che suonava con le dita. Del resto il nostro è uno strumento polifonico e la polifonia a cui si è arrivati nel mondo classico è forse ancora oggi la più completa, anche se oramai da qualche decennio, a mio modo di vedere, i compositori-chitarristi stanno scrivendo più per le sei corde in metallo. Non mi risulta di artisti equivalenti ai vari Michael Hedges, Leo Kottke, Pierre Bensusan, Jerry Reed, Tommy Emmanuel nel mondo classico, ma potrei sbagliare. Ma non è questo il punto, non ho alcun interesse polemico, tutt’altro. Guardo al mondo ‘accademico’ con curiosità e attenzione: la tecnica (oltre alla composizione) ha avuto uno sviluppo incredibile, e guardare le mani di un musicista di alto livello a volte fa davvero impressione. Bisognerebbe imparare molto dall’applicazione che hanno i chitarristi classici, anche se poi come forma espressiva probabilmente preferisco quella di molti contemporanei acustici, ma non vuol dire che non si possa imparare qualcosa di nuovo ascoltando musica straordinaria.

La nostra espressività passa per la mano destra: dico sempre che la ‘nostra’ voce è nelle dita, e se parliamo con voce calda, misurata e profonda potremo fare una migliore impressione che se parliamo con voce nasale tipo Paperino. Molti chitarristi non prestano la minima attenzione alla posizione della destra, mentre è noto a tutti che spostarsi verso la buca o verso il ponte equivale ad un cambio radicale di equalizzazione. A questo proposito bisognerebbe lavorare molto sulla tecnica della mano, con arpeggi, scale, combinazioni varie per acquisire la maggior indipendenza possibile, così da essere preparati a suonare cose piuttosto difficili, con un buon suono, volume e variazioni timbriche quando necessario. È noioso, lo so, ma la strada per il paradiso non è lastricata.

Per non parlare della sinistra, una nuova serie di problemi.

Detto questo vorrei sottolineare un altro aspetto di quello che la gente e gli altri chitarristi vedono di noi. Per un musicista professionista non è difficile stupire qualcuno con qualche ‘fuoco d’artificio’ tecnico, di qualsivoglia tipologia. Il fatto è che al musicista non interessa (e non deve interessare, dico io) stupire nessuno: ci dobbiamo preoccupare di produrre musica, è l’unica cosa importante, che resterà.

Quello che non si vede ‘da fuori’ è la difficoltà di far suonare la melodia di un brano molto lento, mantenendo le note che devono risuonare mentre magari si cambia accordo o posizione: è un lavoro oscuro ma regge le basi di tutto quello che facciamo. Produrre anche suoni di qualità mentre pensiamo a tutto il resto è davvero complicato.

Troppo spesso vedo giovani virgulti che si preoccupano di quanti rumori riescano a tirar fuori picchiettando le diverse parti del corpo, o di quanti groove possano suonare. Niente in contrario, ma le percussioni sono uno strumento che vale la pena di essere esplorato, e se un bel groove non è accompagnato da una melodia decente non va da nessuna parte.

Vorrei non sembrare vecchio o legato a questo o quel movimento (anche perché credo non ce ne siano): Michael Hedges è un musicista che mi ha segnato profondamente, ma la sua celebre frase “Non sto cercando di suonare la chitarra, sto solo cercando di fare musica” non trova a mio avviso una corrispondenza in molti suoi emuli. Detto questo, ben venga ogni novità, sto aspettando la nuova “Aerial Boundaries”: attesa vana, fino ad ora.

Non che tutte le composizioni debbano essere lente o non vadano esplorate tutte le possibilità, ma attenzione a non farsi prendere la mano dimenticando il motivo per cui siamo partiti: un lungo viaggio alla ricerca della musica.

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