domenica, 25 Settembre , 2022

La ‘chitarra virtuosa e solitaria’ della Bandabardò: intervista a Finaz

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Finaz (foto di Gianluca Giannone)

Alessandro ‘Finaz’ Finazzo, attraverso la sua ventennale attività come co-fondatore, co-autore e ‘chitarra virtuosa e solitaria’ della Bandabardò, è da anni un riconosciuto punto di riferimento per la chitarra acustica, con il proprio particolarissimo stile ‘rock & folk’, debitore in parte della plettrata ostinata di John McLaughlin come dell’energia di Paco De Lucia, e sempre al passo con le tecniche innovative dalla shred guitar al nuovo chitarrismo acustico contemporaneo. Era naturale che questa sua dimensione di chitarrista ‘certificato’ dovesse prima o poi trovare anche un’espressione più compiuta e autonoma. E il frutto di tutto questo è stato l’ottimo disco Guitar Solo, che abbiamo recensito nel numero scorso (n. 11/2012, ndr) e di cui parliamo diffusamente con il diretto interessato nella chiacchierata che segue. Da questa intervista emerge tutta l’energia positiva e lo spessore professionale che un musicista come Finaz è in grado di portare nel nostro piccolo grande mondo della chitarra acustica.

Come è nata l’idea di affiancare il progetto Guitar Solo alla tua ventennale attività nella Bandabardò e cosa rappresenta per te?
L’idea è nata un po’ di tempo fa sulla scia di una esigenza artistica del mio essere principalmente un chitarrista. Nella mia carriera mi sono cimentato come autore, produttore, arrangiatore e chitarrista sia di band, sia di altri artisti. L’esigenza era ora quella di accettare una sfida di propormi da solo con la chitarra e cercare di realizzare un progetto personale in assoluta libertà. Inoltre è da molto tempo che fan, amici, colleghi e discografici mi stimolavano a raccogliere questa sfida e io, per carattere, nelle sfide mi ci butto sempre a capofitto.

Cosa cambia a comporre per la Bandabardò, per le colonne sonore, per te stesso?
Cambia tanto. Nel comporre per te stesso, devi concentrarti su un solo strumento, devi orchestrarlo e soprattutto ci sono delle cose che non puoi fare o non ha senso fare. Non posso fare un successo della Bandabardò come “Beppeanna” in versione strumentale! Altrimenti scriverei un brano pop… Magari può cambiare di meno per quanto riguarda le colonne sonore, attraverso la ricerca di certe atmosfere. Anzi, io spero proprio che alcuni di questi brani possano entrare a far parte di colonne sonore. Anche se in tutte quelle che ho realizzato, magari c’è anche un pezzo di sola chitarra, però fondamentalmente compongo per piccolo ensemble: una chitarra, poi ci metto un basso, chiamo qualche amico alle percussioni, oppure programmo una batteria elettronica… Le cose cambiano, sì, ed è per questo che ci ho messo tanto tempo a uscire con Guitar Solo. Mi son reso conto che ci doveva essere dietro uno studio molto accurato perché, se vai a proporre qualcosa, devi innanzitutto essere convinto te per convincere anche gli altri. Il mio cruccio era: cosa faccio? Mi metto alla chitarra acustica e faccio degli standard jazz, un po’ alla Joe Pass, in cui improvviso? Oppure scrivo, compongo ed eseguo, come fossi un chitarrista classico? Oppure alla Tommy Emmanuel? Faccio un uso massiccio dei pedali come nella Banda, oppure faccio il purista? Con che tipo di atmosfere? Uso le tecniche percussive sulla chitarra? Sì, ma in che modo? Poi ho capito semplicemente che l’importante è la composizione, il brano, se ti piace, se ti piace l’atmosfera. C’è chi si è innamorato di “New Song”, c’è chi mi ha scritto che “51st Street” è un pezzo incredibile, c’è chi dice che in “Blue Haze” è rimasto colpito perché a un certo punto inserisco un ‘effettaccio’ percussivo… Magari snocciolo cinquantamila note, poi uno rimane impressionato semplicemente perché faccio l’effetto del rullante mettendo due corde una sopra l’altra, un vecchio trucco che ho scoperto tanti anni fa guardando Baden Powell a Domenica In suonare “Marcha Escocesa”…

Come anche l’imitazione del berimbao che fai in “One by One”…
Sì, suonando anche in contemporanea le corde prima del capotasto. E dal vivo, utilizzando un octaver che agisce solo sui due bassi, all’inizio senti proprio un vero basso e un berimbao…

Finaz - Guitar Solo
Finaz – Guitar Solo

Gran parte del disco mette in evidenza un particolare stile di rock acustico, basato sull’uso del plettro, del plettro unito alle dita, dello strumming, che attraversa diversi linguaggi com’è nelle caratteristiche della Bandabardò: come si è sviluppato questo tuo personale uso del plettro?
Nel 1981 venne pubblicato Friday Night in San Francisco del trio Al Di meola-John McLaughlin-Paco De Lucia. Mi impressionò molto la plettrata di John che usa pochissimo i legati e conduce tutte le dinamiche e le sfumature solo con il plettro. Mi comprai quindi il suo album Music Spoken Here [Warner Bros., 1982], che oltre ad essere un gran disco costituisce il vero ‘bignami’ del plettro. Me lo sono trascritto tutto e ho cercato di fare mio quel modo di attaccare sempre le note con il plettro, anche se sono arpeggi o linee polifoniche, aiutandomi dove indispensabile con la pennata ibrida. De Lucia invece usa le dita, ma il suono che risulta è molto simile all’attacco del plettro… mitraglia come un dannato! Anche in questo caso ho cercato di rendere nel mio stile questo tipo di sapore che è molto energico ed aggressivo, con il risultato di avere una mano destra molto allenata e potente.

Che plettri adoperi? Hai dei consigli particolari da dare sull’uso del plettro?
I plettri che uso sono i Dunlop Tortex 0.73, sia i gialli che i neri. Sono molto fissato con i plettri, spesso ne butto via alcuni perché sono convinto che – anche se sono della stessa marca e stesso spessore – siano in realtà diversi. Paranoia? Chissà… credo però molto che quando suoni devi essere a tuo agio e che il suono deve essere quello che veramente vuoi ottenere. Consigli? Esercizio… Metronomo, registrarsi sempre e studiare tutti i tipi di pennata: esterna, interna, alternata, sweep, sospesa alla Django; inoltre provare a plettrare in varie zone della chitarra per ottenere una gamma di suoni più ricca, e studiare anche varie angolazioni con cui si colpisce la corda. Dopo un po’ si scopre una molteplicità che ci rende meno scontati e creativi. Provare per credere.

Suonando con il plettro la chitarra con corde di nylon, vengono fuori anche dei suoni tipo oud, come in “Malagueña”.
Esatto, e questo si sposa con quello che dicevo prima: l’importanza del suono. In quel pezzo io volevo proprio ottenere un suono ‘saraceno’: la malagueña è la danza della città di Malaga, che guarda verso il Marocco. E l’unico modo per ottenere quel suono era ‘pigiare’ con il plettro come un ossesso. Infatti in qualche punto si sente la chitarra che va quasi fuori tono, anche perché l’oud non è uno strumento temperato…

Del resto, anche quando suoni con le dita sulle corde di nylon, hai un suono più ‘antico’, più di polpastrello…
In realtà un po’ di unghia ce l’ho… Però sì, certo, anche perché – quando ho iniziato a studiare con il primo maestro di chitarra classica – lui sviluppava la tecnica Tarrega, con l’unghia molto corta. Invece sto sviluppando anche sulla chitarra con corde di metallo delle vere e proprie tecniche di flamenco. Dal vivo, per esempio, ci sarà un brano nuovo, che ho scritto proprio in questi giorni. E anche “Tarantella” è fatta un po’ in questo modo.

Nel disco c’è pure parecchio tapping e percussioni sulla chitarra. Anche in questo caso il tuo stile è personale e queste tecniche sono molto ‘incastonate’ nell’insieme: qual è la tua idea delle nuove tecniche per la chitarra acustica?
La tecniche che uso sono le stesse che usano migliaia di chitarristi contemporanei. Quello che cerco di fare è sempre partire dal brano, dalla composizione. Se una tecnica viene impiegata è perché il brano, la melodia, il ritmo della composizione lo richiedono. Spesso le tecniche percussive, tapping e quanto altro sono usate solo come ‘numeri da circo’, come dimostrazione di bravura. Il risultato è un brano magari suonato da dio, ma noioso. Il mio credo consiste nel comporre o arrangiare un brano ‘mettendosi in ascolto’ del brano stesso. Forse questo viene dal mio background di produttore, dove ogni elemento serve a valorizzare la canzone, non per sfoggio di tecniche o altro. D’altra parte sono un beatlesiano di nascita e loro hanno sperimentato e fatto qualunque cosa, ma sempre nel rispetto della canzone.

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Finaz (foto di Gianluca Giannone)

Nei brani suonati a due mani, si sente che la tua mano sinistra è molto forte e la sua parte è sempre molto presente. Hai qualche segreto particolare?
Al di là del fatto che la tecnica a due mani è vistosa, il suono deve essere bello, devi curarlo. Ed è tutta questione di esercizio. Quando posso, io non mi faccio mai mancare quelle quattro-cinque ore di studio al giorno, con molta metodicità: un giorno la mano destra, l’altro giorno la mano sinistra, poi lo studio sul metronomo, l’improvvisazione, gli accordi, l’armonia, la composizione, le accordature aperte, un nuovo suono. Sono come le schedules, i programmi di studio che Steve Vai suggerì all’epoca, anche se io li applico concentrandomi su una cosa al giorno. Adesso ho 43 anni, se avessi avuto questa metodicità a quindici…

“51st Street” e “New Song” sono invece dei pezzi in vero e proprio fingerstyle contemporaneo, che utilizzano accordature alternative insieme alle tecniche percussive.
Sì, “51st Street” è in DADGAD, questa accordatura modale che – in effetti – qualunque cosa fai ti ispira: due notine e sei in paradiso! È forse il brano in cui, con la dovuta cautela, più mi avvicino a Michael Hedges come tipo di approccio compositivo…

Personalmente Michael Hedges lo trovo quasi di più in “New Song”, dove l’accordatura mi sembra meno tradizionale della DADGAD, che richiama di base sonorità celtiche…
Anche “New Song”, sì, dove l’accordatura è DADG#AE, con questo semitono tra la terza e la seconda corda che è interessante. L’amore per questo tipo di sperimentazione, più che da Michael Hedges, mi è venuto però da un compositore di chitarra classica contemporanea, Carlo Domeniconi, che nel brano “Koyunbaba” richiama le sonorità degli strumenti della musica turca, mettendo in evidenza tra le corde distanze di un semitono.

Parliamo un po’ della tua strumentazione: com’è avvenuto il tuo passaggio dalla fida Taylor alla Martin? E come mai un modello di Martin jumbo?
La Taylor è una grande chitarra, ma a mio avviso mancava qualcosa nel suono, che non riuscivo a capire. Quattro anni fa la Eko Music Group, importatrice della Martin, mi chiama e mi chiede di diventare endorser delle loro chitarre. Ho sempre avuto una devozione particolare per quelle chitarre ed ero quindi curioso e orgoglioso allo stesso tempo. L’unica premessa era che io potessi scegliere i modelli e provare per ore ogni singola chitarra. Anche qui, chiamatemi paranoico, ma vi giuro che le chitarre non suonano tutte uguali! La scelta è ricaduta sulla J-40 che è fenomenale. Un cannone di basse, medie presenti al punto giusto e acute frizzantine come piacciono a me. Il tutto unito ad un bilanciamento e una suonabilità estrema. Altre chitarre che ho preso sono poi la OMC-16 Maple Cutaway (con Fishman Ellipse) e una splendida D-35. La J-40 e la D-35 sono amplificate con i K&K che trovo favolosi.

Che tipo di corde usi?
Sulle chitarre folk uso le Martin SP Phosphor Bronze .012. Ottime per durata, qualità del suono e tensione.

Come ampli per l’acustica usi i Markacoustic.
Sì, mi ha contattato Marco De Virgiliis della Markbass e mi ha detto: «Per ora l’abbiamo dato a Dodi Battaglia, ad Antonio Forcione, a Paolo Giordano, tu che ne dici?» Io ero molto scettico, li avevo provati tutti gli ampli per chitarra acustica, di tutte le marche, e avevo sempre trovato che non rispettano in modo adeguato le medio-basse, mentre io ho proprio bisogno di sentire la loro presenza. Comunque sono andato e l’ho provato. E devo dire che lì onestamente non ho trovato quella carenza. Poi il Markacoustic AC 601 è un aggeggino di nove chili, che ti puoi portare dappertutto, è fantastico. Prima io andavo in diretta sulle casse spia. Una grande differenza me l’ha data l’acquisto del preampli D.I. Avalon U5. Infatti quando girerò da solo per il progetto Guitar Solo, come del resto anche con la Banda, entrerò direttamente nella D.I., che poi va al mixer e da lì esco con un cavetto che si sdoppia e va ai due Markacoustic, che mi fanno proprio da casse spia. Con la Banda i due 601 li integro con altri monitor, perché il volume che usiamo noi è… da deficienti! Però, se tu escludi i due amplificatorini, il suono si rinsecchisce, mentre grazie a loro ottieni una grande definizione e una gran botta sulle basse. Certo, non posso dire che i Markacoustic siano in assoluto i migliori ampli per chitarra acustica e gli altri non valgono niente, ma per il mio modo di suonare, per come tengo settate le chitarre, sono quanto di meglio io abbia provato. Appeno li ho accesi la prima volta, ho detto a De Virgiliis: «Questi sono i miei!» Poi alla Markbass sono fantastici: se vai a suonare all’estero, ti fanno arrivare gli ampli dove vuoi, non te li devi più portare in aereo; se hai una data in Sicilia e per qualche motivo il camion non può arrivarci, loro si attivano e te li mandano. È veramente un’azienda di gente incredibile.
Poi c’è la Ramirez classica. Ne ho due. Una è la 2N CWE, che monta un sistema midi esafonico RMC e che ho comprato più che altro per comporre. Ma in realtà mi sono accorto che ha un grandissimo suono, veramente bello; e l’esafonico non lo uso quasi mai, se non ogni tanto quando con ‘Erriquez’ componiamo per la Banda e magari abbiamo bisogno del suono di una tastiera. Però in Guitar Solo ho usato una Ramirez FL2 da flamenco, un acquisto fortunatissimo. Era una chitarra incidentata e rimessa a posto, che costava pochissimo. Ce l’ho da dieci anni. Adesso l’ho amplificata con un pickup K&K per chitarra classica, ma quando ho registrato il disco era senza amplificazione, infatti si sente un po’ più di rumore di fondo perché non c’è la parte di segnale in diretta. Però ha una action fantastica, le chitarre flamenco sono molto più morbide. Su queste chitarre Ramirez mi trovo bene con le corde D’Addario.

In “Dancing with the Echoes” ti sbizzarrisci un po’ con il delay…
Il pezzo è nato quasi per scherzo: un mio carissimo amico, Peppe Scarpato, chitarrista di Edoardo Bennato, un giorno si presenta a casa mia dicendo: «Senti un po’ questa ‘macchinetta’!» Era il TimeLine della Strymon, ed io gli risposi: «Vabbe’, ma è un delay, ne ho quanti ne vuoi!» Comunque lo provai e in effetti valeva proprio la pena e gli chiesi subito: «Dove si trova?» Perché è difficilissimo da trovare, ma fortunatamente son riuscito a trovarlo quasi subito. Quando ho finito di registrare i brani per Guitar Solo, avevo trovato per gioco un preset su cui stavo ‘cazzeggiando’. E Sergio Salaorni, fonico e co-produttore del disco, mi fa: «Ale, ma questo cos’è, un pezzo nuovo?!» «No, guarda, sto semplicemente cazzeggiando su questa cosa un po’ techno anni ’80…» «Dai, registrala!» mi disse. E così è nato “Dancing with the Echoes”. Lo abbiamo inserito anche per alleggerire il repertorio, perché a volte i dischi di chitarra acustica possono risultare anche un po’ noiosi. Per ora mi sono esibito due volte dal vivo per il progetto Guitar Solo, una volta alla Libera Università di Alcatraz con il mio caro amico Fausto Mesolella, grandissimo chitarrista, e un’altra in un chiostro medievale per Siena Jazz; e quando arriva questo brano, la gente si alza in piedi e balla. Tra l’altro, nei miei concerti dal vivo, oltre ai pezzi del disco ci saranno anche altre cose che ho scritto per varie colonne sonore, dove sarà interessante l’uso di effetti in questa direzione: non ci sono mai dei loop, ma diversi delay programmati, dove tutto è suonato assolutamente in diretta.
Infine, parlando sempre di strumentazione, sto approntando con la EgoSonoro, che è una ditta artigianale, una linea di effetti per chitarra acustica firmata da me. Ci sarà il mio distorsore, che è un po’ il mio marco di fabbrica, non tanto nel mio disco, quanto per chi conosce il mio lavoro con la Banda. Poi ci sarà un octaver che agisce solo sulle due corde basse. E abbiamo pensato a un piccolo equalizzatore grafico, che uso per esempio in brani come “Cornerstone” o “Tarantella”, dove ti ‘alza’ il suono: infatti, se senti “Tarantella” nel video su YouTube e sul disco, il suono è diverso; nel disco è molto più pastoso, mentre dal vivo ho dovuto dare molti acuti, perché altrimenti il suono fa difficoltà a uscire e la percussione risulta a volte un po’ troppo ingombrante. Infine c’è una cosa che secondo me sarà fondamentale per i chitarristi acustici perché, ogni volta che passi attraverso un pedalino, sarà true bypass quanto vuoi, ma un po’ di segnale lo perdi, questo è poco ma sicuro. E allora abbiamo pensato a uno switcher, una specie di patchbay analogica, dove inserisci tutti i pedali e – se non clicchi niente – ti passa tutto in diretta con il true bypass; via via che selezioni qualcosa, inserisci solo il distorsore, o solo il wha, o solo il delay e così via. È anche programmabile con quattro memorie oppure, se vuoi spegnere tutto insieme, invece di cliccare su tutti gli effetti, puoi fare un doppio clic sull’effetto che stai usando e ti fa sparire tutto tornando al suono normale. Ma soprattutto, al di là della praticità, perché puoi anche tenerti la pedaliera lontana e avere davanti a te solo lo switcher, che è trenta centimetri per dieci, l’ho pensato per mantenere la qualità del suono. Sì, l’Avalon ti fa recuperare molto suono, ma qualcosa perdi sempre. Se sei con la Banda e fai un concerto ‘pseudorock’, te ne accorgi fino a un certo punto. In un progetto come il mio da solo, te ne accorgi proprio.

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Finaz (foto di Roberto Ricciuti)

Come porterai in giro Guitar Solo? Terrai separata l’attività con la Banda dal tuo progetto personale?
Premetto che uno dei motivi del ritardo con cui è uscito il mio disco, è che la Banda ha finito il suo tour a metà ottobre, dopodiché sparisce per due anni. Non è che non ci vedremo più, però dovremo pensare al nuovo disco, a nuovi progetti. Quindi questo è il momento più opportuno per far partire il mio progetto. Se poi questo incontrerà il favore del pubblico, e se anch’io mi divertirò a portarlo in giro e ci sarà un seguito, magari con un Guitar Solo volume due, allora cercheremo di intrecciare le due attività. Ma avendo lo stesso management e la stessa casa discografica, non dovrebbero esserci problemi particolari. Tra l’altro, l’anno scorso eravamo a suonare con la Banda al festival Les Francofolies di Montreal e gli organizzatori, che sono gli stessi del Jazz Montreal Festival e che organizzano all’interno di quest’ultimo una tre giorni che si chiama Guitarissimo, sono venuti da me dopo il concerto e mi hanno detto: «Bravissimo, ci hai molto colpito, hai uno stile tutto particolare, noi ti inseriremmo volentieri, fai cose da solo?» Quindi siamo in contatto, spero a questo punto di andare veramente l’anno prossimo, perché dovevo andare già quest’anno, ma non c’era ancora il disco e c’era il tour della Banda. Questo contatto è stato un altro dei motivi che mi hanno spinto ad andare avanti, perché ho pensato: «Allora veramente può darsi che ho qualcosa da dire di particolare, proviamoci!» Poi il tribunale migliore sarà il pubblico.

Andrea Carpi

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=2I3OkJ-6nKs&list=PLyP3bsJBc7lKQ1BW1PoFzrlFAm6UvopDS[/youtube]

Il Backstage del nuovo singolo della Bandabardò: in studio con Erriquez e Finaz (Acoustic Tellers #15)

Potete vedere le versioni video di alcuni brani di Guitar Solo sul canale ufficiale di Finaz su YouTube

PUBBLICATOChitarra Acustica, 12/2012, pp. 30-33

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