Vale più la presunzione o l’umiltà in un artista?

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fantiniScusate se intervengo personalmente sul tema dello scorso mese: “Vale più l’idea o il denaro che serve a divulgarla?” di Luca Francioso. Chiaramente ciò che penso e dico non è rivolto personalmente a Luca, verso il quale nutro affetto e stima, ma è indirizzato a quel nugolo di musicisti insoddisfatti, che spesso addebitano il loro insuccesso esclusivamente all’incapacità degli altri nel produrli, distribuirli o pubblicizzarli, convinti e certi delle loro qualità e dell’apprezzamento del pubblico verso il loro lavoro.
Forse, piuttosto che domandarmi se valga più la presunzione o l’umiltà in un artista, dovrei chiedermi se la presunzione sia il segno di una genialità che si trasforma in rabbia, per una capacità artistica incompresa da un pubblico disattento, oppure se sia solo una nevrosi determinata da un valore artistico sognato, sperato, raccontato, ma nella realtà inesistente.
Ho sempre pensato che la grandezza di un artista vada oltre i meccanismi dello show business. Se uno vale, prima o poi arriva, riesce a sconfiggere ogni dubbio e preconcetto, riesce a sfondare la porta del successo, imponendosi e facendo pesare le proprie idee, trasformando così la propria passione in qualcosa di soddisfacente e costruttivo. Invece per molti artisti vale una regola diversa: Quando ciò accade, è sempre merito loro, quando non accade, è sempre colpa di chi non li ha prodotti bene, di chi non ha creduto nelle loro grandi capacità, ma li ha solo sfruttati per il proprio ingordo interesse.
Ecco allora emergere prepotentemente il solito discorso dei “ricavi”. Sempre qualcuno si arricchisce alle proprie spalle, lasciandoli sopravvivere con un misero dieci per cento invece che condividere ricchezze e benessere.
Ricordo però che il tanto o il poco di niente, è sempre niente. Quindi, quando si parla di percentuali, bisogna anche spiegare su quale valore vanno applicate, altrimenti il dieci per cento o il cinquanta per cento possono sembrare valori estremi. Ma se entrambi fanno riferimento a zero, diventano uguali.
Il valore di un musicista è direttamente proporzionale al suo successo. Se vendi tanto, nessun produttore vorrà perderti, quindi potrai contrattare qualsiasi prezzo per concedere i tuoi diritti e la possibilità di produrti o distribuirti. Se invece non vendi nulla o vendi poco, è il produttore/distributore che ti fa la ‘cortesia’ e ti regala un’opportunità.
Allora non capisco dove sta il problema. Perché si crea così spesso questo sterile confronto? Mi sembra che ogni discorso sull’argomento sia frutto il più delle volte di un’esagerata autostima, che sfocia nella convinzione che credersi un grande artista farà di te un grande artista. Il mercato ha regole e sistemi ben precisi. Si chiamano domanda e offerta. Più alta è la ‘domanda’, più alto è il prezzo a cui potrai vendere il tuo articolo; più bassa è la domanda, più basso sarà il prezzo. Semplice, no?
Ciò non vale solo per le produzioni o le distribuzioni, ma anche per i concerti. Altrimenti perché offrirebbero a qualcuno duecento euro per una serata, a Tommy Emmanuel diecimila, a Paco De Lucia cinquantamila, e ai Rolling Stones o a Bruce Springsteen un milione di euro? Queste cifre sono puramente indicative, ma credo che ognuno, con un po’ di umiltà e di buon senso, riuscirà a darsi la risposta.
Allora, per favore, smettiamola di dare sempre la colpa agli ‘altri’, che investono tempo e denaro per tenere in piedi ‘improbabili’ artisti e sfiduciati musicisti, solo per dar loro ancora un’opportunità e cavalcare insieme a loro un sogno. Pur sapendo che, in caso di successo, nessun artista riconoscerà ad essi il proprio merito; anzi, quando ci sarà realmente da guadagnare, il loro ruolo sarà finito e dimenticato…
Vi racconto una semplice favola. Una volta un giovane con ambizioni da grande fantino cadde da cavallo, e tutti si avvicinarono preoccupati per vedere come stava. Lui si alzò strofinandosi i pantaloni ed esclamò: «Volevo scendere!» Non era vero, era caduto e anche malamente, ma non voleva ammettere di aver sbagliato, di avere sopravvalutato la sua capacità, di aver osato troppo e di avere fallito. Forse avrebbe avuto bisogno di qualche istruttore, che gli avesse spiegato meglio come reggersi; o forse sarebbe bastata un po’ meno presunzione, per completare senza sforzo e senza disaggio la sua passeggiata.
In ogni cosa, ogni piccolo elemento ha un senso; altrimenti si eliminerebbe da solo. Per cui, andare a cavallo presuppone che ci sia qualcuno che tenga a posto il maneggio e che badi ai cavalli, quindi un istruttore, un medico, un organizzatore che gestisca i concorsi e, alla fine, il cavaliere che umilmente dovrà accettare che tutti collaborino e gli diano un supporto per la vittoria.
La vittoria sta nelle sue mani, è tutta sua, suo è il nome e sua la gloria. Più vince, più sarà ricercato. Più il suo valore sarà riconosciuto e più sarà osannato. Allora potrà scegliere di cambiare maneggio, cavallo e istruttore, e di essere pagato quanto crede e per quanto vale. Se invece non vince, dovrà sempre sperare che ci sia qualcuno che gli offra l’opportunità di salire ancora una volta a cavallo, per partecipare a un altro concorso.
Oppure avrà un’ultima eccellente possibilità, quella di comprarsi un cavallo a dondolo e sfidare se stesso tra le mura della propria casa, guardandosi alla specchio e sognando di essere un eroe. Sempre meglio che cadere pubblicamente e dover sussurrare un semplice e vergognoso: «Volevo scendere!»

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