Davide Peron – Imbastir parole

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cover_imbastirparolePer cercare di definire Davide Peron (operazione tutt’altro che facile per chi fa dell’indefinibile il centro della propria ricerca poetica) viene quasi voglia di coniare un neologismo: più che cantautore lo chiamerei, infatti, cantaltura, con una crasi con la quale provare a rendere merito alla duplice dimensione della quale – secondo la mia personale sensibilità – vive la musica di una delle voci più interessanti della sua generazione: la montagna (in particolare le Dolomiti, soprattutto quelle di casa nella sua regione d’origine: il Veneto) che, più che semplice musa ispiratrice (cosa che senz’altro è), rappresenta il codice semantico-simbolico da utilizzare se si vuole decifrare, in profondità, la lirica di Davide; e la cultura. Sul termine ‘cultura’, però, occorre intendersi. In questo caso, infatti, non si tratta di ‘altezza’, vale a dire di quell’intellettualismo altisonante e distante, che fa di una snobistica distanza la linea di separazione da una realtà troppo ‘semplice’ e che non riconosce, in quanto ‘volgare’ (nel senso etimologico e non dispregiativo). Si tratta, al contrario, di ‘pianura’, nel senso di quella cultura popolare che nasce dalla ‘semplice’ – faticosa, dolorosa e umanissima – quotidianità delle generazioni che ci hanno preceduti (qualcuno, prima o poi, dovrà decidersi a indagare le differenze, a mio avviso sostanziali, che passano tra definizioni quali ‘civiltà contadina’ e ‘società industrializzata’), che hanno trasmesso una povera ma nobile visione riguardo al senso del percorso dell’esistenza, dell’incontro con la realtà e con l’altro da sé e, naturalmente, del suo fine ultimo. Visione ormai perduta e probabilmente da ripensare.
Base (cultura popolare) per altezza (la montagna, con le provocazioni dei suoi orizzonti totali e del suo indurre all’infinito) sembra, dunque, la formula ideale per calcolare l’area di questo Imbastir parole, un album bello e intenso (12 brani in tutto: 4 inediti: “Fortuna al fianco”, “Terramata”, “L’aquilon” e “Mamma se solo sapessi”; e 8 scelti tra i migliori raccolti nei due album precedenti: “Aria buona” e “Fin qui”, vedi Chitarra Acustica, n. 11/2012), che parla quella lingua ‘piana’ fatta di semplicità, autenticità e profondità che consente – come nel caso di una arrampicata in solitaria: scarponi e mani nude – di raggiungere verità inattese e sempre sorprendenti.

Giuseppe Cesaro

PUBBLICATO

Chitarra Acustica, n.04/2014, p. 28

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