Bocephus King – The Illusion of Permanence

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Bocephus-King-coverBocephus King è il nome strano di un artista strano, e qui usiamo questo aggettivo in senso buono. Bocephus è il soprannome che Hank Williams diede al figlio, e “My Name Is Bocephus” era un bel blues tirato di HW Jr, ma la musica di Bocephus King non è del tutto vicina ai due HW, anche se roots e Americana fanno continuamente capolino (anche se, o forse proprio perché BK è canadese – erano o no i cinque-canadesi-meno-uno della Band i campioni dell’Americana?). La musica proposta (con l’aiuto di musicisti che vanno sotto il nome di Orchestra Familia, fra cui l’italiano Fulvio Renzi a violino e viola) è quella tipica del cantautorato indie nordamericano: momenti intimisti e malinconici (“Roadrine Shrine”), canzoni ipnotiche in minore (“Oh She Glows”), influenze blues di vario tipo (“Peace Pipe”, “Derivative Blues” che rimanda a Bo Diddley e cita Walt Whitman nel primo verso), “No Cure For Fools” che parte quasi ‘andina’ e vira verso il blues (dopo il minuto e venti sembra quasi un misto il Mark Knopfler crepuscolare e Tom Petty), assieme a momenti orientaleggianti che rimandano alla psichedelia di tanti anni fa (“Arcturian Wedding Dance”), all’alt country/pop con pedal steel (“Hail And Rain”, “The Light That Has Lighted The World”), alle tinte etno di “The Redeemer”. Un artista strano in senso buono si diceva, estroso, indie quintessenziale: ascoltate “Hummingbird” – un gioiellino perfetto per un ballo o una corsa allegra e spensierata in campo aperto – o “12 Gates” (anche nella versione più spoglia in un video registrato per Fingerpicking.net) sospesa tra gospel e country, non ve ne pentirete.

Sergio Staffieri

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