domenica, 20 Giugno , 2021

Intervista a Luciana Bigazzi e Maurizio Colonna

Dal vivo negli Istituti Italiani di Cultura

Intervista a Luciana Bigazzi e Maurizio Colonna

di Andrea Carpi

Da quando, nel 2006, hanno dato vita all’etichetta NCM dedicata alla creatività contemporanea della New Classic Music, accanto alle proprie produzioni solistiche – Luciana con Lacoste: Works for Piano (2006), Full Moon for Piano (2014) e Flowers for Piano (2017), Maurizio con Guardando il mare (2006), Rock Waves: Electric Dreams of a Classical Guitar Player – Live (2008) e The Secrets of the Soul (2018), oltre ai propri libri con CD allegato 25 Pop Studies for Guitar e Pop Studies for Guitar – Second Series editi da Curci (2016-2018) – Luciana Bigazzi e Maurizio Colonna hanno pubblicato insieme cinque album dal vivo, tra cui Christmas – Live, registrato nella Basilica Pontificia ‘Sant’Alfonso Maria de Liguori’ di Pagani (2012) e ben cinque CD registrati in occasione di concerti organizzati da alcuni Istituti Italiani di Cultura all’estero: Reflections in the Night – Live in London (2012), Live in Hong Kong (2015) e Return to Hong Kong Live (2018), per arrivare infine a quest’ultimo recente Live in Oslo, che Carlo de Nonno ha attentamente recensito nello scorso numero di febbraio. Un’ottima occasione per respirare il profumo di uno degli ultimi concerti dal vivo prima della forzata interruzione, in attesa della auspicata ripresa, e per fare il punto delle attività della nostra coraggiosa coppia musicale, capace di esportare con tenacia e successo la buona musica italiana sulle piazze del mondo. 

Da quando avete creato la vostra etichetta NCM, questo Live in Oslo è il vostro quarto album dal vivo realizzato in collaborazione con Istituti Italiani di Cultura all’estero. Come si è sviluppata questa vostra attività e cosa ha rappresentato per voi?

Luciana: Siamo stati più volte invitati a suonare all’estero. Con alcuni Istituti Italiani di Cultura abbiamo avuto il piacere di condividere dei progetti di registrazione dal vivo: hanno avuto così origine i nostri CD live. Tra i direttori degli Istituti Italiani di Cultura che ci hanno ospitato, desidero menzionare Carlo Presenti, Matteo Fazzi e Andrea Giagnoli, professionisti molto seri che si sono concretamente impegnati nella diffusione della nuova musica strumentale italiana. Mi ricordo, in particolare, che in occasione della presentazione di uno dei miei album in studio, Carlo Presenti mi chiese di suonare per inaugurare a Londra la rassegna concertistica The New Italian Instrumental Music, un impegno col quale era palese la volontà di divulgare la nuova creatività strumentale italiana.

Maurizio: La dimensione live mi affascina da sempre: credo che sia il contesto musicale in cui possono emergere meglio le reali potenzialità di un interprete. Oggi, purtroppo, non sappiamo quanto a volte sia più bravo l’artista che registra o il tecnico del suono che fa l’editing. L’opportunità di far coincidere un’esperienza concertistica con quella discografica, grazie alla disponibilità di alcuni Istituti Italiani di Cultura coinvolti nei progetti dal vivo, non poteva essere sottovalutata, proprio per offrire al nostro pubblico un prodotto artistico unico e irripetibile. 

Che realtà culturale e sociale, quale tipo di pubblico e quale accoglienza avete incontrato in queste vostre avventure internazionali? In particolare, come avete vissuto questa esperienza norvegese?

L.: Le realtà culturali e sociali incontrate sono state varie. Abbiamo percepito delle atmosfere accoglienti, il pubblico è stato molto partecipe, curioso e rispettoso nell’ascolto di musica nuova. Non bisogna dimenticare che la musica strumentale non necessita di traduzioni linguistiche, quindi mette facilmente a suo agio l’ascoltatore, che ha così la possibilità di accogliere liberamente il linguaggio energetico recepito durante ogni performance. A Oslo ci siamo trovati benissimo: la città è meravigliosa. Il concerto è stato un momento di festa per tutti: per noi che abbiamo suonato e per il pubblico, che ha seguito con un’attenzione speciale e, al termine dell’evento, si è intrattenuto a lungo a conversare con noi.

M.: In più occasioni ho espresso il mio stupore e la soddisfazione nel vedere pubblici diversi che hanno manifestato, nei confronti della nostra musica, un grande entusiasmo. Ciò conferma che l’emozione, la partecipazione e gli affetti superano i pregiudizi ‘geografici’.

Luciana, nella prima parte del concerto consacrata alla tua dimensione solistica, tre delle tue composizioni su cinque omaggiano la Norvegia: come sono nate, e in quale spirito, queste composizioni evidentemente concepite per l’occasione?

L.: Ho amato la Norvegia sin da quando ero bambina. Ho letto molto su questo Paese, ne sono rimasta presto affascinata. Con i suoi meravigliosi fiordi e il verde sconfinato, un omaggio alla magia di quella terra non poteva mancare dal mio repertorio compositivo. Tutti i brani del concerto che ho scritto in omaggio alla Norvegia sono editi per il brand Bèrben dalle Edizioni Curci, che pubblicheranno presto gli spartiti in una raccolta di mie musiche pianistiche, in cui saranno inclusi anche altri brani che ho scritto anni fa.

In particolare, in che rapporto sono la tua formazione musicale e il tuo gusto musicale con il compositore norvegese Edvard Grieg, che hai omaggiato in “Bryggen”? E come ne hai tratto ispirazione in questo brano dal tema riconoscibilissimo, in una sorta di ‘forma canzone’? 

L.: Ho suonato musiche di Grieg sin da quando ero piccola, con curiosità e avendo l’impressione più volte di entrare in qualche fiaba nordica. Poi, quando ho ‘incontrato’ il suo Concerto per pianoforte e orchestra in La minore (op. 16), ne sono stata affascinata. L’ho studiato, ma soprattutto l’ho ascoltato tante volte durante la mia adolescenza: era il concerto prediletto da Gabriella Galli Angelini, la pianista romana che aveva seguito i miei studi pianistici fino al diploma di pianoforte. Adesso lei non c’è più, ma quando ascolto Grieg o sento parlare di lui, il mio pensiero si rivolge a quel mio passato musicale segnato da una pianista di sensibilità rara, che amava Grieg. “Bryggen”, che significa ‘banchina’, è nato pensando a un coloratissimo quartiere al centro di Bergen, la città natale di Grieg: è il porticciolo antico della città, considerato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, con tipiche case coloratissime in stile medioevale, a tre livelli, in legno, tutte strettamente confinanti tra loro e parallele al molo. L’area di Bergen ha un clima meno freddo rispetto a quello di altre zone norvegesi e questo aspetto, unito alla tipicità del territorio, ha influenzato molto la mia ispirazione.

Sorprende, rispetto all’andamento più pacato e riflessivo dei due altri pezzi ‘norvegesi’, la spiccata allegria di “Norway”: quali suggestioni e immagini della Norvegia hai voluto rappresentare?

L.: Con “Norway” ho espresso il mio sorriso per quella terra. Il brano è ispirato ai colori norvegesi e alla lucentezza dei paesaggi innevati, soprattutto quelli delle aree più settentrionali, ed è un omaggio alle luminose estati nordiche.

Le altre due composizioni del tuo set, Luciana, sono tratte dal tuo album in studio Flowers for Piano del 2017: come le hai scelte, forse in continuità tra l’ispirazione ‘naturalistica’ dei fiori e le suggestioni offerte dalla natura norvegese, che immagino intense?

L.: “White Roses” e “Pink Hollyhocks” sono state scelte per rendere un piccolo omaggio alla città di Oslo, con i suoi viali, i parchi e le piazze che sono un tripudio di fiori e alberi, molto ben curati, da contemplare.

In particolare, “White Roses” è interpretata in modo più libero, con spazi meditativi, rispetto alla versione in studio: come vivi, di solito, l’interpretazione dal vivo delle tue composizioni rispetto allo spartito o all’esecuzione in sala d’incisione?

L.: Lo spartito è una parte formale della creatività. Tutto ciò che diventa energia sonora, con suoni e silenzi non assoluti, costituisce per me il vero cuore della musica, non verbalizzabile e non teorizzabile, in quanto affidato ogni volta a momenti irripetibili. Considero sia l’interpretazione in studio che quella dal vivo come momenti di libertà, perché in entrambi i casi, se si tratta dell’esecuzione di musiche mie, non utilizzo uno spartito: seguo una mappa mnemonica indicativa, nell’ambito della quale avvio fasi di creatività estemporanea.

Maurizio, nel tuo set individuale hai presentato ben sei dei tuoi Pop Studies for Guitar, pubblicati tra il 2016 e il 2018 dalle Edizioni Curci in due volumi con CD allegato. Visto che questi tuoi Studi sono concepiti per coniugare l’aspetto didattico con la fruibilità all’ascolto e anche la destinazione concertistica, immagino che – dopo la loro pubblicazione – tu abbia voluto saggiare la loro efficacia di fronte al pubblico: com’è andata questa verifica, in particolare a Oslo?

M.: Sia a Hong Kong che a Oslo, ma anche in altre città, questi Pop Studies for Guitar hanno generato reazioni davvero belle: è stata la conferma che la doppia destinazione di queste pagine, quella didattica e quella concertistica, può considerarsi possibile. Di recente ho constatato, grazie alla rete, che molti studenti di chitarra si stanno avvicinando a questo nuovo repertorio, e alcuni di loro – a vari livelli – si sono impegnati realizzando videoregistrazioni e trascrivendo addirittura alcuni Pop Studies per ensemble strumentali. Questo fermento musicale è per me motivo di gioia.

Tra questi studi mi ha colpito particolarmente “Pop Study No. 27”, che rievoca per me atmosfere che vanno da “Guido piano” di Fabio Concato alla rilettura bachiana di Steve Hackett in “Horizons”: una sintesi formidabile!

M.: L’intenzione compositiva che è dentro il progetto Pop Studies vive di una forte necessità: offrire ai chitarristi classici un corpus di brani che evochino le atmosfere emozionali dei grandi concerti pop, unite al potenziale proprio dell’idioma chitarristico, sfruttando sempre e solo lo strumento ‘chitarra’, nella sua identità classica, senza modificazioni timbriche o interventi tecnologici che possano snaturare il suono originale. L’obiettivo è quello di generare una sintesi creativa, tipicamente contemporanea, in cui il concertista, ma anche lo studente, si dovrebbe calare in modo naturale, senza pregiudizi.

 

Il tuo set, Maurizio, lo concludi con il tuo cavallo di battaglia “Dance”, pirotecnico terzo movimento della suite “Moments Live in My Memory”, che hai pubblicato nello spartito Moments Live in My Memory – Games del lontano 1989 e suonato nel tuo CD Guardando il mare del 2006. “Dance” rappresenta il tuo lato più virtuosistico: come hai vissuto e come vivi oggi questo aspetto della tua musicalità?

M.: In realtà “Dance” l’ho composto precedentemente e l’ho suonato per la prima volta in pubblico il 6 maggio 1980, nella Sala Grande del Conservatorio ‘Giuseppe Verdi’ di Milano. In quel concerto, all’interno della stagione concertistica “Le serate musicali”, ho avuto l’onore di dividere il palco con Alirio Diaz che è stato, durante la mia adolescenza, il mio maestro. Nel tempo, ho maturato un concetto di virtuosismo che può stupire: per me è virtuosistico solo ciò che emoziona, al di là delle difficoltà o semplicità tecniche presenti nella composizione interpretata. 

In generale, il tuo tocco non mi sembra così levigato e dolce come s’intende di solito nell’estetica della chitarra classica, ma appare decisamente più aspro e richiama a tratti lo stile del flamenco: qual è il tuo punto di vista in proposito?

M.: Ho fatto delle scelte per delineare il mio repertorio, escludendo anche musiche che amo, ma che non mi permettono di spaziare espressivamente come avrei voluto: il mio modo di ‘toccare’ la chitarra è fortemente vincolato dalle strade intraprese. Resta comunque il fatto che la mia ricerca timbrica sottintende un approccio dinamico molto ampio, che non esclude le sonorità più tenui.

I due brani che suonate insieme nella conclusione del concerto sono ancora due composizioni di Luciana, con Maurizio che sovrappone al piano varie decorazioni contrappuntistiche, arpeggi, tremoli: quanto c’è di ‘scritto’ e quanto di ‘improvvisato’ in questi arrangiamenti e nel vostro interplay?

L.: Il brano “Northern Lights”, il cui spartito sarà pubblicato dalle Edizioni Curci per il brand Bèrben, è stato scritto per pianoforte, poi si è pensato di condividerlo in duo in occasione del concerto di Oslo. Di “Tundra” esistono varie versioni dal vivo, soprattutto realizzate in duo [nei CD Reflections in the Night – Live in London e Live in Hong Kong]. Questo brano è stato pubblicato dalle edizioni Carisch-Machiavelli Music Publishing nella duplice destinazione strumentale – for piano and guitar or piano nell’album di spartiti Reflections in the Night – Live in London del 2013. Per queste due composizioni suonate a Oslo si è deciso di lasciare alla chitarra il maggior spazio improvvisativo.

M.: Mi diverto sempre ogni volta che improvviso sui brani di Luciana: ho condiviso con lei questa pratica musicale tante volte, anche perché le sue composizioni mi ispirano molto e – dal vivo – mi permettono di esprimermi con grande libertà e voglia di partecipare al risultato concertistico. Lei è favorevole all’improvvisazione, che pratica spesso sui suoi brani e anche sui miei.

Dopo questa importante esperienza dal vivo avvenuta nel 2018, la domanda s’impone: come avete vissuto gli anni seguenti fino a oggi, caratterizzati dalla tragica pandemia?

M.: In questi tre ultimi anni nel mio percorso artistico sono emerse due realtà: sotto il profilo creativo ho vissuto e sto vivendo tuttora un momento felice, certo che arriverà un periodo migliore in cui potrò presentare le mie nuove composizioni, senza i mille problemi di questi giorni; nell’ambito didattico ho trasformato in modalità telematica una parte delle mie attività, scoprendo così anche aspetti molto interessanti sotto il profilo tecnologico, che magari continuerò a considerare in periodi non più pandemici. Da ogni esperienza può maturare sempre qualcosa di utile e producente, nonostante tutto. 

L.: Ho affrontato l’incertezza sociale causata dalla pandemia cercando di proseguire con gli stessi percorsi già avviati, facendo ovviamente alcuni cambi sulle priorità da considerare: ho continuato a comporre, a insegnare (aggiornandomi sulle modalità didattiche telematiche), ho mantenuto i contatti con gli amici e i professionisti del settore musicale e ho proseguito, anche se con qualche rallentamento, la produzione del mio nuovo CD pianistico e di due primi album di due pianisti-compositori.

Per concludere, cosa potete vedere oltre il tunnel? Quali sono le vostre prospettive e i vostri progetti?

L.: Ho la speranza che questo periodo di forte instabilità finisca presto, ma penso che dovremo tutti continuare ad avere ancora pazienza. Per poter intraprendere qualsiasi scelta futura dovremo procedere con nuove consapevolezze, dettate dal lungo periodo di costrizioni, di blocco delle libertà individuali e dalle riflessioni conseguenti. Qualsiasi mente creativa soffre la prigionia delle idee, che continuano tuttavia ad essere prodotte. Dovremo individuare con attenzione quali saranno i momenti migliori e i contesti più adeguati per poter condividere i nuovi progetti. Come dicevo, mi occuperò dell’uscita del mio nuovo CD pianistico e di due produzioni musicali riferite a due nuovi artisti. Pubblicherò nuova musica e parteciperò a convegni, in particolare rivolti al legame musica-salute, un’area che mi sta particolarmente a cuore. 

M.: Spero di recuperare in tempi brevi, almeno in parte, il rapporto con la cosiddetta ‘normalità’. La normalità è la condizione utile per scoprire la bellezza del vivere quotidiano, la spettacolarità delle cose semplici.

Andrea Carpi

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