Vivere in ‘levare’

0
88

«Now I’m darker than the deepest sea
Just hand me down, give me a place to be»
(Nick Drake, “Place To Be”, 1972)

Drake_Pink-Moon_2(di Roberto De Luca) – C’è un limite a tutto, sentenziava spesso mia nonna. Le nonne, le mamme, le vecchie zie hanno sempre ragione. C’è un limite fisiologico alla tristezza. Da ragazzi lo avvertivamo distintamente, nonostante il quotidiano galleggiare in una salamoia di malinconia musicale. Forse era anche un vezzo infantile per portare il broncio a quello strano mondo. Mentre i nostri coetanei erano preda di una curiosa febbre del sabato sera, che li spingeva a contorcersi in locali dai nomi bizzarri, perlopiù vecchi garage, autofficine, ex mobilifici riadattati allo scopo, noi aprivamo le finestre che davano sulla campagna e ascoltavamo musica di un tale che di nome faceva ‘Giovane’, ma che raccontava storie di vecchi uomini e di cittadine sperdute nella prateria canadese.

Eravamo ragazzoni ingenui di paese. E da qualche parte c’è sempre un’amichetta di città, sveglia e intraprendente, pronta a punirti. Si presentò infatti con un inquietante cofanetto, contenente ben tre vinili. Grazie al cielo, quel giorno ero altrove. Che fossi stato baciato dalla fortuna me lo dimostrò la faccia del mio amico, mentre provava a descrivere le note uscite da quei solchi, con l’espressione di chi è costretto a raccontare il suo incubo peggiore pochi minuti prima di mettersi a letto e spegnere la luce. Era evidente che aveva ascoltato qualcosa di inspiegabile, e che non vedeva l’ora di dimenticarsene.
Quante volte, a partire da allora, ho mancato l’appuntamento con la musica di Nick Drake? È stato come inforcare il sellino di una moto da adulti o comunque troppo tardi. Non è la stessa cosa. La visione della strada, ragionata e analitica, ti priva del brivido delle pedane che sfiorano l’asfalto. In cambio, molti anni dopo, qualche cicatrice guadagnata sul campo mi ha permesso di inquadrare con maggiore consapevolezza la sua struggente parabola esistenziale. Qualche competenza musicale accumulata nel tempo mi ha consentito di valutare, in parte, la portata del suo genio.
Superato lo sbigottimento dato dal timbro della sua voce, carta vetrata che non graffia ma accarezza, morbido velluto che si lacera, ciò che rimane è soprattutto l’impressione suscitata dall’andamento del suo canto. La voce di Nick caracolla sulle note, come il passo di chi nasconde un dolore.
Qualcuno, non ricordo chi, mi fornì la giusta chiave di lettura, razionale e prosaica: l’artista aveva l’abitudine di barare sul tempo ritardando l’ingresso vocale, di evitare il ‘battere’, di cantare quasi in ‘levare’. Che lo facesse in modo intenzionale o meno non ha alcuna importanza, se non per spiegare forse la frustrazione di quei pochi che lo hanno accompagnato in studio e che si sono spesso ritrovati a suonare fuori tempo. Nick non amava altro accompagnamento che non fosse la voce della sua sei corde. A suo modo, aveva capito tutto.
In tutto questo tempo, ho provato molte volte ad afferrare la musica di Nick Drake e altrettante volte l’ho mollata, come si fa con una pentola tenuta troppo a lungo sul fuoco o un pezzo di ghiaccio che ustiona l’epidermide. Qualche volta l’ho persino sentita, non senza una punta d’inquietudine, tra le note che uscivano dalla mia chitarra.
Ormai ho capito anch’io. C’è gente che zoppica su un ‘ritmo acefalo’, che evita il battere perché destinata a vivere in levare. Persone che camminano sotto il sole ‘senza pelle’, eroi inconsapevoli che solcano i mari ‘in barca a vela contromano’. Nick era una lampadina che viaggiava senza vetro, col solo filamento incandescente esposto alle ingiurie atmosferiche. La sua fiammella bruciava ai quattro venti, ma le sue mani, impegnate com’erano a intrecciare sogni, non potevano offrire alcun riparo. Incastonava i suoi capolavori tra decine di open tunings, ma si vergognava di chiedere al pubblico qualche istante per accordare la sua chitarra.
Una breve vita in levare: camminare in fila indiana, il piede che tocca terra mentre tutti gli altri vanno su; inciampare con chi ti precede, ostacolare chi ti segue; incespicare al semaforo, passare col rosso e ascoltare lo strazio di una frenata; trovarsi davanti alla porta di un autobus affollato mentre tutti scendono alla fermata, tutti tranne te.
Mentre scrivo queste righe, le cuffie rimandano il suo canto. A modo suo, Nick cercava qualcosa e lo dichiarava con disarmante sincerità. Non eroe maledetto, non personaggio psicolabile. Più semplicemente, un ragazzo timido e buono, che cercava «a place to be», un posto in cui stare. Aveva visto tanta luce entrare dalle finestre della sua bella casa immersa in una campagna da favola. Si era sentito forte e fiducioso sotto il sole, ma si era ritrovato pallido, ‘più pallido del blu’. Impossibile per lui, per chi non cammina in battere, trovare un posto in cui stare.
Difficile dunque afferrare il senso della sua musica, alla portata forse soltanto di quei pochi che l’hanno amata davvero e che ancora sanno dove cercare la sua voce: tra un colpo e l’altro, solitaria, in mezzo ai silenzi di un metronomo.

Roberto De Luca

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 04/2013, p. 12

Clicca qui per sfogliare online il numero arretrato o per richiedere una copia in formato cartaceo o pdf.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui