Francesco Buzzurro – Il quinto elemento

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PrintTorniamo a occuparci di Francesco Buzzurro, il versatile e pirotecnico chitarrista siciliano, dopo aver recensito sul numero di settembre il suo CD One Man Band nel quale, con gusto e originalità, ha rivisitato alcuni celebri standard della musica internazionale. In questi giorni è uscito il suo nuovo lavoro, Il quinto elemento, progetto ambizioso, poggiato su un solido programma che lo avvicina ai grandi concept album dei tempi d’oro del rock progressivo. Si tratta nientemeno che di un excursus musicale destinato a scandagliare il senso e le caratteristiche dei quattro elementi, che un secolare pensiero filosofico, teosofico ed esoterico ha posto a fondamento della vita e della natura: Acqua, Fuoco, Aria e Terra. Solo che, mentre Aristotele aveva individuato il famoso ‘quinto elemento’ (la ‘quintessenza’, come sarà poi chiamato) nell’Etere, Buzzurro lo vede nella Musica, «capace di unificare i quattro elementi della natura e armonizzare noi stessi con tutto quello che ci circonda». Capite perché il progetto è ambizioso?
Però va detto che al di là della sovrastruttura concettuale, senz’altro da tenere presente e da meditare, la qualità intrinsecamente musicale del lavoro è decisamente alta e Buzzurro vi si conferma chitarrista di solida tempra, profondamente radicato nel classico, ma apertissimo ad altri generi e stili e – soprattutto – sorretto da una cifra compositiva e stilistica di valore.
Il CD è organizzato in quattro ‘mini sonate’ in tre movimenti, riconducibili con un po’ di buona volontà al glorioso schema Allegro-Adagio-Allegro, ognuna dedicata agli aspetti salienti dei quattro elementi, visti di volta in volta nel loro stato più attivo e dirompente, in quello più disteso e riflessivo, in quello più dinamico e in divenire. Si comincia con l’Acqua, cui sono dedicati “Vortici”, dai vorticosi (ecco!) accenti asimmetrici, “Dietro un vetro”, bossa lenta che si apre a poco a poco in un notevole arioso, e “Raindance”, dalle sonorità tribali e dal carattere evocativo. Si prosegue poi col Fuoco e con “Fuego”, che coniuga timbri cupi e inquieti e influssi latini, “Hypnotic”, con uno straordinario momento ritmico giocato sulla coesistenza di bassi e melodia, e “La piramide del sole”, dal curioso andamento andino/modale con reminiscenze medievaleggianti. Si continua con l’Aria e “La danza delle ombre”, dal sapore celtico, “Il respiro della luna”, che invitiamo ad ascoltare a occhi chiusi secondo il suggerimento dello stesso autore, e “Paros”, un sirtaki variato e vagamente stralunato, di particolare effetto; per planare infine sulla Terra con “Colmar”, un fiero rondò gipsy che parla di libertà e vita senza confini, “Heart of the Emigrants”, forse l’episodio più toccante del CD, dedicato alla nostalgia, alla fatica, al dolore, ma quieto e come cullato da una melodia intensa dagli echi arcaici, e “Homeland”, elegiaco ed elegante in particolare nello sviluppo del finale.
Ma qui finiscono le parole: Buzzurro va ascoltato con la sua sapienza tecnica e l’ispirazione sempre sollecitata, i suoi improvvisi cambi di accento e di ritmo, la sua inventiva. Ancora one man band, anzi come non mai, in questa occasione Buzzurro si scrolla di dosso i residui di easy listening che limitavano un po’ la sua opera precedente per entrare, pur restando limpido e sempre godibile, nell’introspezione, nella riflessione, nella meditazione.
Bene.

Carlo de Nonno

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 11/2014, p.8

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