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 Roberto Fontanot: Un ‘posseduto’ dal suo lavoro

Liuteria italiana

 Roberto Fontanot

Un ‘posseduto’ dal suo lavoro

di Gavino Loche

Roberto Fontanot è uno dei più noti liutai italiani. La sua fama, da anni, ha varcato i confini nazionali facendogli ottenere prestigiosi riconoscimenti anche all’estero. Molti dei suoi prodotti – perché lui non produce solo chitarre, ma anche accessori e strumenti dedicati alla liuteria – vengono usati da liutai in tutto il mondo. Roberto è un vulcano di idee, sempre alla ricerca di nuove soluzioni e impegnato nella creazione di qualcosa di nuovo. Con lui puoi parlare per ore di strumenti musicali senza annoiarti: lascia sempre trasparire tutto l’amore e la passione che ha per il suo lavoro. E le occasioni per fare due chiacchiere con Roberto non mancano mai: solitamente ci si incontra in giro per il mondo, durante le fiere di settore da Shanghai a Los Angeles, oltre che nel corso di eventi fieristici italiani.

Come e quando hai capito che la liuteria sarebbe diventata la tua professione?

Ho sempre avuto una spiccata passione per l’aggiustaggio, le riparazioni e tutto ciò che riguarda il mettere a punto le cose. Dare nuova vita a strumenti rendendoli funzionali e performanti mi dà molta gioia. Pensa che ho conosciuto chitarristi i quali, dopo aver iniziato a frequentare e apprezzare il mio laboratorio, hanno riacquistato strumenti a cui erano affezionati, ma che avevano venduto perché scoraggiati da assetti che li rendevano insuonabili.

La passione per la liuteria c’è sempre stata. Ricordo che da ragazzino avevo provato a farmi una chitarra chiedendo aiuto a falegnami della zona, perché suonicchiavo e le chitarre che avevo non mi piacevano: ne volevo una che fosse un mio parto. L’illuminazione l’ho avuta quando – quasi diciottenne, lavorando in un negozio di strumenti musicali dove facevo già qualche riparazione – è passato un liutaio Gibson che mi ha detto: «C’hai una bella manina, delle cose si possono approfondire». E così ho fatto.

Non ti occupi solo della costruzione di chitarre, ma realizzi anche diversi accessori come pickup e attrezzare per la liuteria. Tutti conoscono il marchio Heart Sound e i prodotti di questo brand come il pickup Perlucens e le meccaniche in fibra di carbonio, oltre – come già detto – ai tanti strumenti dedicati ai liutai. Ci parli di questi progetti?

È il mio carattere che mi porta a costruire attrezzature! Quando vedo lavori poco precisi o lavori che posso ottimizzare, cerco sempre una soluzione che mi permetta di lavorare e di ottenere il risultato con semplicità e precisione. Poi è divertentissimo costruire attrezzi! Mi piace da pazzi, sono anche molto attrezzato: stampanti 3D, laser, CNC, tornio, fresa e così via. Fra l’altro mi piace anche creare ‘brevetti’ e ne sto creando tanti, anche di nuovi che tra poco usciranno, sia per i liutai che per i musicisti… Credo che la vera missione del liutaio sia di risolvere i limiti e le imperfezioni dello strumento, per consentire al musicista di concentrarsi solo sulla sua musica e sull’esecuzione. Tutta la mia attività è incentrata su questo: cercare di costruire strumenti che, grazie al suono, ispirino i musicisti e che siano facili da suonare. Tutti gli attrezzi, le tecnologie, anche i sistemi matematici da cui derivano alcuni strumenti sono mirati a porre il musicista nelle condizioni ottimali per pensare solo alla propria musica e non alla gestione dei difetti dello strumento.

Ti occupi di chitarre elettriche, acustiche, classiche… C’è una categoria che preferisci realizzare?

Non ho preferenze specifiche, mi diverto sempre su ogni progetto. È una sfida ottimizzare i progetti e i processi. Sai quanto mi piace fare ricerca: in un’Italia dove tutti si lamentano delle università, io posso solo parlare di esperienze positive. Ho sempre trovato porte aperte e tanto interesse a supportarmi. Ho collaborato con talmente tante facoltà: più di una ventina di progetti di tesi di laurea, è incredibile!

Il tipo di chitarra che mette alla prova tutti gli aspetti della costruzione di una chitarra, a mio avviso, è l’elettroacustica: qui ho più spazio per dare sfogo alla mia follia e realizzare strumenti innovativi con soluzioni non convenzionali; qui posso giocare con nuove geometrie e volumi alla ricerca di ergonomie evolute, alla ricerca di sonorità che si sposino con sistemi di amplificazione raffinati.

C’è uno strumento che hai realizzato o progettato a cui sei particolarmente affezionato?

Sì, la Punto G. È una chitarra nata su richiesta di Pino Daniele, per cui provavo amicizia e un affetto profondo. È una chitarra su cui ho investito energie esagerate! È venuta fuori da quindici anni di ricerca, prove folli e realizzazioni di prototipi a più non posso. Per realizzarla ho rigirato il progetto come un calzino, molte volte, e ho sviluppato molte soluzioni innovative, partendo da un sistema di costruzione delle parti estremamente preciso, per arrivare a sistemi di trasduzione molto naturali e raffinati, fino alle meccaniche in carbonio e non solo.

Credo che qualsiasi bravo liutaio possa copiare o emulare una chitarra prodotta da un altro artigiano. La punto G è davvero difficile da copiare [ride], perché richiede un investimento in esperienza, tecnologia e attrezzature davvero notevole. L’ho messa in commercio solo nel momento in cui ne ero totalmente orgoglioso e non intravedevo più altri spazi di evoluzione.

Adesso il mio rapporto con Eko Guitars mi impegna moltissimo e, al momento, la Punto G non la sto producendo. Ma anche in questo campo ci sono grandi novità! Appena sarà possibile, la realizzerò in fibra di carbonio senza incollaggi, tutto in soluzioni di continuità: la chitarra verrà costruita in un pezzo unico e sarà veramente uno strumento innovativo. Il progetto è già concluso, manca solo it tempo.

Molti in effetti ti conoscono anche per il tuo lavoro alla Eko: com’è iniziato questo rapporto e di cosa ti occupi?

Massimo Varini lavorava già per Eko. Siamo amici e collaboravamo da tanti anni. Grazie alle sue competenze e al suo grande seguito, Eko stava ricominciando a partire con buoni numeri, ma c’erano delle difficoltà in produzione. Mi hanno chiamato e ho accettato, dedicando anima e corpo a questo progetto.

Una cosa è riparare, altra cosa è costruire, tutt’altra cosa è organizzare un catalogo e metterlo in produzione mantenendo un buon controllo della qualità. Soprattutto se questa produzione si svolge dall’altra parte del mondo.

Devo dire che nella mia vita di liutaio ho approfondito molti aspetti di questo lavoro, settori che sono molto diversi fra di loro. E il mio approccio è sempre stato tecnico e tecnologico: forse tra i primi ho iniziato a utilizzare CAD e macchine a controllo numerico per realizzare con precisione i dettagli. Questo mi ha portato a conseguire la professionalità del prototipista, cioè di chi è in grado in maniera artigianale e consapevole di creare il pezzo singolo, ma pensato anche con soluzioni replicabili nella grande produzione.

E poi ho dovuto imparare a progettare un catalogo, lo sviluppo dei modelli, le relazioni con fabbriche, proprietari e tecnici con altre culture e filosofie di vita…

A cosa stai lavorando in questo momento?

Eh, Gavino, mi conosci da un po’ di anni e sai che sono un ‘posseduto’… E quindi ho una cartella sul computer che mi farebbe piacere farti vedere e che, al momento, contiene circa 26 progetti che sto seguendo contemporaneamente. Perché devi pensare che, al di là di quello che esce in produzione, lavoro un anno e mezzo avanti rispetto ai prodotti che poi si vedranno in catalogo.

Il progetto che mi sta ‘divertendo’ di più, in questo momento, è quello di riportare la produzione in Italia. Abbiamo già fatto il primo passo con la Infinito, chitarra di cui sono orgogliosissimo! Questo strumento, ad esempio, ha una finitura delle superfici e una verniciatura realizzate con vernici che ho sviluppato insieme a una meravigliosa azienda chimica Italiana. Vernicio con spessori ridicoli, garantendo un’elevata protezione con un tatto piacevolissimo. È una chitarra che consiglio a tutti di provare.

Ora è il turno delle chitarre elettriche di grande fattura, che secondo me stupiranno parecchio perché sono prodotti di altissimo livello: legni e finiture spettacolari!

Nei tuoi strumenti c’è anche una ricerca estetica, vedi ad esempio i bellissimi modelli Punto G: ti occupi anche del design?

Sì, mi occupo anche del design collaborando con architetti, designer e specialisti del settore. Ho il piacere di collaborare e fare ricerca anche con l’università: ci sono giovani che si sono laureati e che fanno il dottorato di ricerca con me, dei quali sono il tutor. Dunque… potere ai giovani!

 Tra le passioni che abbiamo in comune c’è quella per la Cina. Il mercato asiatico è in costante crescita: cosa ne pensi e cosa ti attrae di più di questo paese?

Domanda che mi diverte tantissimo, perché so quanto il mondo abbia dei preconcetti sulla produzione cinese, visto che a suo tempo siamo stati invasi da prodotti estremamente economici ma di scarsa qualità. Garantisco che questo era quello che allora il mondo chiedeva alla Cina. Ad oggi la Cina è invece in grado di produrre qualsiasi cosa: tutti sanno che l’iPhone è realizzato lì… Gli investimenti che oggi la Cina sta facendo per la cultura e per la specializzazione sono enormi, e imbarazzanti per chi ne è a conoscenza. Hanno numeri impressionanti, si laureano 500.000 ingegneri meccanici all’anno! E stanno costruendo città per i musicisti, strutture e quartieri dedicati agli artisti, ed è davvero incredibile il fermento che c’è in Cina e la grande passione dei cinesi per la musica. Hanno istituito anche la laurea in liuteria, per la quale sono stato onorato di essere l’unico docente non cinese. Ci sono ragazzi che, dopo essersi specializzati all’interno delle fabbriche, si aprono le prime botteghe artigiane. Producono strumenti artigianali bellissimi. In questi dieci anni ho visto anche crescere la tecnologia a un ritmo quasi impensabile: la realtà di dieci anni fa è completamente diversa da quella di oggi. La Cina mi piace per questa passione, per questo incredibile fermento, questa voglia di crescere, di imparare e fare.

Un’altra passione che abbiamo in comune è la cucina. Chi ti conosce sa che, oltre a essere un bravissimo liutaio, sei anche un fantastico chef. Trovo che l’arte culinaria e quella musicale abbiano tanto in comune, non a caso moltissimi musicisti sono a loro agio tra i fornelli: cosa ne pensi?

Solo la bellezza ci salverà, Gavino! Bisogna andare a cercarla e coltivarla in ogni suo aspetto. Il benessere non è solo l’assenza della malattia, ma è un mood che ti pervade e ti fa battere il cuore. La buona musica, così come il piacere di costruire una cosa bella, così come il piacere di mangiare assieme, sono fondamentali per me e – in definitiva – il vero senso della vita. Mi conosci, non sono legato al denaro!

Pensa che la cucina, anche quella, richiede cura come la liuteria. Un bravo liutaio studia, programma, sperimenta, fa tanta ricerca per individuare la materia prima e per valorizzarla. In fondo queste cose, insieme alla cura e alla passione, sono le stesse che deve mettere in atto un cuoco per creare un’ottima alchimia!

Qual è la tua opinione riguardo alla liuteria italiana?

Vivo in maniera feroce il confronto con me stesso e credo di essere la persona più autocritica che abbia mai conosciuto [ride]! Questo mi porta a vedere poco il lavoro di altri, sebbene – aprendo ogni tanto i social per aggiornarmi – noto che in Italia la liuteria sta crescendo tantissimo e che vi è una grande quantità di bravi artigiani e sperimentatori pazzi, che si divertono a creare lavori molto interessanti. Ne sono felice.

Gavino Loche

 

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