Ferentino Acustica: la chitarra, le canzoni, il folk italiano e le nuove promesse

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Esther Oluloro e Giovanni Pelosi - foto di Alfonso Giardino

(di Andrea Carpi / foto di Alfonso Giardino e Pietro Mosca) – Oltre a essere, se non più l’unica in senso stretto, comunque la prima e più importante manifestazione dedicata alla chitarra acustica a sud di Roma, Ferentino Acustica è pure il festival che più da vicino rappresenta lo spirito e la storia di Fingerpicking.net, grazie al fatto che il suo direttore artistico Giovanni Pelosi è al tempo stesso il direttore artistico della collana discografica di Fingerpicking.net. Non solo, ma Giovanni è anche, con la sua capacità comunicativa e la sua passione, un punto di raccordo fondamentale per tutti i primi frequentatori del nostro sito e del nostro forum. Ciò nonostante, non è stato sempre facile per lui e gli organizzatori della Pro Loco consolidare il radicamento del festival nel territorio di questo bellissimo borgo centro-meridionale che è Ferentino. Ci sono voluti anni per ottenere una partecipazione costante e attenta del pubblico locale per tutta la durata della manifestazione, compresi i giorni che precedono il sabato, com’è avvenuto in questa tredicesima edizione. Un’edizione che si è snodata dal giovedì 9 alla domenica 12 luglio, con i concerti serali nel teatro naturale di Piazza Mazzini e gli Open Mic al Palazzo Giorgi-Roffi Isabelli; il tutto con un programma curato da Giovanni con grande equilibrio, distribuendo equamente gli spazi dedicati ai virtuosi della chitarra sola, alle canzoni, al recupero delle tradizioni popolari italiane e alle giovani proposte.

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Esther Oluloro e Giovanni Pelosi – foto di Alfonso Giardino

Il patron Pelosi è stato tra i primi ‘addetti ai lavori’ a captare le notevoli doti canore di Esther Oluloro, la ragazza di origini nigeriane stabilitasi da una decina d’anni in provincia di Brescia, che ha partecipato all’edizione 2014 di The Voice of Italy giungendo alle soglie della finale. Il suo talento naturale, espresso in una voce calda, vigorosa e duttile, profonda, richiama una grande tradizione di cantanti nere che vanno da Odetta a Tracy Chapman, con il potenziale per estendersi alle sottigliezze soul e rhythm and blues di interpreti come Nina Simone ed Etta James. Era già stata invitata a Ferentino Acustica nel 2013 con il duo voce e chitarra Liliac, formato insieme alla chitarrista Giulia Zanni. E quest’anno è stata consacrata come madrina del festival, aprendo tutte le serate con un paio di brani insieme a Giovanni Pelosi. Accanto ad alcune efficaci cover come “Baby Can I Hold You Tonight” di Tracy Chapman, “Get Lucky” dei Daft Punk, “Stay” di Rihanna, i due hanno interpretato in anteprima cinque canzoni che entreranno a far parte di Heart Listener, l’atteso nuovo disco di Giovanni, di prossima uscita. Le canzoni sono state composte da Giovanni stesso per la parte musicale, con testi in italiano curati da Riccardo Sonzogni, storico punto di forza del Forum di Fingerpicking.net. E nel disco le ascolteremo in una veste strumentale più articolata, grazie alla collaborazione di ottimi musicisti, tra cui Riccardo Zappa. Ma già nella veste intima di Ferentino hanno dato ottima prova di sé, con il loro carattere di eleganti gioiellini pop d’autore, dove la chitarra e lo stile compositivo di Giovanni non potevano non suggerire accenti tayloriani, e la voce di Esther non poteva non contribuire a dare ‘anima’ al tutto. Torneremo a parlarne quanto prima.

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Alberto Lombardi – foto di Alfonso Giardino

Dopo l’introduzione di Esther e Giovanni, il primo artista a salire sul palco nel concerto inaugurale del giovedì è stato Alberto Lombardi, un altro ancora dei non pochi bravi chitarristi elettrici che, a un certo punto della loro storia, s’innamorano della chitarra acustica e vi si dedicano con passione; alcuni arrivando a sostenere, con nostra soddisfazione, che oggi l’acustica è in grado di offrire delle possibilità espressive e opportunità di rinnovamento che l’elettrica non riesce più a dare. Diplomato al GIT di Los Angeles, Alberto ha suonato tra gli altri per Robbie Dupree, Norma Jean Wright e Lucy Martin ex cantanti degli Chic, Luca Barbarossa, Tony Esposito. Gestisce inoltre la sala di registrazione Belairstudio ad Albano Laziale, dove produce per gli altri e per sé, portando avanti parallelamente un’attività di cantautore in italiano e in inglese. È un chitarrista veramente bravo e canta anche bene, con una voce timbricamente velata e tecnicamente curata. Molto convincenti i suoi arrangiamenti fingerstyle degli evergreen italiani “Roma nun fa’ la stupida stasera” e “Tu vuo’ fa’ l’americano”, con una nota di eccellenza per quest’ultimo. Significativa la sua nuova canzone “Start Again”, in uno stile pop-rock raffinato e complesso, cui si sono aggiunte due cover in parte cantate di “Come Together” dei Beatles e “Life On Mars?” di David Bowie. E in conclusione un logico tributo a Tommy Emmanuel, attualmente il maggior responsabile di buona parte delle conversioni acustiche, con “Classical Gas”.

Dopo un professionista della musica a tutto campo, è la volta di una giovane esordiente dalla Puglia, Josephine Andriani, conosciuta attraverso i suoi video amatoriali postati su Internet. Come ha detto il direttore artistico nel presentarla, «compito di un festival come questo, proprio perché diventa importante, è quello di cercare anche di formare dei nomi, di formare dei curricula».

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Josephine Andriani – foto di Alfonso Giardino

Ed è sempre intrigante seguire i primi passi nella crescita di possibili talenti, soprattutto quando si tratta di chitarriste al femminile, non molto rappresentate in manifestazioni di questo tipo. Approdata da pochissimo al fingerstyle, dopo un periodo di interesse rivolto alla scrittura di canzoni, Josephine ha mostrato una sensibile creatività melodica e, comprensibilmente, una tecnica ancora da consolidare, in particolare nelle sue aperture al tapping. Accanto alle sue composizioni strumentali originali, ha presentato arrangiamenti per chitarra di “Someone Like You” di Adele e “Sweet Child O’ Mine” dei Guns N’ Roses.

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Giovanni Monoscalco – foto di Alfonso Giardino

Si è molto sviluppato negli ultimi anni l’interessante lavoro di ricerca del ferentinate Giovanni Monoscalco, a cavallo tra la rielaborazione – o lo «stravolgimento», come dice lui stesso – di brani della musica antica di autori come Gaspar Sanz e Jean-Baptiste Lully, e la composizione di brani originali in stile, che attraverso la sua frequentazione con il fingerpicking e il fingerstyle acustici assumono una consonanza con certi accenti cari al compianto John Renbourn. Particolarmente interessante è stato anche il suo uso sulla chitarra con corde in nylon di un’accordatura aperta di Sol minore, con la quale ha interpretato due composizioni originali, un movimento spagnoleggiante dalla “Sonatina in Sol minore” e “On the Road” in fingerpicking, per concludere con un brillante arrangiamento de “I giardini di marzo” di Lucio Battisti.

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Sergio Arturo Calonego – foto di Alfonso Giardino

Conclude la serata Sergio Arturo Calonego, un’altra nuova acquisizione al mondo del fingerstyle italiano. Lui proviene dal blues elettrico e dalla canzone d’autore, prima come leader della Lillidy Blues Band e poi per un decennio con il progetto Arturo Fiesta Circo, finché nel 2013 esce con Marinere, un album solista in cui emerge la sua dimensione intima di chitarrista acustico e dove la voce, quando è presente, interagisce con la chitarra senza prendere il soppravvento; una chitarra accordata perennemente in DADGAD, ricca di groove, suonata facendo ampio uso di armonici e nuove tecniche percussive. Questo disco doveva essere più che altro un demo, una testimonianza privata destinata all’archivio personale del musicista, ma la buona riuscita del lavoro e l’accoglienza che ha ricevuto sono destinate a modificarne la traiettoria. Grazie a Marinere, in occasione del Concorso musicale nazionale ‘Senza Etichetta’ 2014, la giuria presieduta da Mogol ha premiato Calonego con una Targa SIAE come miglior autore: un riconoscimento che ha contribuito non poco alla sua visibilità. E qui, a Ferentino, Sergio ha suonato diverse tracce del suo CD, soprattutto i brani strumentali, a parte la suggestiva canzone d’amore “Suite R.”. Inoltre ha anticipato alcuni pezzi che entreranno a far parte del suo prossimo disco, che sarà presentato al Festival de la Guitare di Issoudun in Francia, in seguito alla vittoria del Premio ADGPA ‘Chitarrista emergente’ 2015. Di lui non colpisce tanto la tecnica, che è comunque di livello, ma soprattutto la spiccata personalità, l’incontenibile voglia di comunicare, che si è fatta subito riconoscere fin dal modo in cui si è presentato al pubblico: «Io ho tre bambini piccoli, e ho perso l’utilizzo della casa. Non vengo dall’Accademia, vengo dal bagno, perché è l’unica stanza dove ho potuto in questi anni nascondermi dalle responsabilità»; una personalità dirompente, che si trasferisce nella sua musica conferendole originalità e imprevedibilità.

La seconda serata del venerdì si è aperta con un altro spazio dedicato a un giovane esordiente, Claudio Cirillo, che è stato segnalato dalla sede romana di ScuolacusticA, la scuola di Fingerpicking.net diretta da Daniele Bazzani, e che quest’anno si è messo in evidenza anche nello spazio dei Giovani del Folkstudio, curato da Luigi ‘Grechi’ De Gregori e Francesco ‘Cisco’ Pugliese all’Asino che Vola di Roma.

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Claudio Cirillo – foto di Pietro Mosca

Claudio ha presentato un gustoso arrangiamento di “Volare”, soprattutto nelle parti in picking e walking bass, e un brano originale dedicato a Maneli Jamal con il titolo significativo di “Emigrati”.

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Akira Manera – foto di Pietro Mosca

Gli Akira Manera, che Pelosi ha conosciuto all’Arciliuto di Roma in una serata collettiva per il cinquantennale dei Beatles in Italia, sono stati poi un’autentica rivelazione di questo festival. Sono formati da Luca Morisco alla voce, ukulele e percussioni, con grandi doti di front man e comunicatore; e da Davide Lomagno alle armonie vocali e chitarra, spalla perfetta e bravissimo chitarrista. Hanno presentato un repertorio di piacevoli canzoni originali, ottimamente cantate in inglese, e di particolari arrangiamenti acustici: il loro nome Akira Manera è tratto dal dialettale calabrese ’e chira manera, ad evocare appunto un’idea di arrangiamenti ‘in quella maniera’; il tutto in uno stile ispirato a una tradizione che va dagli Everly Brothers a Crosby, Stills & Nash passando per Simon & Garfunkel. Veramente personale la rielaborazione di “Teardrop” dei Massive Attack; assai bello il solo di chitarra “Walking on a Mountain” composto da Lomagno. I due hanno all’attivo l’album Acoustic Remedy pubblicato da Terre Sommerse.

Un gradito ritorno è stato quello di Paolo Sereno, che ha già partecipato al festival nel 2010 e ha lavorato in questi ultimi anni più che altro all’estero, suonando in giro tra la Cina e il resto d’Europa. Ha riproposto alcune delle composizioni migliori del suo repertorio già noto, prima fra tutte la trilogia dedicata ai pescatori della sua Puglia di origine, con “Prayer”, “Vele di settembre” e “Danza bianca”, confermandosi uno dei migliori esponenti italiani del chitarrismo improntato alle nuove tecniche contemporanee, che lui ama chiamare fingercussion e superpicking; e mostrando al tempo stesso di essere maturato sensibilmente sul piano interpretativo e della comunicazione con il pubblico.

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Paolo Sereno – foto di Pietro Mosca

Luigi ‘Grechi’ De Gregori, nel ritrovarsi a suonare dopo un virtuoso della chitarra come Sereno, ha esordito dicendo: «Sono un po’ imbarazzato, io sono uno ‘strapazzachitarre’!» E più avanti, nell’affrontare l’ardita introduzione strumentale di una sua canzone, ha aggiunto: «Anche Dylan da giovane faceva come me, prima di attaccare un pezzo faceva un po’ di casino»… Luigi del resto fa sempre così: ha suonato due volte all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana e, anche in quelle occasioni, si è premurato di schermirsi rispetto alla possibilità di essere giudicato in quanto chitarrista. Il pericolo però non sussisteva e non sussiste. Il suo ruolo non è quello di strumentista, ma resta assodata la sua pionieristica importanza nell’aver introdotto in Italia un certo modo di scrivere ballate con la chitarra, di cui la sua “Il bandito e il campione” rappresenta un approdo fondamentale, nel solco della grande tradizione dei singer-songwriter che fanno capo a Woody Guthrie e al folk revival americano. Più semplicemente, Giovanni Pelosi lo ha accolto definendolo «una persona coraggiosa e gentile»; ed è in questo spirito che il pubblico di Ferentino ha seguito con interesse e attenzione le sue narrazioni e le sue belle canzoni, che in buona parte sono raccolte nel suo ultimo disco antologico Tutto quel che ho.

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Bob Bonastre – foto di Alfonso Giardino

La serata si conclude con un altro ritorno significativo, quello di Bob Bonastre, che è stato già qui nel 2012. Nato in Senegal da una famiglia per metà francese e metà spagnola, Bob ospita dentro di sé i germi di una ‘musica del mondo’, di una world music che raccoglie molte suggestioni diverse in uno stile molto personale, caratterizzato in modo organico da un fingerstyle svincolato da modelli sulle corde di nylon, da intermezzi di parti percussive e da liberi inserti vocali senza parole, a volte in contrappunto con la chitarra e di grande estensione fino al falsetto, che lui attribuisce in realtà alle «parole del cuore che mi permettono di essere capito ovunque». Come molte musiche etniche, la sua musica potrebbe apparire sempre uguale a se stessa, ma in effetti è sempre diversa da se stessa. Nell’incontro che ha tenuto la mattina dopo il concerto, ci ha spiegato la magia di questo suo modo di procedere: «Io ho iniziato come chitarrista elettrico, vengo dal rock, poi ho lavorato veramente tanto sul jazz; e ho sempre suonato anche un po’ di classica, l’ho studiata da solo. Sono passato effettivamente alla chitarra acustica con corde di nylon quando Peter Finger mi ha proposto di fare un disco, il mio primo disco Existence del 2000, chiedendomi di farlo per chitarra sola e con pezzi tutti originali. Ma io venivo dal jazz, e non potevo immaginare di partire in tour e ripetere ogni sera le stesse cose: ho bisogno di improvvisare, di mettermi in pericolo. Perché questa ‘paura’, questa tensione, dà forza, consapevolezza, tiene svegli. Io improvviso in tutti i miei brani: i miei brani sono delle ‘forme’, che possono essere dei modi, come nella musica indiana o in altre musiche etniche, oppure qualche struttura più jazzistica. Ma evito sempre di ripetermi; e questo può costituire un tranello, perché non sempre ci riesco. L’introduzione è spesso già improvvisazione, naturalmente in un ‘quadro’ che conosco, poi espongo il tema del brano, quindi improvviso ‘dentro’ il brano».

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Tonino Tomeo – foto di Alfonso Giardino

L’apertura del concerto di sabato è dedicata questa volta a un ‘ex esordiente’, Tonino Tomeo, che ha vinto il concorso Arrangiatevi! di Acoustic Franciacorta 2014, è stato selezionato per la Fingerstyle Guitar Competition del Canadian Guitar Festival, è un blogger di suonarelachitarra.it ed è diventato insegnante della sede di Napoli di ScuolacusticA. Il suo potenziale tecnico è molto elevato e naviga tra un ragtime picking di matrice atkinsiana e uno stile percussivo e funky di grande impatto. Da quest’ultimo punto di vista la vetta viene toccata con le sue cover cantate di “Superstition” di Stevie Wonder e “Kiss” di Prince, che raggiungono un tale grado di potenza e di coinvolgimento del pubblico da rischiare di sacrificare il resto del suo repertorio; al punto tale che, paradossalmente, verrebbe da consigliare a Tonino di rinunciare all’appeal di quei due brani e darsi lo spazio necessario per rafforzare e imporre all’attenzione i suoi pezzi originali, tra i quali segnalo la vincitrice di Arrangiatevi!, “Kappuccetto Rosso”, e “Downtown Traffic Jam”, un efficace fingerpicking con dissonanze descrittive.

Giorgio Cordini è uno degli ospiti più assidui di Ferentino Acustica, e quest’anno ha avuto l’opportunità di presentare un progetto molto maturo e definito, grazie alla recente uscita di Piccole storie, un prezioso concept album che raccoglie storie vere di sofferenze legate principalmente alla Seconda Guerra Mondiale, musicate e interpretate dallo stesso Cordini su testi di Luisa Moleri e in parte di Alessandro Sipolo e Mario Mantovani.

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Giorgio Cordini Trio – foto di Alfonso Giardino

L’album è stato presentato quasi integralmente, con un intermezzo strumentale dedicato a un nuovo arrangiamento di “Bella Ciao”, il tutto in trio con i bravissimi Alberto Venturini alle percussioni e clarinetto, e Carlo Gorio alla chitarra acustica, entrambi impegnati anche nei cori. Un set bellissimo, in una veste rigorosa.

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Riccardo Zappa con Federico Bragaglia – foto di Alfonso Giardino

Non nuovo a Ferentino è anche Riccardo Zappa, che quest’anno si è presentato con la sua fedele Martin 12 corde in duo con Federico Bragaglia, un percussionista-batterista preciso e vigoroso, com’è del resto da sempre nelle preferenze di Riccardo, che ama inquadrare la sua musica in una ritmica ben definita. Il set ha presentato curiosamento un solo brano dal suo nuovo disco C’è bisogno di grano, “Scioglidita”, tra l’altro in medley con “Cooper & M.P.”, quasi a sottolineare la continuità tra i nuovi lavori e i suoi classici, dei quali ha suonato anche “Definire significa limitare”, “The Avonbridge” e “I King”. Composizioni che d’altra parte rappresentano la storia della chitarra acustica in Italia.

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Peter Finger – foto di Alfonso Giardino

La serata si chiude nel migliore dei modi con Peter Finger, a Ferentino Acustica per la quarta volta. Non solo, ma Giovanni Pelosi sta cominciando a immaginare di collocare le future date del suo festival in base agli impegni che Peter prenderà, per fare in modo che lui possa diventare un ospite per sempre. Ed è così che lo presenta: «Uno dei più grandi musicisti del mondo, non soltanto chitarrista. Ascolterete una musica complessa, e la persona che la scrive e che ve la propone è un genio. Fate attenzione a questa musica.» Cos’altro aggiungere?

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Reno Brandoni – foto di Alfonso Giardino

Il concerto conclusivo inizia subito con un ospite di rilievo, Reno Brandoni. Reno è un chitarrista che non ha mai puntato sul virtuosismo dello strumento, ma piuttosto sul coinvolgimento emotivo delle melodie e dei suoni, cercando di accompagnare il pubblico nel ‘racconto’ di qualcosa. E quest’anno credo che abbia trovato una chiave particolarmente efficace. Cito quasi integralmente il suo esordio: «Per me chitarrista è uno che ha scelto la chitarra come compagna, come elemento con cui confrontarsi nella vita, da cui apprendere e a cui rivolgersi nei momenti di gioia o di bisogno. E mi ero sempre chiesto: “Chissà come sarebbe la vita per un chitarrista, se per un attimo dovesse non avere più la sua chitarra tra le mani?” Purtroppo questa cosa mi è successa, e ho capito che è quasi impossibile sopravvivere a un evento del genere, perché nel momento più difficile e più duro della tua vita ti ritrovi solo. Così ho lottato per riavere la mia chitarra e finalmente ci sono riuscito; finalmente, dopo quell’esperienza, sono tornato ad abbracciare una chitarra e lì sono stato vinto dall’emozione, perché non sapevo quale sarebbe stato il primo pezzo che avrei suonato. Allora ho chiuso gli occhi e ho chiesto alla chitarra di essere lei a suonare le mie emozioni e a raccontarmi le storie del mondo invisibile». Ho notato che, attraverso questo esordio, il pubblico è entrato in uno stato di particolare attenzione e simpatia, che ha reso più facile innestare altri racconti sonori: “A Sa’” e la ricerca di un blues italiano, secondo le esortazioni dell’amico Stefan Grossman; la risposta a “Woman from Donori”, sempre di Grossman, con “Woman from S. Teodoro”; “Non potho reposare” e il rapporto di Reno con la Sardegna; la risposta al De André di Cordini con “Tu si’ ‘na cosa grande” di Modugno e ”Caruso” di Dalla. Ecco, la chitarra è anche questo: un modo per raccontare. Senza contare che comunque, così facendo, Reno ha inanellato sei brani ciascuno in un’accordatura diversa, dal Re aperto al Sol minore aperto…

Anche in memoria del grande amico Gianfranco Preiti, che è stato ricordato al festival nel 2012 con la presentazione del disco Il sangue e la spina del suo gruppo Castalia, pubblicato dopo la sua scomparsa, a Pelosi sta veramente a cuore di dedicare uno spazio adeguato al folk italiano. Ed è stato significativo il modo in cui quest’anno si è creata l’opportunità di invitare Carlo D’Angiò, una delle voci più rappresentative, per la sua aderenza allo stile folklorico, e uno dei compositori più prolifici di nuove canzoni in linea con la tradizione dal primo periodo della Nuova Compagnia di Canto Popolare e di Musicanova.

Con lui ha iniziato infatti a collaborare negli ultimi tempi Riccardo Marconi, un giovane chitarrista acustico che nel 2013 è giunto secondo al concorso Arrangiatevi! di Acoustic Franciacorta e nel 2014 ha partecipato all’Open Mic di Ferentino Acustica. D’Angiò del resto, dopo un lungo periodo di silenzio, ha ripreso recentemente la sua attività artistica pubblicando nel 2011 il doppio CD Viva il Sud, che contiene un primo disco con undici nuove composizioni inedite e un secon

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Carlo D’Angiò e Riccardo Marconi – foto di Alfonso Gardino

do dedicato a riesecuzioni dal vivo delle sue interpretazioni del passato. Nella sua esibizione a Ferentino in duo con Marconi ha riproposto soprattutto i suoi classi cavalli di battaglia, con brani indimenticabili come “Riturnella”, “Tammurriata di Giugliano”, “Tarantella del Gargano”, “Quando turnammo a nascere”, “Nannare’”, “Brigante se more”, per concludere con la nuova composizione “Sognando domani” su base di violini. È stato un set veramente emozionante, per noi in particolare grazie all’incontro di uno dei maggiori esponenti del periodo d’oro del folk revival italiano con un giovane chitarrista acustico, che in questa collaborazione potrà trovare nuove vie per il nostro strumento a contatto con la tradizione del nostro paese.

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Antonio Forcione – foto di Alfonso Giardino

Con la successiva esibizione di Antonio Forcione ci avviciniamo al discorso che è stato fatto per Peter Finger. Le sue brillanti escursioni tra corde di nylon e corde di metallo, tra atmosfere latine e atmosfere africane, che trovano un culmine in “Alhambra” da Touch Wood del 2003, dove combina mirabilmente il flamenco e il mondo arabo e nordafricano, o nello stesso “Touch Wood” di cui ci racconta «che è piaciuto a Paul McCartney, il quale ha cominciato a scrivere delle parole per questo pezzo», lo pongono ormai senza ombra di dubbio tra i grandi della chitarra contemporanea.

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Il Graziano Accinni Ethnos Trio – foto di Alfonso Giardino

L’ultimo set della rassegna è stato un altro importante tributo al folk italiano con il Graziano Accinni Ethnos Trio. Accinni è un chitarrista che ai suoi inizi si è messo in evidenza come plurivincitore di “Emergenza Chitarre”, la storica rubrica dedicata dalla rivista Chitarre ai chitarristi emergenti, per avviare successivamente una lunga carriera di turnista, soprattutto al fianco di Mango, ma anche accanto a nomi come Mina, Mariella Nava, Miguel Bosè e tanti altri. A partire dal 2006, poi, ha iniziato un appassionato lavoro di ricerca e di riproposta intorno alle musiche della tradizione popolare lucana con il gruppo Ethnos, un lavoro che è stato coronato dalla pubblicazione di quattro dischi e da una collaborazione ufficiale con la Regione Basilicata. Nell’esibizione di Ferentino in trio con il chitarrista Silvio De Filippo e il cantante Giuseppe Forastiero, il progetto di Accinni si è mostrato in tutta la sua chiarezza: recuperare dall’oblio il patrimonio tradizionale della sua amata terra e porgerlo in una veste rinnovata, per poterlo riaffermare all’attenzione delle giovani generazioni e del grande pubblico, quel pubblico delle grandi piazze che lui ha conosciuto così bene nel corso della sua carriera. A questo scopo è rivolta tutta una serie di scelte artistiche, come l’impiego al posto della chitarra battente di chitarre elettroacustiche Godin Acousticaster, l’uso estremo di accelerazioni virtuosistiche, l’adozione di ritmiche e sonorità attuali con basi elettroniche, loop, accenti di pop latino. Il risultato è imponente e trascinante, e in ogni caso encomiabile sul piano delle intenzioni. Personalmente, amerei verificare i risultati delle ricerche di Graziano anche in una veste più acustica e intima, in una dimensione più simile al bluegrass o al gipsy jazz per intenderci, che a mio modo di vedere potrebbe mostrare a sua volta una propria efficacia.

Ma il festival non è ancora terminato, il direttore artistico ci ha riservato una grande sorpresa finale: salgono di nuovo sul palco Carlo D’Angiò, Riccardo Marconi, Antonio Forcione e, tutti insieme al Graziano Accinni Ethnos Trio, eseguono una splendida versione acustica di un altro cavallo di battaglia di D’Angiò, “Canzone per Iuzzella”. La sorpresa è graditissima e la gente chiede a gran voce di ripeterla una seconda volta. Poi gli Ethnos, con le note travolgenti di una tarantella, accompagnano gli spettatori verso l’ultimo entusiasmo e l’ultimo applauso.
Non possiamo però concludere senza ricordare che i concerti del sabato e della domenica sono stati preceduti da due pomeriggi di Open Mic, una delle iniziative caratteristiche di Fingerpicking.net fin dai tempi della sua fondazione. Gli appuntamenti sono stati coordinati anche quest’anno da Leonardo Baldassarri nella bella e ospitale cornice del cortile del Palazzo Giorgi-Roffi Isabelli, offrendo come di consueto occasioni di felici incontri e scoperte. Vi sono stati innanzitutto degli emozionanti passaggi di consegne ‘generazionali’ di alcuni veterani del sito di Fingerpicking.net: lo stesso Baldassarri ha accompagnato le bravissime figlie cantanti Laura e Serena, così come ha fatto Fulvio Montauti con la sua altrettanto brava figlia Lucilla. D’altra parte Fulvio ha confermato le sue doti di sensibilissimo e personale interprete di versioni chitarristiche di standard jazz.

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Il gran finale – foto di Alfonso Giardino

E poi il figlio Giorgio di Giovanni Monoscalco, chitarrista del promettente quartetto Sheopard con un repertorio ‘folk (rock) swing’ di canzoni originali in inglese. A proposito di veterani, Lamberto Infurna, penalizzato dall’emozione dell’esibizione, ha però mostrato di lavorare su arrangiamenti contrappuntistici e molto sofisticati di standard. Vi è stata poi la piacevole sorpresa di Luca Ricatti, che ha presentato l’interessante disco autoprodotto Fumo al vento, con un repertorio di canzoni originali e rielaborazioni ispirato alla tradizione popolare italiana, ben accompagnato alla chitarra e con testi intelligenti e ironici. E infine molte cover, strumentali e cantate, con il bravo colonnello meteorologo Girolamo Sansosti, Titti Conce’ e Davide, il 29.90 Acoustic Quartet e i King Ray 72.

Andrea Carpi

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